Più investimenti nella difesa, un ruolo crescente per gli alleati europei e la conferma del sostegno all’Ucraina. Il vertice Nato di Ankara si è chiuso con risultati più solidi di quanto lasciassero prevedere le tensioni della vigilia, riaffermando la centralità dell’articolo 5 e la necessità di affrontare le minacce senza contrapporre il fianco orientale a quello meridionale. Airpress ne ha parlato con Francesco Maria Talò, ambasciatore e inviato speciale dell’Italia per l’Imec, già consigliere diplomatico della presidente del Consiglio Giorgia Meloni e rappresentante permanente dell’Italia presso la Nato. Ha analizzato la tenuta dell’Alleanza, le opportunità per l’industria europea della difesa, il nuovo peso della Turchia e le prospettive che si aprono per il ruolo politico, militare e industriale dell’Italia.Ambasciatore Talò, come esce la Nato dal vertice di Ankara, più forte, più coesa e più credibile rispetto alla vigilia? E quali Paesi o attori hanno saputo valorizzare meglio questo appuntamento?Il vertice è andato senz’altro meglio del previsto. È un dato importante, considerando la grande attenzione e la tensione che lo accompagnavano. A osservare non erano soltanto gli alleati, ma il resto del mondo. Un’Alleanza che fonda sulla deterrenza una parte essenziale della propria strategia deve essere credibile, e la credibilità è soprattutto una questione di percezione.Da Ankara emerge una Nato diversa da quella che alcuni temevano. Non un’Alleanza in via di disgregazione o con problemi strutturali, ma un’organizzazione capace di dimostrare unità e responsabilità. Tutti gli attori, al di là delle differenze personali e caratteriali, hanno fatto prevalere con grande senso di responsabilità gli interessi comuni.Per comprendere pienamente il risultato del vertice bisogna distinguere tre livelli. Il primo è quello tecnico, spesso dimenticato nel dibattito pubblico. Ne ho una lunga esperienza personale. Esso riguarda il lungo e minuzioso lavoro diplomatico che precede ogni riunione, durante il quale gli alleati preparano i testi, cercano punti di equilibrio e costruiscono le condizioni per arrivare a decisioni condivise. La dichiarazione finale di Ankara, breve e chiara, è anche il risultato di questa preparazione.Il secondo livello è quello personale. È il più visibile, perché passa attraverso gli incontri tra i leader, le fotografie, le dichiarazioni e le eventuali polemiche. Le personalità contano e possono facilitare o complicare i rapporti, ma non bisogna lasciare che l’analisi del vertice si esaurisca nelle dinamiche individuali.Il terzo livello, quello decisivo, è politico. Riguarda gli interessi comuni degli alleati e la loro capacità di farli prevalere sulle differenze e del momento. Ad Ankara è accaduto proprio questo. Il lavoro tecnico ha preparato il terreno, i rapporti personali non hanno impedito l’intesa ma anzi, alla fine, dai leader è emersa la volontà politica di restare uniti davanti alle sfide condivise. È questa convergenza di interessi che continua a tenere insieme la Nato e che ne spiega la straordinaria longevità.Al summit e nell’Industry forum sono stati presentati grandi piani di investimento e numerosi accordi nel settore della difesa. Come possono tradursi concretamente in programmi realizzabili e capacità effettive? E quanto possono rappresentare un’opportunità per le industrie nazionali, comprese quelle italiane?Il primo tema è quello del burden sharing, cioè della condivisione degli oneri. I programmi possono andare avanti soltanto se ci sono risorse e investimenti. Questa volta i fondi cominciano a vedersi, anche se naturalmente non potranno materializzarsi tutti insieme.Le decisioni principali erano già state assunte lo scorso anno all’Aia, con l’obiettivo del 3,5% per la difesa e dell’1,5% per la sicurezza. Sono cifre che comportano programmi industriali importanti, finanziati in misura crescente dai Paesi europei.Come ha sottolineato Giorgia Meloni, tutto ciò deve rafforzare il pilastro europeo dell’industria della difesa. L’Europa non può limitarsi a firmare gli assegni, ma deve essere anche finanziatrice e produttrice. Alla condivisione finanziaria degli oneri deve corrispondere una condivisione produttiva, capace di aumentare le capacità e ridurre la frammentazione industriale.Accanto al burden sharing c’è poi il burden shifting, cioè uno spostamento delle responsabilità. Gli europei hanno chiesto per anni una pari dignità, ma pari dignità significa anche assumersi maggiori responsabilità. L’Europa deve diventare adulta nella difesa, continuando però a lavorare con gli Stati Uniti.Il rischio da evitare è il decoupling, cioè la separazione tra gli interessi di sicurezza americani e quelli europei. Gli Stati Uniti potranno ridurre o modificare la propria presenza per concentrarsi su altri teatri, ma devono restare impegnati in Europa. Un esempio concreto di questo nuovo equilibrio è la futura assunzione da parte dell’Italia del comando alleato Sud di Napoli, tradizionalmente affidato agli americani.Sul fronte ucraino è emerso un sostegno americano forse più consistente del previsto, anche attraverso l’apertura alla produzione dei sistemi Patriot. Allo stesso tempo, Kyiv si è presentata non soltanto come destinataria di aiuti, ma come portatrice di competenze