Le recenti proteste anti-immigrazione in Sudafrica offrono una dimostrazione chiara e scomoda ai sostenitori della narrazione dei porti aperti a tutti, endemica solo dell’Europa: le tensioni legate alle migrazioni irregolari non riguardano soltanto l’Occidente o presunte dinamiche di colore della pelle.In questi giorni lo Stato africano ha visto un massiccio dispiegamento di forze dell’ordine per prevenire gravi disordini durante le manifestazioni organizzate dal gruppo “March and March” e altre realtà sudafricane, a favore di una linea anti-migranti fatta di rimpatri e di provvedimenti duri. Si registrano marce a Johannesburg, Durban, Pietermaritzburg e Città del Capo. Il governo centrale ha ribadito che si tratta di una normale giornata lavorativa, garantendo sì il diritto alla protesta pacifica ma annunciando tolleranza zero per violenze, intimidazioni e blocchi stradali.Da marzo, quando sono iniziate queste mobilitazioni, si contano almeno quattro morti e oltre 25.000 rimpatri di cittadini stranieri, perlopiù provenienti da altri Paesi africani (prevalentemente Malawi, Zimbabwe, Nigeria, Mozambico). A manifestare non sono persone “bianche”: sono invece i sudafricani neri, spesso appartenenti a comunità locali come quella zulu, che protestano contro l’immigrazione irregolare da altri Stati del continente. Le motivazioni sono economiche e sociali: disoccupazione oltre il 30%, concorrenza per posti di lavoro, servizi pubblici sotto stress e percezione di aumento della criminalità. Ma davvero? A quanto pare, tutto il mondo è paese. Molti migranti africani hanno già lasciato la nazione o si sono rifugiati in campi temporanei, temendo violenze xenofobe.Questo caso smentisce la narrazione semplificata secondo cui le resistenze alle migrazioni sarebbero esclusivamente un retaggio del “razzismo bianco” o del populismo europeo. In Sudafrica, dove la popolazione è a stragrande maggioranza nera e il governo post-apartheid ha promosso politiche inclusive e talora inclini ad una discriminazione verso i bianchi, le proteste emergono dagli stessi meccanismi osservabili altrove: pressione su risorse limitate, identità locale e timori di cambiamento rapido. Simili dinamiche si registrano in Paesi africani come Costa d’Avorio, Kenya o Ghana, dove comunità locali protestano contro flussi da nazioni vicine, e anche in Asia e America Latina.Allora non è questione di pigmentazione della pelle, ma di numeri, tempi e condizioni. In Europa le proteste spesso coinvolgono popolazioni autoctone (bianche o meno) contro flussi extra-europei; in Sudafrica invece autoctoni contro africani di altri Stati. Eppure il denominatore comune è l’essere umano che difende il proprio spazio vitale, il proprio lavoro e la propria sicurezza quando percepisce un sovraccarico.Ignorare questi fatti per ridurre tutto a razzismo impedisce di affrontare la realtà: migrazioni incontrollate generano conflitti trasversali, indipendentemente dal colore. Il Sudafrica mostra che neppure un contesto più omogeneo sfugge alle logiche di nazionalismo e difesa del benessere nonché della propria cultura. Urge dunque spiegare ai fan del multiculturalismo che le migrazioni di massa mettono in tensione qualsiasi società quando superano la capacità di integrazione economica, culturale e di welfare. Altro che razzismo…Alessandro Bonelli, 1° luglio 2026L'articolo Gli Zulù come Vannacci: i neri vogliono la remigrazione dei neri proviene da Nicolaporro.it.