Da anni, ogni volta che l’Europa si confronta con l’ennesima ondata di sbarchi sulle proprie coste, la stessa formula ritorna nel dibattito pubblico: “bisogna aiutarli a casa loro”. Pochi però si soffermano su un dato scomodo: l’Occidente lo sta già facendo, da oltre sessant’anni, con miliardi di euro e dollari l’anno. Il problema non è la mancanza di aiuti. È che gli aiuti, così come sono stati concepiti, hanno fallito – e il 2026 sta fornendo la prova più clamorosa di questo fallimento.Un esperimento involontarioPoco più di un anno fa, l’amministrazione statunitense ha tagliato drasticamente i finanziamenti erogati tramite l’agenzia USAID, portando gli stanziamenti al livello più basso da un decennio. Francia, Germania, Giappone e Regno Unito hanno seguito a ruota, riducendo a loro volta i budget per la cooperazione allo sviluppo.Le previsioni erano catastrofiche: crollo delle economie più dipendenti dai donatori, dall’Etiopia al Sud Sudan, al Malawi. È successo qualcosa di diverso. L’economista Landry Signé ha osservato che gran parte del continente si è dimostrata più resiliente del previsto, e ha citato il caso dell’Etiopia, che a inizio 2026 ha rivisto al rialzo le proprie stime di crescita nonostante i tagli.Secondo le previsioni del Fondo Monetario Internazionale (FMI), nel 2026 l’Africa subsahariana crescerà a un ritmo superiore a quello dell’Asia nel suo complesso, con un Pil previsto tra il 4,3 per cento e il 4,6 per cento, contro circa il 4,1 della regione asiatica.Non è un dettaglio da poco. Per decenni ci è stato detto che senza gli aiuti internazionali l’Africa sarebbe collassata. Ora che gli aiuti si stanno effettivamente prosciugando, buona parte del continente non solo non collassa, ma accelera. È esattamente la tesi che un filone di pensiero economico africano – con radici profonde e oggi più attuale che mai – sostiene da tempo: gli aiuti non sono la soluzione. Sono, in molti casi, parte del problema.60 anni di aiuti, 60 anni di dittatureLa storia è nota agli economisti africani, meno al pubblico occidentale. L’economista ghaniano George Ayittey ha argomentato che la vera tragedia per lo sviluppo del continente non è iniziata con il colonialismo, ma con l’indipendenza: i finanziamenti esteri, invece di rafforzare le economie locali, hanno finito per irrobustire élite politiche predatorie, che hanno usato gli aiuti come rendita di posizione anziché come leva di sviluppo.Gli esempi non mancano. Nella Repubblica Democratica del Congo, i finanziamenti internazionali hanno sostenuto per decenni il regime cleptocratico di Mobutu Sese Seko, per poi finanziare le elezioni contestate e violente sotto Joseph Kabila, succedutogli nel 2001. La situazione non è migliorata sotto l’attuale presidente, Félix Tshisekedi.Il risultato di sessant’anni di aiuti: la Repubblica Democratica del Congo, il Paese più ricco di risorse minerarie del continente, resta tra i più poveri al mondo, con una delle aspettative di vita più basse del pianeta.Negli anni Ottanta, un’agenzia di sviluppo norvegese costruì un impianto di congelamento del pesce nel nord del Kenya, salvo scoprire che per farlo funzionare serviva più energia di quanta ne producesse l’intera regione.Nello stesso periodo, in Tanzania furono investiti dieci milioni di dollari per costruire un impianto di lavorazione degli anacardi, con una capacità tripla rispetto all’intera produzione nazionale. I costi di lavorazione erano talmente alti che risultava più economico spedire gli anacardi fino in India per farli lavorare là, piuttosto che usare l’impianto costruito apposta in Tanzania.Non sono aneddoti isolati. Sono il sintomo di un modello: quando l’aiuto arriva ai governi anziché ai mercati tende a finanziare progetti pensati a tavolino a Bruxelles, Roma o Washington, non le esigenze reali delle economie locali. E quando l’aiuto sostiene direttamente le casse dello Stato, come ha osservato l’economista dello Zambia Dambisa Moyo nel suo celebre Dead Aid, finisce per deresponsabilizzare la classe politica: perché un governo dovrebbe rendere conto ai propri cittadini, se il proprio bilancio dipende dai donatori esteri e non dalle tasse pagate da un’economia produttiva?Il paradosso degli aiuti “per fermare i migranti”C’è poi un secondo livello di fallimento, ancora più inquietante: quello degli aiuti pensati esplicitamente per contenere l’immigrazione. Un rapporto della Corte dei Conti europea ha rilevato che il Fondo Fiduciario per l’Africa, nato al culmine della crisi migratoria del 2015 con oltre cinque miliardi di euro di dotazione, ha finanziato progetti scollegati dagli obiettivi dichiarati – dal restauro di un teatro romano in Libia alla fornitura di attrezzature sportive in scuole prive di infrastrutture