Gran Bretagna: le “veltronate” di Burnham non bastano

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Andy Burnham si presenta come l’uomo del cambiamento dopo le dimissioni di Keir Starmer, promettendo di “rewire Britain”, cioè di ripensare il funzionamento dello Stato britannico spostando potere e opportunità da Londra alle regioni. Il progetto simbolo è la creazione di una “No. 10 North”, una sede operativa del primo ministro nel Nord dell’Inghilterra destinata, nelle sue intenzioni, a rendere irreversibile il processo di devolution in Gran Bretagna.L’idea ha certamente un forte impatto comunicativo. Molto meno chiaro, invece, è se possa davvero affrontare i problemi economici che frenano il Regno Unito da anni. Perché dietro una narrazione ottimistica resta una domanda inevitabile: è davvero questo il nodo dell’economia britannica?Crescita debole, ma non è colpa della BrexitNegli ultimi anni il dibattito pubblico è stato dominato dall’idea che la Brexit rappresenti la causa principale della stagnazione britannica. I numeri raccontano una realtà più complessa.Dal referendum del 2016 l’economia è cresciuta mediamente di circa l’1,4% annuo, attraversando però una lunga fase di rallentamento già prima della pandemia. Il crollo del 2020, pari a oltre il 10% del Pil, è stato seguito dal forte rimbalzo tecnico del biennio successivo, mentre dal 2023 la crescita è tornata su livelli molto modesti, oscillando attorno all’1%.La Brexit, quindi, non ha provocato il collasso economico annunciato dai suoi oppositori, ma nemmeno quella svolta competitiva immaginata dai suoi sostenitori. Il Regno Unito è rimasto bloccato in un’economia caratterizzata da produttività stagnante, pressione fiscale elevata e investimenti insufficienti.Il vero problema è internoAnche sul fronte commerciale il quadro merita di essere letto senza slogan. Nel 2025 il Regno Unito ha esportato beni e servizi per circa 931 miliardi di sterline, importandone per 970 miliardi, con un deficit commerciale complessivo di circa 39 miliardi. Il deficit nei beni, pari a 242 miliardi, continua a essere compensato solo in parte dall’enorme surplus dei servizi, soprattutto finanziari e professionali.Colpisce soprattutto il rapporto con l’Unione europea. Londra registra un deficit commerciale di circa 89 miliardi di sterline con il mercato europeo, segno che le imprese continentali continuano a esportare massicciamente nel Regno Unito. È difficile sostenere che il mercato britannico sia stato economicamente isolato. I principali ostacoli restano invece domestici: un sistema energetico vulnerabile agli shock internazionali, un mercato immobiliare fortemente regolamentato, una pianificazione urbanistica lenta e una spesa pubblica sempre più pesante.Lo shock energetico dimostra i limiti del sistemaLe crisi energetiche del 2022 e del 2026 hanno evidenziato una fragilità strutturale che poco ha a che vedere con la Brexit. La limitata capacità di stoccaggio del gas ha esposto il Regno Unito a prezzi dell’energia tra i più elevati d’Europa. Dopo l’intervento pubblico del 2022 con l’Energy Price Guarantee, il nuovo shock del 2026 ha riportato sotto pressione famiglie e imprese, con il tetto tariffario di Ofgem aumentato di circa il 28% e bollette ancora superiori di oltre il 50% rispetto ai livelli precedenti alla crisi energetica.È difficile immaginare che una diversa distribuzione delle competenze amministrative possa risolvere un problema di questa natura.Il modello Manchester è una “veltronata”Burnham costruisce gran parte della propria credibilità politica sull’esperienza di Greater Manchester. Molti economisti riconoscono che l’area abbia registrato risultati migliori rispetto ad altre città britanniche grazie ai maggiori poteri su trasporti, pianificazione urbanistica e housing, oltre alla capacità di attrarre investimenti privati. Andrew Carter, del Centre for Cities, osserva che la leadership locale ha compreso come il futuro della città passi attraverso “higher value added activity”, sostenendo università, ricerca, trasporti e nuove costruzioni per aumentare l’attrattività verso gli investitori.Ma la fotografia è meno lineare di quanto suggerisca la narrazione politica. Alcuni analisti hanno infatti evidenziato che parte dei dati sulla produttività potrebbero essere influenzati da errori statistici dell’Office for National Statistics, mentre una quota della crescita osservata riguarda soprattutto aree residenziali e il forte sviluppo immobiliare più che un autentico salto della produttività industriale. Insomma, né più né meno del “modello Roma” di Walter Veltroni vent’anni fa. Tutti sappiamo com’è finita.La devolution di Burnham resta molto limitataIl punto centrale della proposta politica del nuovo leader laburista è quello di trasferire più competenze alle amministrazioni locali. Nel suo intervento al People’s History Museum Burnham ha spiegato che “No. 10 North” servirà a “flow power out from the centre”, facendo scorrere il potere dal centro verso tutte le regioni inglesi e garantendo “good growth in every corner” del Paese.L’obiettivo appare condivisibile sul piano teorico. Il problema è che il sistema britannico continua a essere uno dei più centralizzati dal punto di vista fiscale tra i Paesi Ocse. I sindaci metropolitani possono coordinare trasporti, edilizia e alcuni investimenti, ma non dispongono di una reale autonomia tributaria. Non possono ridurre le imposte sul lavoro o sulle imprese, né competere fiscalmente per attrarre investimenti come avviene nei sistemi autenticamente federali.Di conseguenza, quella proposta come una rivoluzione rischia di tradursi soprattutto in un diverso livello di gestione della stessa burocrazia.Molti annunci, poche risposte economicheAnche il primo grande discorso nazionale di Burnham lascia aperti diversi interrogativi. Ha ribadito che rispetterà le attuali regole sul debito pubblico, ha parlato di riforma delle business rates, edilizia, formazione tecnica e infrastrutture e ha promesso interventi più rapidi sul costo della vita.Ma è significativo ciò che è mancato. Non sono emerse indicazioni precise sulla pressione fiscale, sulle dimensioni della spesa pubblica, sul commercio internazionale, sul ruolo dell’intelligenza artificiale o sul rapporto economico con l’Europa. Più che un programma economico dettagliato è sembrata una cornice politica ancora tutta da riempire.Le parole non bastano a rilanciare il Regno UnitoBurnham propone un cambio di paradigma istituzionale che può avere una sua logica politica. Tuttavia confondere il decentramento amministrativo con una strategia di crescita rischia di affrontare il sintomo invece della malattia.L’economia britannica continua a essere frenata da produttività insufficiente, tassazione elevata, mercato energetico inefficiente, eccesso di regolazione e investimenti privati non abbastanza dinamici. Nessuno di questi problemi sembra trovare una risposta concreta nella semplice apertura di una “No. 10 North”.Per questo motivo sarebbe un errore considerare le promesse di Burnham come la soluzione ai mali economici del Regno Unito. Il rischio è che, dietro un messaggio politico efficace e una forte operazione simbolica, rimangano irrisolte proprio quelle riforme strutturali che l’economia britannica attende ormai da molti anni.Enrico Foscarini, 30 giugno 2026L'articolo Gran Bretagna: le “veltronate” di Burnham non bastano proviene da Nicolaporro.it.