Un nuovo colosso della difesa si sta affermando in Europa. Da piccola azienda che commerciava in equipaggiamenti sovietici dismessi a società miliardaria, la ceca Czechoslovak Group (Csg) si candida oggi a diventare uno dei nuovi campioni industriali del Vecchio continente, e nei suoi piani rientra anche l’Italia. Fondata nel 1995 da Jaroslav Strnad come Excalibur Army, l’azienda è passata nel 2018 al figlio Michal, che ne ha fatto un gruppo multinazionale con oltre cento controllate e più di 14mila dipendenti tra Europa e Stati Uniti. Con una crescita record negli ultimi anni e una strategia imperniata su espansioni strategiche mirate, quello di Csg è un esempio unico nel panorama industriale europeo della difesa, tradizionalmente dominato dagli storici attori dell’Europa occidentale. E questo sembra essere solo l’inizio. L’intervista di Airpress con David Chour, Chief operating officer di Csg.Csg è una delle realtà industriali europee più dinamiche degli ultimi anni. Tra il 2021 e il 2024, i ricavi sono passati da circa 600 milioni a oltre 4 miliardi di euro. A cosa riconduce questa crescita?La nostra crescita è stata guidata da diversi fattori che hanno agito in sinergia. Innanzitutto, abbiamo perseguito una strategia di lungo periodo volta a costruire solide capacità industriali, piuttosto che limitarci a espandere il nostro portafoglio. Investiamo nella manifattura, nelle tecnologie e nelle persone, rafforzando al contempo la nostra posizione lungo l’intera catena del valore della difesa.In secondo luogo, Csg è stata in grado di individuare opportunità strategiche e portare a termine con successo le acquisizioni. Integriamo le aziende rispettandone l’eredità, i marchi e il know-how, consentendo loro di crescere all’interno di un ecosistema industriale più ampio.Infine, la nostra crescita riflette la fiducia dei nostri clienti. Da molti anni siamo un fornitore affidabile per le forze armate e le organizzazioni di sicurezza di tutto il mondo, consegnando prodotti di alta qualità nei tempi previsti e continuando a investire in innovazione e capacità produttiva.Dall’invasione dell’Ucraina a oggi, il settore della difesa è andato incontro a un’espansione che non si vedeva dai tempi della Guerra Fredda. Ritiene che si tratti di un trend di lungo periodo? Se sì, perché?Sì, credo che si tratti di un trend strutturale di lungo periodo, e non di una reazione temporanea alla guerra in Ucraina. L’aggressione russa ha cambiato radicalmente il contesto di sicurezza europeo, ma la sfida è ancora più ampia. I Paesi europei si stanno assumendo una maggiore responsabilità per la propria difesa, pur restando pienamente impegnati nell’alleanza transatlantica.La guerra in Ucraina ha anche trasformato il pensiero militare. Le forze armate stanno ricostituendo le scorte di munizioni, modernizzando le forze terrestri, investendo nella protezione contro i droni e introducendo droni e munizioni a guida di precisione su una scala senza precedenti. Per rispondere a queste esigenze non bastano nuovi programmi di procurement: serve una base industriale molto più solida. L’Europa deve ricostruire capacità manifatturiere critiche e garantirsi catene di approvvigionamento resilienti.Allo stesso tempo, sono fermamente convinto che le crescenti capacità di difesa europee debbano integrare, e non sostituire, la cooperazione transatlantica. Le industrie della difesa europea e americana sono più forti quando lavorano insieme.L’Europa si è impegnata in un percorso di rafforzamento della propria base industriale della difesa senza precedenti. Eppure, la strada da fare è ancora tanta. Se dovesse riassumere le sfide più importanti per il comparto, quali sarebbero?La prima sfida è ricostruire catene di approvvigionamento europee resilienti. In ambiti come la produzione di munizioni, l’Europa non può permettersi di dipendere da materiali critici provenienti da Paesi esterni all’alleanza. Questo vale a partire dalle capacità industriali di base, inclusa la produzione di nitrocellulosa, Tnt e altri materiali strategici.La seconda sfida è adattarsi alle nuove realtà della guerra moderna. Così come le forze armate stanno cambiando le proprie dottrine, anche l’industria della difesa deve evolversi. L’Europa ha bisogno di ampliare la propria capacità di produrre non solo munizionamento convenzionale, ma anche droni, munizioni a guida di precisione e sistemi di difesa aerea e anti-drone a costi contenuti, su larga scala.La terza sfida è superare la frammentazione. L’industria della difesa europea resta fortemente frammentata. La stessa crescita di Csg dimostra un possibile approccio: abbiamo costruito il nostro gruppo integrando aziende industriali specializzate nei Paesi Nato, preservandone al contempo il know-how e l’identità. Allo stesso tempo, continuiamo a investire in capacità del tutto nuove. Ad esempio, stiamo costruendo smart factory all’avanguardia sia in Repubblica Ceca sia negli Stati Uniti, per produrre sistemi propulsivi destinati a droni e missili guidati, a sostegno della prossima generazione di tecnologie per la difesa.Nel 2024 Csg ha acquisito l’americana Kinetic Group rendendo