di base – insieme a rischi documentati di violazioni dei diritti umani nelle attività di controllo delle frontiere in Libia.Il meccanismo è sempre lo stesso: l’aiuto pubblico, quando passa attraverso i governi anziché attraverso i mercati e la società civile, tende a essere catturato da interessi di breve termine – europei o africani che siano – invece di generare sviluppo duraturo.Due scuole libertarie, un solo verdettoTra gli economisti africani critici degli aiuti internazionali esistono due scuole di pensiero, spesso in disaccordo tra loro, ma concordi su un punto: la dipendenza dagli aiuti va spezzata.La prima, di impostazione più smithiana, è rappresentata da Dambisa Moyo: prima viene la crescita economica, attraverso il libero mercato e gli investimenti diretti esteri; la democratizzazione, per quanto desiderabile, può attendere. La seconda, rappresentata da Ayittey, sostiene l’opposto: senza istituzioni indipendenti – una banca centrale autonoma, una stampa libera, una magistratura indipendente, una commissione elettorale credibile – nessuno sviluppo economico può essere duraturo, perché resta ostaggio dell’arbitrio del potere.Entrambe le scuole, pur partendo da premesse diverse, convergono su un punto cruciale e squisitamente liberale: lo sviluppo dell’Africa non può essere imposto dall’esterno con trasferimenti di denaro pubblico, ma deve nascere dall’iniziativa privata e dalle istituzioni che proteggono la libertà economica e individuale.Il modello alternativo: l’Afro-capitalismoUn contributo interessante viene dall’imprenditore nigeriano Tony Elumelu, che ha coniato il termine “Afro-capitalismo”: un modello in cui il settore privato africano, non i governi né i donatori, guida lo sviluppo del continente attraverso investimenti di lungo periodo. L’idea centrale è che il vero aiuto non consiste nel “dare”, ma nel creare opportunità economiche che rendano le persone autosufficienti – preservando la dignità, invece di alimentare la dipendenza.Non è un’idea astratta. Prima ancora dell’arrivo del colonialismo, come ha osservato Ayittey, le società tribali africane praticavano una forma di capitalismo comunitario, fondato sulla libertà di intraprendere un’attività economica e su reti di protezione informali in caso di fallimento. Furono le politiche socialiste post-indipendenza – l’Ujamaa di Julius Nyerere in Tanzania ne è l’esempio più citato – a smantellare quella cultura imprenditoriale, sostituendola con la statalizzazione dell’economia. I risultati furono disastrosi: negli anni della presidenza Nyerere, l’economia tanzaniana ebbe una contrazione in media dello 0,5 per cento l’anno.Una nuova generazione, se l’Occidente la ascoltaC’è oggi in Africa una generazione di economisti, giornalisti e imprenditori – quelli che Ayittey chiama, con un’immagine efficace, i “ghepardi” contrapposti agli “ippopotami” del vecchio establishment – che non cerca più alibi nel colonialismo o nell’imperialismo per spiegare l’arretratezza dei propri Paesi, ma propone soluzioni concrete: istituzioni indipendenti, libertà di stampa, libero mercato, tutela della proprietà privata.Dal Ghana al Kenya, dalla Nigeria alla Tanzania, decine di think tank liberali – IMANI, l’Inter Region Economic Network, l’African Liberty Organization For Development – lavorano da anni in questa direzione, spesso ignorati dai governi occidentali, più abituati a dialogare con le cancellerie che con la società civile.ConclusioniI dati del 2026 offrono un’occasione rara: un banco di prova su scala continentale, in cui il taglio degli aiuti non ha prodotto il collasso previsto, ma in molti casi ha coinciso con un’accelerazione della crescita. Non significa che l’aiuto umanitario d’emergenza – di fronte a carestie, guerre, catastrofi naturali – debba essere abolito: resta, in quei contesti, insostituibile.Significa che il modello di cooperazione allo sviluppo “government-to-government”, pensato per costruire economie funzionanti, ha fallito nel suo scopo dichiarato, e continua a farlo. Se l’Europa vuole davvero ridurre la pressione migratoria, non le serve un nuovo Piano Marshall per l’Africa – un continente che, a differenza dell’Europa del Dopoguerra, deve costruire istituzioni di mercato da zero, non ricostruirle.Le serve piuttosto imparare ad ascoltare i “ghepardi” africani: gli imprenditori, i giuristi indipendenti, i giornalisti liberi, che da tempo indicano la stessa direzione. Solo un’Africa libera di commerciare, di intraprendere e di autogovernarsi potrà offrire ai suoi cittadini buone ragioni per restare – non perché non abbiano altra scelta, ma perché a casa propria trovano davvero un futuro.L'articolo Africa, ecco perché gli aiuti allo sviluppo hanno fallito proviene da Nicolaporro.it.