Ultimo, Boem Festival, La Prima Estate. Lo sappiamo: in un unico titolo, abbiamo messo insieme tre cose che più diverse tra loro non potrebbero essere. C’è Ultimo, sì, proprio lui, il cantante di cui tutti adorano parlare male (ma che poi fa praticamente gli stessi numeri di Vasco Rossi); c’è Boem, un festival-gioiello piccolo piccolo e fatto in economia che finalmente quest’anno siamo riusciti a visitare; c’è La Prima Estate, il boutique-festival-coi-soldi, che quest’anno più ancora degli altri anni ha messo su una line up davvero da gran signori, di gran prestigio.Parliamo di pianeti distantissimi tra loro.Eppure, c’è una cosa che li può accomunare. Una cosa molto importante. E la si potrebbe riassumere, a voler essere essenziali e recisi, così: ALLORA SI PUÒ FARE.***Partiamo con Ultimo. Quante volte vi è capitato di sentirvi dire “Eh, ma per legge non è possibile portare acqua e cibo dentro i luoghi dei concerti”? Un mantra, no? Mantra a cui fondamentalmente ci siamo rassegnati tutti: considerandolo ineluttabile come le tasse, o le gaffe di Salvini, o la pruriginosa omofobia malcelata di generali lautamente in pensione. Anche vedere proposti panini rancidi a dieci, quindici euro e bottigliette d’acqua a tre o cinque euro ci sembrava sì orribile, odioso, va bene, ma in qualche modo era la solita ed ormai prevedibile tassa da pagare sull’altare dell’esperienza-concerto. Un male necessario, tipo. Come quando prendi l’autostrada nei giorni di bollino rosso, però ecco, non hai alternative, la coda te la subisci.Ora: tendiamo a pensare che Ultimo, per quanto popolarissimo, non crediamo goda di extra-territorialità manco fosse un pilota dell’aviazione USA che sorvola la funivia del Cermis. Quindi insomma, alle leggi deve sottostare pure lui. Ci sarebbe allora da chiedersi – come si spiega quanto sotto?Vi può non piacere Ultimo, potete trovare odiosa la sua figura o la sua musica o entrambe le cose, per carità; ma sta di fatto che evidentemente il Moriconi e il suo team più stretto devono essersi impuntati parecchio, con chi ha avuto il compito di produrre il loro mega evento romano da 250.000 paganti, imponendo quanto sopra.Improvvisamente salta fuori che: ehi, ai concerti l’acqua si può portare, le bottigliette si possono portare, il cibo si può portare. Sicuramente arrivare a questo ha comportato un aggravio di costi economici e di tempo; sicuramente ha complicato al vita a chi organizza; sicuramente ha implicato anche un attento studio di regolamenti e leggi, per capire fino a dove ci si poteva spingere. Sicuramente. Intanto, però, è stato fatto. E diventa un precedente molto, molto interessante. Esattamente come diventava un precedente – e per quanto ci riguarda se ne è parlato troppo poco – quando Nameless aveva deciso di garantire acqua gratis a tutti e parcheggi gratis, anche per scusarsi dei disservizi di una edizione precedente, rinunciando così ad una cifra a cinque zeri.Già. Perché occhio: il prossimo business, oltre a pit, prati Gold, tribunette Platinum, esperienze Diamond, Meet&Greet con ‘stocazzo, bar con prezzi da gioielleria e servizi da stazione ferroviaria anni ’80, diventeranno i parcheggi. A fianco della Arena di Santa Giulia milanese (che già ha attirato le nostre attenzioni) è stato guarda caso costruito anche un gigantesco parcheggio e, come dire?, non è utilizzabile proprio gratis da chi va ai concerti e acquista il biglietto. Anzi, la formula dell’acquistare il parcheggio contestualmente al titolo d’ingresso per l’evento è diventata sempre più diffusa e, in altri Paesi, a partire dall’America, è ormai la normalità, con prezzi dai 15720 euro in su. Da un lato è positivo che venga offerto un servizio in più che, tra l’altro, dovrebbe migliorare e razionalizzare l’esperienza utente, dall’altro però siamo sempre in questo gorgo in cui quando ti fanno un favore e ti vengono incontro è, nove volte su dieci, in realtà solo per prendere margini ulteriori per sé, facendoti pagare i servizi in questione con un ricarico considerevole (e facendoli passare per quasi “inevitabili”).Ma finché alla gente va bene e non protesta…***…anche perché protestare serve. Ogni tanto serve. E qui arriviamo al secondo caso, quello de La Prima Estate. Quando qualche anno fa scrivemmo – sia qui che su Rolling Stone – in maniera fiduciosa e complessivamente benevola del festival versiliano “fotografato” nei suoi primi passi, arrivarono anche molti rimbrotti e mugugni: tutta una serie di criticità (che peraltro non erano state assolutamente nascoste nei