tecnologiche e operative. Come interpreta questo cambiamento nella posizione degli Stati Uniti e nella percezione dell’Ucraina?Circa un anno fa si temeva la possibilità di un accordo tra russi e americani alle spalle dell’Ucraina e dell’Europa. Non è accaduto, perché è stato recuperato un dialogo con gli Stati Uniti e, soprattutto, perché gli europei hanno mantenuto un forte sostegno a Kyiv.Il risultato è dovuto alla forza, al coraggio e alle capacità degli ucraini, oltre che ai successi ottenuti sul terreno. Il primo è stato quello di non cedere di fronte a forze russe considerate da alcuni soverchianti. Il secondo riguarda le capacità tecnologiche e operative dimostrate.L’Ucraina sta facendo vedere di poter essere un partner, non soltanto un destinatario di aiuti. Può offrire indicazioni importanti su come si combatte una guerra moderna, restando impegnata in un conflitto difensivo per proteggere la propria indipendenza.Mi sembra che Donald Trump abbia compreso la necessità e l’utilità di lavorare insieme, mantenendo l’obiettivo di una pace il più possibile giusta e duratura. In questo quadro rientra anche l’ipotesi di produrre sistemi Patriot. La capacità produttiva è infatti una delle sfide principali, soprattutto per quanto riguarda le munizioni, e l’Ucraina dispone di competenze industriali significative.Il vertice ha anche riaffermato l’importanza dell’articolo 5 e di un approccio realmente a 360 gradi. Non ha più senso contrapporre il fianco Est al fianco Sud. Le sfide riguardano anche il Nord, l’Atlantico, l’Indo-Pacifico, le rotte, le catene del valore e i minerali critici. La Nato deve restare un’Alleanza regionale, ma avere una visione globale.La scelta di Ankara come sede del vertice ha riportato al centro il ruolo della Turchia, un alleato fondamentale per posizione geografica, capacità militari e rapporti con Russia, Ucraina e Medio Oriente. Che significato attribuisce a questa scelta e che cosa ci dice sul peso assunto oggi da Ankara nella Nato?La Turchia aspirava a ospitare il vertice da molti anni. Non è stata quindi una scelta legata soltanto alle circostanze del momento, ma il riconoscimento del peso di un grande alleato.Nel contesto attuale, Ankara ha rappresentato un ponte importante tra Stati Uniti ed Europa. Anche il rapporto personale tra Erdoğan e Trump, entrambi dotati di personalità forti, ha contribuito al buon esito del vertice.Per posizione geografica, impegno e priorità politiche, la Turchia è inoltre un perno rispetto alle due crisi più vicine e drammatiche, la guerra russo-ucraina e i conflitti in Medio Oriente. Confina con l’Iran e, attraverso il Mar Nero, con la Russia. È quindi direttamente collegata a entrambe le sfide e le affronta con una sensibilità in parte diversa sia da quella europea sia da quella americana.Ankara insiste inoltre sulla necessità di non considerare il terrorismo una minaccia di secondo livello rispetto alla Russia. È un’impostazione che richiama l’esigenza di guardare insieme al fianco Est e al fianco Sud su cui dobbiamo essere d’accordo.Guardando all’Italia, come esce il nostro Paese dal vertice di Ankara e quali prospettive si aprono ora per il suo ruolo all’interno dell’Alleanza?Il ruolo dell’Italia, insieme a quello degli altri Paesi europei, è destinato a crescere. Con questo vertice abbiamo accettato non soltanto maggiori spese, ma anche maggiori responsabilità. Non si può pretendere di bruciare le tappe, ma è necessario rispettare gli impegni assunti.L’Italia dispone inoltre di una stabilità politica e governativa che le conferisce forza, credibilità ed esperienza. Questo riguarda il presidente del Consiglio, ma anche Antonio Tajani e Guido Crosetto, che hanno ormai maturato una tale esperienza nei rispettivi incarichi da essere considerati interlocutori di punta nelle riunioni ministeriali della Nato.A ciò si aggiunge l’industria italiana della difesa, che può rappresentare uno dei perni attorno ai quali costruire un settore europeo più coeso. Leonardo è cresciuta nell’elettronica, nello spazio e nell’aeronautica e, anche attraverso gli accordi con Rheinmetall, si rafforza anche nel settore terrestre. Fincantieri è un protagonista mondiale, mentre la dimensione subacquea è destinata ad assumere un’importanza crescente.Conta poi la posizione geografica dell’Italia, al centro del Mediterraneo e lungo i collegamenti tra Europa, Africa e Indo-Pacifico. Da qui deriva il ruolo della nostra Marina nella tutela delle rotte e della libertà di navigazione.Si parla molto dello Stretto di Hormuz, ma per l’Italia Bab el-Mandeb può essere persino più importante. La Marina italiana è impegnata in quell’area e così svolge un’attività essenziale per l’economia nazionale, quindi per gli interessi diretti di tante famiglie. Sono temi concreti che hanno effetti sulla vita quotidiana dei cittadini, la dimostrazione che occorre superare il falso dilemma tra spese sociali e spese per la sicurezza, che servono a difendere il nostro benessere e il nostro modo di vivere.L’Italia possiede quindi un valore aggiunto politico, industriale e geoeconomico. Può essere un punto di raccordo verso l’Indo-Pacifico e verso l’Africa, che deve essere considerata sempre più come un continente del futuro. In questo quadro si inserisce anche la visione del Piano Mattei.