L’ascesa della Cina come potenza tecnologica sta costringendo l’Italia a ripensare il proprio rapporto con Pechino. Il dibattito non ruota più soltanto attorno a commercio e investimenti, ma riguarda sempre più la resilienza industriale, le tecnologie critiche e in definitiva la sicurezza economica. È questa la tesi centrale del nuovo rapporto del Mercator Institute for China Studies (Merics) dedicato all’Italia, firmato da Aurelio Insisa (Merics) e Francesca Maremonti (IAI), nell’ambito del rapporto dell’European Think Tank Network on China “Fragmented Europe: Dealing with China as a Technology and Innovation Power”. Più che sulla tradizionale forza manifatturiera cinese, gli autori concentrano l’attenzione sulla crescente capacità innovativa di Pechino e su come questa stia modificando le scelte industriali e strategiche dell’Italia.Secondo lo studio, Roma si trova oggi di fronte a un duplice interrogativo: se continuare a cooperare con aziende cinesi in settori nei quali la Cina sta rapidamente acquisendo un vantaggio tecnologico e, al tempo stesso, se consentire a operatori cinesi di accedere a segmenti strategici del mercato italiano, accettando le possibili implicazioni sul piano della sicurezza nazionale. Si tratta di un cambio di paradigma che attraversa tre comparti emblematici – biopharma, automotive e telecomunicazioni – e che, nel loro insieme, raccontano come la competizione tecnologica con la Cina stia ridefinendo le priorità della politica industriale italiana.Nel settore biofarmaceutico, uno dei più dinamici del manifatturiero italiano, il rapporto evidenzia come le imprese nazionali si trovino sotto crescente pressione da parte di concorrenti cinesi sostenuti da massicci investimenti pubblici in ricerca e sviluppo. Pur riconoscendo gli sforzi compiuti dal governo per rafforzare la competitività internazionale del comparto, gli autori riportano le critiche di diversi esponenti dell’industria, secondo cui le misure adottate risultano troppo frammentate per consentire la nascita di veri campioni nazionali in grado di competere su scala globale – con la Cina. Allo stesso tempo, una più stretta cooperazione con investitori cinesi resta limitata da due fattori principali: l’estensione del perimetro del golden power alle biotecnologie e la crescente securitizzazione dei rapporti tra Stati Uniti e Cina, accentuata dall’entrata in vigore del BioSecure Act americano, destinato a incidere sulle catene globali del valore nel settore farmaceutico. Ciò non significa che la cooperazione scientifica si sia interrotta: il rapporto ricorda infatti la nascita, nel 2024, del laboratorio congiunto italo-cinese di farmacobiotecnologia nell’ambito del Piano d’azione per il rafforzamento del partenariato strategico globale tra Roma e Pechino.Ancora più evidente è la tensione tra esigenze industriali e sicurezza strategica nel settore automobilistico. L’Italia ha sostenuto l’introduzione dei dazi europei sulle auto elettriche cinesi, pur cercando nello stesso periodo di attrarre investimenti del costruttore Dongfeng. Secondo gli autori, il negoziato non è però andato a buon fine perché Pechino avrebbe subordinato l’investimento sia alla posizione italiana sui dazi europei sia a un ampliamento dello spazio operativo di Huawei nelle infrastrutture di telecomunicazioni nazionali.Un caso simbolo di questa nuova fase è però rappresentato da Pirelli. Il governo italiano ha esercitato i poteri speciali del golden power per limitare i diritti di governance del socio di maggioranza relativa, la cinese SinoChem, motivando la decisione con il carattere strategico della tecnologia “Cyber Tyre”, basata su sensori, cloud e intelligenza artificiale per applicazioni legate ai veicoli connessi, alla guida autonoma e alle infrastrutture intelligenti. Per Insisa e Maremonti, si tratta di un’estensione significativa del concetto stesso di sicurezza nazionale, che supera ormai il tradizionale perimetro della difesa e delle infrastrutture critiche. Il rapporto ricorda inoltre come sulla vicenda abbiano pesato anche le crescenti pressioni statunitensi affinché SinoChem riducesse la propria presenza nella società.Una dinamica analoga emerge nel settore delle telecomunicazioni. Dopo aver incluso il 5G nel perimetro del golden power, l’Italia ha progressivamente irrigidito le restrizioni nei confronti di Huawei e Zte, bloccando o sottoponendo a forti limitazioni gli accordi con gli operatori cinesi. Tuttavia, osservano gli autori, alle misure di sicurezza non ha fatto seguito una strategia industriale altrettanto organica. Le interviste raccolte nel rapporto evidenziano come gli operatori italiani abbiano dovuto sostenere costi più elevati per sostituire le tecnologie cinesi senza ricevere un adeguato sostegno pubblico, con il risultato di rallentare gli investimenti nelle reti di nuova generazione. Guardando al futuro, il rapporto sottolinea inoltre come l’Europa – e l’Italia in particolare – rischino di avere un ruolo marginale nello sviluppo degli standard del 6G, nonostante gli sforzi dell’Unione europea per rafforzare la propria sovranità tecnologica.Nel complesso, il rapporto individua un filo conduttore comune ai tre casi analizzati. L’Italia sta progressivamente estendendo il concetto di sicurezza nazionale a settori fino a pochi anni fa considerati esclusivamente economici o industriali. Più che perseguire un disaccoppiamento generalizzato dalla Cina, Roma sembra privilegiare interventi selettivi, con l’obiettivo di proteggere le tecnologie considerate strategiche senza interrompere le forme di cooperazione ritenute ancora utili. Al tempo stesso, gli autori osservano come nel Paese manchi ancora un vero dibattito pubblico, ossia una consapevolezza, sulle implicazioni della crescente leadership tecnologica cinese: la questione continua a essere affrontata soprattutto in chiave di singoli dossier industriali, senza tradursi in una riflessione più ampia sul posizionamento strategico dell’Italia.Questo approccio si inserisce peraltro in una trasformazione più ampia che interessa l’intera Unione europea. Nei giorni della pubblicazione del rapporto Merics, il commissario europeo al Commercio Maroš Šefčovič e il ministro cinese Wang Wentao hanno rilanciato il dialogo commerciale tra Bruxelles e Pechino, riaffermando al tempo stesso la necessità di ridurre le dipendenze strategiche. Più che un ritorno al business as usual, il confronto riflette il tentativo dell’Unione di conciliare il dialogo con la strategia del de-risking (è arrivato al capolinea? Ce lo chiedevamo ieri su Indo-Pacific Salad) mentre le preoccupazioni per la sovraccapacità industriale cinese, la resilienza delle catene del valore e la sicurezza economica assumono un peso crescente nelle relazioni con Pechino.In questo senso, il rapporto di Insisa e Maremonti suggerisce che anche per l’Italia il rapporto con la Cina è entrato in una fase profondamente diversa rispetto al passato. La domanda non è più se accogliere o meno gli investimenti cinesi, ma come preservare competitività industriale, tecnologie critiche e autonomia strategica in un contesto in cui l’interdipendenza economica è diventata sempre più uno strumento di competizione geopolitica. È proprio su questo terreno, concludono gli autori, che il Paese dovrà sviluppare un confronto pubblico più maturo e una visione strategica di lungo periodo.