4 luglio 1776. Una ricorrenza fondamentale nella storia degli Stati Uniti. Il documento promulgato quel giorno di oltre due secoli fa e diffuso rapidamente su tutto il territorio delle tredici colonie, portava un messaggio molto chiaro e significativo: la Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti d’America dalla Gran Bretagna, allora il più grande impero del globo. Essa proclamava le ragioni per cui le colonie del Nord America si separavano dalla madrepatria. Ma nei fatti la Dichiarazione era anche e soprattutto un manifesto di idee, allora ancora in via di completa elaborazione, che cercavano sostanzialmente di promuovere l’uguaglianza del genere umano; l’indipendenza ne era una delle conseguenze. Quindi, sebbene la rivolta dei coloni e la conseguente guerra di liberazione asserissero essenzialmente il diritto a separarsi dalla madrepatria, quanto viene invece affermato nel testo sono i principi fondanti della libertà dell’individuo: “Quando nel corso degli umani eventi si rende necessario a un popolo sciogliere i vincoli politici che lo avevano legato a un altro – recita l’incipit – e assumere tra le altre potenze della terra quel posto distinto ed eguale cui ha diritto per legge naturale e divina, un giusto rispetto per le opinioni dell’umanità richiede che esso renda note le cause che lo costringono a tale secessione”.Tra queste ragioni e a fianco di certi valori sta però un’altra particolarità e novità, si può dire a buon diritto rivoluzionaria, di un documento che ha contribuito ad aprire una nuova era nel concepimento delle società umane e delle loro infrastrutture politiche. La guerra di Indipendenza delle tredici colonie era effettivamente una rivoluzione. Un termine che alcuni politici di allora, così come tanti storici successivamente, hanno esitato a utilizzare. Ma essa preparava la costruzione di una realtà politica, economica e sociale che, sebbene radicata nella tradizione politico-filosofica europea, presentava novità importanti. Era il testo di riferimento di un popolo che si faceva nazione e che, nonostante il senso religioso che lo informava, stava ben attento a distinguere tra Stato e Chiesa.La peculiarità e la forza di quel movimento era proprio quella di essere un contenitore di ideali e aspirazioni apparentemente contraddittori che una volta messi in pratica si rivelavano capaci di coesistere. È possibile dunque definire la Dichiarazione come un testo rivoluzionario per due ordini di motivi: uno perché portava a una svolta radicale dell’assetto politico ed economico dell’impero inglese (esso perdeva un territorio immenso ricco di materie prime); un altro per gli ideali che promuoveva. Innanzitutto in quel suo perseguire la felicità, e poi perché incoraggiava la costruzione di un sistema nuovo, anche se in una certa misura ereditato dal Regno Unito. Si trattava infatti di un individualismo liberale e capitalista, in parte democratico, che apriva la strada a un modo originale di concepire lo Stato-nazione.I principi e i valori promossi dalla Dichiarazione affascinavano anche e soprattutto per certe loro ambiguità. Essa consentiva al tempo stesso di proteggere la proprietà privata e di orientare “il popolo” in senso lato, dando forma in qualche misura a quelli che vengono definiti oggi i “diritti universali”, sempre però in accordo con le aspettative di un’economia fondata sulla libera impresa. Non va peraltro dimenticato che tutto ciò portava comunque con sé una contraddizione non irrilevante: il documento si rivolgeva sostanzialmente a uomini bianchi adulti di religione cristiana protestante e di discendenza anglosassone.Formiche 226