di Yari Lepre Marrani – La tregua tra Stati Uniti e Iran, raggiunta solo poche settimane fa, appare sempre più come una pausa formale priva di reale efficacia. Gli sviluppi sul terreno dimostrano che il confronto tra Washington, Tel Aviv e Teheran non si è affatto concluso e che la strategia occidentale, fondata sull’idea di indebolire la Repubblica Islamica attraverso bombardamenti mirati e pressione militare, non ha prodotto gli effetti sperati. Al contrario, il sistema politico e militare iraniano ha dimostrato una notevole capacità di assorbire i colpi, mantenendo intatta la propria struttura di comando e la propria capacità di risposta.L’idea che una campagna di raid aerei avrebbe costretto Teheran ad accettare una resa negoziale è stata rapidamente smentita dai fatti. Dopo i nuovi bombardamenti condotti dal Comando Centrale degli Stati Uniti contro obiettivi iraniani, la risposta delle Guardie della Rivoluzione Islamica è stata immediata. I Pasdaran hanno rivendicato gli attacchi contro installazioni militari statunitensi presenti in Kuwait e Bahrein, accompagnando le operazioni con un chiaro messaggio politico: qualsiasi Paese che continui a ospitare o sostenere le attività militari americane potrebbe diventare un bersaglio.Nello stesso tempo, il quadro operativo resta caratterizzato da un’elevata incertezza. Le esplosioni registrate a Bandar Abbas e nei pressi del sito nucleare di Bushehr, pur non rivendicate ufficialmente dagli Stati Uniti e accompagnate dalle smentite della Casa Bianca, alimentano il sospetto che proseguano attività di sabotaggio o operazioni coperte riconducibili a Israele o agli Stati Uniti. Tutto questo conferma come il cessate il fuoco esista ormai più sul piano diplomatico che su quello militare.Anche sul fronte interno iraniano le aspettative occidentali sembrano essersi rivelate errate. La morte della Guida suprema Ali Khamenei avrebbe dovuto aprire una fase di instabilità politica e di crisi del consenso. Le imponenti cerimonie funebri iniziate a Teheran il 4 luglio hanno invece offerto un’immagine profondamente diversa. La partecipazione di milioni di persone ha mostrato una mobilitazione popolare che difficilmente può essere interpretata esclusivamente come il risultato di un’organizzazione statale. Il lutto collettivo ha rafforzato il legame tra una parte consistente della popolazione e l’identità politica e religiosa della Repubblica Islamica.Le manifestazioni hanno inoltre alimentato un rinnovato sentimento nazionalista e antioccidentale. L’esposizione della salma di Khamenei si è trasformata in un momento di ricompattamento nazionale, nel quale l’aggressione esterna è stata percepita come una minaccia all’intero Paese più che al solo regime. Parallelamente la transizione verso la nuova Guida suprema Mojtaba Khamenei si è svolta senza le fratture sistemiche che molti osservatori avevano previsto, grazie soprattutto al ruolo di garanzia esercitato dai Pasdaran, che hanno mantenuto il controllo delle principali leve della sicurezza e dell’organizzazione interna.Secondo questa lettura, proprio la sopravvivenza e il consolidamento dell’apparato dei Pasdaran rappresentano l’indicatore più evidente del fallimento della strategia israelo-statunitense. La campagna militare sarebbe stata costruita su presupposti dottrinali inadeguati, fondati sull’idea che l’eliminazione dei vertici politici avrebbe automaticamente provocato il collasso dell’intero sistema. In realtà, le Guardie della Rivoluzione costituiscono una struttura reticolare, decentrata e progettata proprio per garantire la continuità del potere anche in caso di decapitazione della leadership.Anche i bombardamenti sulle infrastrutture civili e il blocco economico avrebbero prodotto effetti opposti rispetto a quelli previsti. Piuttosto che alimentare il dissenso, hanno favorito il fenomeno noto come rally “round the flag” rafforzando il sostegno verso l’unica organizzazione percepita come capace di garantire sicurezza e continuità dello Stato. A questo si aggiunge un elemento spesso sottovalutato: i Pasdaran non rappresentano soltanto un’élite militare, ma controllano una parte significativa dell’economia iraniana, dalle grandi infrastrutture ai settori energetici e industriali. Finché questa rete economica continuerà a funzionare, la superiorità aerea occidentale difficilmente potrà modificare gli equilibri politici interni.Sul piano diplomatico, Teheran continua a utilizzare la leva geopolitica dello Stretto di Hormuz come principale strumento di pressione. Le dichiarazioni del presidente del parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, sintetizzano chiaramente questa impostazione: «Non sprecate energie, affonderete ancora di più. Lo Stretto di Hormuz si apre solo con gli accordi iraniani, non con le minacce americane». Il messaggio è che la sicurezza della principale via marittima energetica mondiale non dipende più soltanto dalle regole del diritto internazionale, ma dalla disponibilità degli Stati Uniti ad accettare un nuovo equilibrio negoziale.Secondo questa impostazione, ogni azione militare contro l’Iran comporterà inevitabilmente un costo crescente per il traffico commerciale internazionale e per le basi americane presenti nella penisola Arabica. In assenza di un’operazione terrestre capace di occupare stabilmente il Paese, Washington e i suoi alleati dovranno confrontarsi con una strategia di logoramento asimmetrico destinata a prolungarsi nel tempo.Il quadro mediorientale della seconda metà del 2026 sembra quindi mettere in discussione l’efficacia della sola pressione militare ed economica contro un sistema politico profondamente integrato con le proprie strutture di sicurezza. I funerali di Ali Khamenei hanno mostrato un Paese colpito dalla guerra ma lontano dal collasso immaginato da molti centri di analisi occidentali. I Pasdaran continuano a rappresentare il principale centro di gravità del potere iraniano, sia nella gestione della transizione politica sia nella conduzione del confronto con Stati Uniti e Israele. Finché questa realtà continuerà a essere sottovalutata, ogni tregua rischierà di trasformarsi soltanto in una pausa temporanea destinata a lasciare spazio a nuove escalation.