report del sottoscritto, ma si sa, il pubblico se incazzato non vuole la critica, vuole la forca) avevano veramente esacerbato il pubblico, generando dei “Ma come fai a parlarne bene”. Gli addetti ai lavori più introdotti potevano dissertare sulla necessità o meno di un nuovo festival in Italia nato dai soldi di grandi gruppi d’impresa, e con le spalle abbastanza larghe da potersi permettere una fase di lancio in consistente perdita; la gente normale – quella che deve aprire il portafogli – si era lamentata di visiblità limitate del palco per colpa di strutture abnormi, di code al bar, di difficoltà di parcheggi, di modalità di pagamento tokenose e fastidiose, insomma, in generale il malcontento c’era.Se andate a vedere il grosso dei commenti successivi all’edizione di quest’anno, si capisce che si è lavorato tanto e bene su tantissimi degli aspetti di cui sopra. Il festival non è stato stravolto, il suo assetto e il suo DNA naturale – piacciano o meno – non sono stati modificati in modo sostanziale. Evidentemente però tanto è stato limato e migliorato, e le voci di chi paga per esserci sono state prese in considerazione. Ovviamente non tutto è perfetto, e non è che sia stato tutto un grande sperticato elogio in questi giorni di web: qualche critica o lamentela pratica è affiorata comunque. Ma se nella sua gioventù La Prima Estate appena messa sotto sollecitazione (il concerto dei Jamiroquai, peraltro ottimo) era andata in decisa sofferenza, a questo giro con una edizione molto più frequentata rispetto alle precedenti ha fatto sostanzialmente bene. Che dire: bravi. Segnaliamo questa cosa con piacere. Si può fare anche di ascoltare chi paga il biglietto per venire ad una cosa che organizzi tu, insomma, e lavorare per venirgli incontro. Migliorare le cose, ascoltando le critiche. Si può fare anche se organizzi un evento con nomi grossi, con budget a sette cifre. Mentre ormai pare che più sei grosso, più ti senti in diritto di andare avanti per la tua strada, impermeabile alle lamentele, tanto la gente compra il biglietto di ciò che offri lo stesso (…in parte, per ora, ahinoi è vero).***Passiamo infine al terzo SI PUÒ FARE. Il più bello di tutti, fra i tre, almeno per quanto ci riguarda. Quello più vi consigliamo di tenere in considerazione.Era da un po’ che corteggiavamo l’idea di andare ad esplorare Boem Festival, almeno da un paio d’anni. Conoscere meglio uno dei fondatori, Francesco Bacci aka Lowtopic, e leggere l’entusiasmo di una amica e collega aveva reso questa cosa una tappa obbligata per il 2026, costi quel che costi. Ci aspettavamo una cosa molto bellina. Quello che abbiamo visto, è stato ancora meglio. Boem è davvero una rara avis nel panorama musicale italiano degli eventi: il luogo è magico (il festival è letteralmente sul mare, il Main Stage è su un molto lungo e stretto circondato dall’acqua, il palco secondario sulla spiaggia pubblica adiacente), la programmazione musicale è molto particolare perché davvero mette in campo nella stragrande maggioranza dei casi nomi che altrove o non ci sono, o non sono valorizzati.(Il Main Stage di Boem, visto dall’alto; continua sotto)C’è insomma molta creatività, molta competenza e molta voglia di stare fuori dal coro nelle scelte: e queste tre sono delle condizioni necessarie se si vuole sfuggire a quella tenaglia per cui i nomi che funzionano sono solo quelli proposti dalle solite agenzie italiane, che a loro volta propongono questi nomi a prezzi gonfiati perché così sono costrette dalle agenzie global o continentali di riferimento, rendendo tutta la questione festival musicali un’attività sempre più rischiosa, sempre più dai margini sottili e dai rischi di KO grossi (…ed è una cosa che riguarda ormai grossi e piccini, quelli di nicchia e quelli a vocazione mainstream). Un gioco da cui è difficile sfilarsi: perché da tempo il pubblico fa fatica a reagire alle sollecitazioni che implicano scoperta e curiosità, preferendo aprire il portafogli solo per ciò che conosceono già e che quindi li “rassicura” sul fatto che stanno andando a vedere qualcosa di figo, e di cui vantarsi.Con l’escamotage dell’ingresso gratuito e di una comunicazione molto esplicita nello “spingere” il fatto che a Boem arrivi più per scoprire che per avere delle conferme e delle rassicurazioni, il festival di Bogliasco – alle porte di Genova, un paese delizioso ed accogliente – riesce a dare un pubblico folte e soprattutto interessato a band ed artisti che stanno fuori dai “soliti giri” e/o non sono già nell’elenco dei “consolidatissimi” o