Leader NATO, pistoleri involontari

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di Carlo Curti Gialdino * – Fin dai tempi degli Egizi e dei Greci, i doni hanno costituito un elemento imprescindibile del cerimoniale diplomatico. Rifiutare un dono ufficiale o non ricambiarlo era considerato un affronto, addirittura un motivo per rompere le relazioni.Sebbene storicamente il dono (compreso quello di spade e scimitarre) rappresentasse la norma nei rapporti tra sovrani, quale simbolo di alleanza militare o di sottomissione, la moderna prassi diplomatica ha progressivamente ristretto la tipologia dei beni donati. I re di Francia, Luigi XV e Luigi XVI, regalavano porcellane di Sèvres, gli zar uova di Fabergé.La Cina, dal 1958 al 1982, donava i Panda, l’Australia i Koala. Nel gennaio 2018, Macron donò un cavallo in occasione della prima visita di Stato in Cina.Nel tempo, i doni, sebbene siano stati ricondotti a valori molto più modesti per evitare qualsiasi ipotesi corruttiva, sono rimasti, come segno di cortesia internazionale, nelle visite di Stato e nelle visite ufficiali.Sorprendentemente, l’8 luglio scorso, al termine del Vertice NATO di Ankara, il presidente Recep Tayyip Erdoğan ha donato a ciascun Capo di Stato o di Governo ed ai Presidenti del Consiglio Europeo e della Commissione Europea un revolver Sarsilmaz SR 38, storico marchio locale, personalizzato con l’incisione del nome del destinatario e accompagnato da sei proiettili, un kit di pulizia e da una nota personale di Erdoğan che revocava i controlli turchi al possesso e all’esportazione di armi.Si può osservare, al riguardo, che il dono di un’arma da fuoco alla fine di un incontro focalizzato sulla difesa e sul riarmo ha un potente significato comunicativo di valenza geopolitica. Erdoğan, per un verso, ha voluto mostrare l’autosufficienza e la qualità tecnologica della Turchia nel settore degli armamenti, che ormai, in gran parte, non dipende più dalle autorizzazioni all’esportazione di Washington o delle capitali europee. Per altroverso, ritengo abbia scientemente teso una trappola burocratica ai leader occidentali, ben sapendo che le loro leggi interne avrebbero comportato difficoltà al momento dell’importazione nei diversi Paesi.Infatti, il regalo è finito subito nelle maglie delle severe leggi sul controllo delle armi dei Paesi ospiti. A quanto si è appreso, i primi ministri di Regno Unito, Germania, Svezia e Paesi Bassi hanno lasciato l’arma e le relative munizioni ad Ankara nelle rispettive sedi diplomatiche, sfruttando l’inviolabilità riconosciuta dall’articolo 22 della Convenzione di Vienna del 1961 sulle relazioni diplomatiche e la deroga presidenziale.Il primo ministro belga ed il presidente polacco, al rientro in patria, hanno consegnato l’arma alla polizia aeroportuale di Bruxelles e di Varsavia, mentre il premier canadese sembra abbia riportato la pistola ma non i proiettili.Per quanto riguarda il revolver donato al presidente Meloni, fonti governative hanno affermato che la pistola è stata presa in carico ad Ankara dal personale autorizzato a portare armi e, al rientro in Italia, è stata denunciata e quindi registrata a Palazzo Chigi, secondo la normativa applicabile ai doni ricevuti.In effetti, il Codice di comportamento dei dipendenti pubblici (D.P.R 62/2013), che è esteso per prassi alle cariche politiche di vertice, impone di non accettare doni il cui valore superi i 150 euro. Un revolver del genere con le incisioni personalizzate supera ampiamente questa soglia.Tuttavia la procedura seguita non sembra conforme alla normativa applicabile al controllo delle armi e delle munizioni, in particolare alla legge 18 aprile 1975, n. 110. Il revolver donato da Erdoğan rientra fra le armi corte comuni da sparo che, ai sensi dell’articolo 15 della legge, possono essere introdotte nel territorio italiano solo previa autorizzazione ministeriale. Altrimenti si integra il reato di importazione clandestina di armi e di porto abusivo di materiale esplodente.L’arma, che nel momento in cui è stata ricevuta dal presidente Meloni è divenuta proprietà indisponibile dello Stato, per entrare legittimamente in Italia avrebbe dovuto essere disattivata in Turchia, tramite fresatura della canna, eliminando il percussore e saldando il tamburo, il che l’avrebbe resa un pezzo di metallo inerte. Le munizioni avrebbero dovuto essere in ogni caso distrutte. È andata così?* Vicepresidente dell’Istituto Diplomatico Internazionale.* Articolo in mediapartnership con Giornale Diplomatico.