apparenti tali, quelli cioè che – in teoria – fanno vendere biglietti e sì, li paghi tanto, probababilmente pure troppo, ma senza di loro al tuo festival non viene manco tua zia, no?Boh.Quello che sappiamo è che grazie alla intraprendenza e alla competenza di un team coeso e competente (ed umanamente delizioso!), grazie al buon rapporto creato con le istituzioni locali, grazie al buon senso di tutti nel permettere che esista un evento musicale in un luogo tanto particolare (basterebbe poco infatti per imporre transenne, limitazioni, security onnipresenti a rovinare tutto…), insomma, grazie a tot fattori è possibile riaccendere la scintilla della curiosità e dei festival che davvero ti portano a scoprire, ad esplorare l’ignoto, ad assaggiare ciò che di solito non trovi nei menù, mainstream o alternativi che siano, e accidenti se ne abbiamo bisogno.(Visione frontale del Main Stage, come vedete la gente non manca certo; continua sotto)Ormai se si fa un festival si è schiavi della domanda “Ma questo, se lo booko, mi venderà biglietti?”: difficile eludere questo collo di bottiglia, visto che quanto costa oggi un artista con un’agenzia dietro. Difficile fare curatela pura, il che significa anche prendersi dei rischi, imporre delle scelte insolite e/o non facili. Boem lo fa con naturalezza, seguendo una traiettoria musicale che ondeggia tra indie ed elettronica, tra ritmo e sofisticata disarmata dolcezza. Ha una direzione ben chiara, ed è una direzione che è perfettamente coerente col DNA del luogo e della comunicazione e – di conseguenza – del proprio pubblico.Si ha insomma veramente l’impressione di essere in un posto sia “giusto” che raro. Perché ormai sono tanti i festival boutique (ed anche meno boutique) di qualità in Italia, ma non ci viene in mente nessuno che faccia una programmazione “sul mare” così sofisticata e così libera dalle dinamiche del nome-che-funziona presso-il-proprio-pubblico-di-riferimento. Tutto questo è un dono. Un dono all’idea di musica come gioco, come spinta alla scoperta, come commodity non per un ascolto di sottofondo e/o strumentale per fare bella figura sui social, ma come esperienza che ti fa conoscere cose, conoscere persone, conoscere scene, conoscere sensazioni – tutto questo però senza comunicarti urgenza ed obbligo, ma solo se lo vuoi, solo se ti va, sennò ti godi tranquillo tramonto, brezza e mare.(“Se volete, ci vediamo l’anno prossimo”; continua sotto) Visualizza questo post su Instagram Un post condiviso da BOEM (@boemfestival)Non siamo qui per dire che Boem Festival è meglio di altri. Non siamo qui per dire che i festival devono avere in cartellone solo nomi sconosciuti o quasi, sennò sono solo paraculi e “pigri”. Non siamo qui per dire che i festival di ricerca o di qualità devono essere gratuiti, sennò sono pure loro venduti al mercato. No. Siamo qui, molto semplicemente, per dirvi che Boem Festival è davvero un incanto, un gioiellino, uno di quegli eventi che ti fanno dire, sì, anche in questo contesto, “Ma allora si può fare… Non credevo, non pensavo fosse più possibile, invece sì, si può fare…”.***In un mercato che ci fa credere che ai concerti non puoi far entrare manco uno spillo (così poi compri tutto dentro, magari a prezzi oltraggiosamente alti rispetto al necessario), che i grandi festival sono fatti in un modo e o ti piace questa minestra o ti butti dalla finestra, che i festival grandi e piccoli comunque non devono prendersi dei rischi e devono semmai offrire certezze consolidate al proprio di pubblico di riferimento, che certi luoghi non si possono usare perché troppo “complessi” come regole di sicurezza ed inserimento nel tessuto locale, abbiamo voluto invece dimostrare che: si-può-fare.Poi Ultimo continuerà a non piacervi e ad irritarvi a prescindere, La Prima Estate sarà sempre troppo un festival per ricchi (ricchi i promoter, abbiente il pubblico bobo), Boem per inconcludenti sognatori e con limiti oggettivi che gli impediscono di crescere e diventare la place-to-be macinafatturati: che dire, ci sta. Ma i segnali e gli stimoli positivi, per chi li sa cogliere, per chi li vuole cogliere, ci sono. Ci sono sempre. E avendo in Italia dei posti come Bogliasco e dei partigiani del bello e dal saper nuotare controcorrente rispetto ai vizi del mercato come il team di Boem (che anche durante l’anno non sta con le mani in mano), c’è sempre spazio per avere speranza. Per avere, forse, addirittura fiducia. The post Ultimo, Boem, La Prima Estate: ma allora si può fare? appeared first on Soundwall.