il vostro, di fatto, un gruppo industriale transatlantico. In un momento in cui il dibattito industriale tende a polarizzarsi tra il Buy American e il Buy European, qual è la vostra posizione al riguardo?Crediamo fermamente nel partenariato transatlantico e nel suo ulteriore sviluppo. L’idea che l’Europa debba assumersi maggiori responsabilità per la propria difesa e investire di più nelle proprie capacità non nasce con l’attuale dibattito politico negli Stati Uniti: se ne discute da decenni.Allo stesso tempo, consideriamo gli Stati Uniti il mercato della difesa più importante al mondo. Rispetto all’Europa, hanno il vantaggio di non essere frammentati tra decine di Paesi. Ma per avere successo nel mercato statunitense bisogna produrre lì e creare posti di lavoro americani. Fiocchi ne è un buon esempio: pur essendo un’azienda italiana, opera su entrambi i continenti e dispone di due stabilimenti produttivi negli Stati Uniti.La sfida della capacità produttiva è condivisa sia dall’Europa sia dagli Stati Uniti. Dopo decenni di investimenti ridotti nel periodo successivo alla Guerra Fredda, nessuna delle due parti dispone di capacità industriale sufficiente in diversi ambiti critici, dalle munizioni di grande calibro ai missili da difesa aerea. Sia l’Europa sia gli Stati Uniti devono inoltre sviluppare la capacità di produrre su larga scala sistemi di difesa aerea e anti-drone accessibili, così come droni offensivi. Per questo non consideriamo la questione come una scelta tra Buy European e Buy American. La vera risposta è la cooperazione. Le industrie della difesa europea e americana sono molto più forti quando lavorano insieme. Aziende come Palantir e Anduril si stanno espandendo in Europa, e non c’è motivo per cui le aziende europee non possano essere presenti sul mercato statunitense. Il Pentagono è interessato ad attori agili e innovativi, capaci di consegnare nei tempi e nei budget previsti.L’anno scorso, invece, Csg ha acquisito il 100% di Fiocchi Munizioni e l’80% di Perazzi, entrambe storiche aziende della filiera italiana. Che valore hanno l’Italia e queste acquisizioni per la vostra strategia industriale? Intendete proseguire la vostra espansione nel Paese?Prima di tutto vorrei chiarire un punto. Fiocchi fa parte di Csg ed è un membro importante della nostra divisione Ammo+, dedicata alle munizioni di piccolo calibro, insieme a The Kinetic Group negli Stati Uniti. Perazzi è un produttore di fucili da caccia e tiro sportivo di livello mondiale, ma non fa parte di Csg: è di proprietà diretta di Michal Strnad. Questa separazione riflette la nostra volontà di mantenere Csg, in quanto gruppo quotato in borsa, focalizzata sulle attività dell’industria della difesa.L’Italia è una delle culle dell’industria europea e vanta una tradizione industriale della difesa solida e molto rispettata. Per Csg, quindi, l’Italia è un paese strategicamente importante. Vogliamo avere una presenza di lungo periodo, ampliare la nostra impronta industriale e creare posti di lavoro. Questo vale non solo per le munizioni di piccolo calibro attraverso Fiocchi, ma potenzialmente anche per la nostra filiera della difesa più ampia, incluse le munizioni di grande calibro. Siamo interessati a crescere in Italia, anche attraverso acquisizioni, ma naturalmente non posso commentare su potenziali target specifici.L’Europa è alla ricerca di nuovi campioni industriali continentali e, con la crescita di questi anni, voi siete uno dei candidati più in vista per questo ruolo. Quali sono i vostri piani per il futuro?Stiamo lavorando duramente affinché la crescita straordinaria di Csg possa proseguire. Uno dei nostri punti di forza è che il nostro Ceo, Michal Strnad, è anche l’azionista di maggioranza. È fortemente impegnato, a livello personale, nello sviluppo di lungo periodo del gruppo e ne guida la crescita. Questa struttura proprietaria ci permette di prendere decisioni rapidamente, sia sul piano strategico sia per quanto riguarda acquisizioni, investimenti o contratti di rilievo. Allo stesso tempo, Csg sta attraendo professionisti di esperienza dalle principali aziende della difesa europee e globali, il che rafforza ulteriormente la nostra capacità di gestire una crescita internazionale. Guardando al futuro, vogliamo continuare a rafforzare le nostre catene di approvvigionamento e a integrare verticalmente la produzione, in particolare nelle munizioni di grande calibro e nei sistemi terrestri. Parallelamente, puntiamo ad accelerare in modo significativo nei sistemi di difesa aerea e anti-drone, così come nei droni offensivi e nei missili guidati.Csg ha inoltre un vantaggio specifico: veniamo da un Paese piccolo, con un esercito relativamente ridotto. I mercati export sono sempre stati essenziali per noi. Questo ci ha resi flessibili, orientati al cliente e capaci di adattarci alle esigenze delle Forze armate e delle organizzazioni di sicurezza di tutto il mondo. Il contesto della sicurezza sta cambiando rapidamente e dobbiamo adattarci con la stessa velocità dei nostri clienti, la maggior parte dei quali sono le forze armate e i servizi di sicurezza dei Paesi Nato e delle nazioni alleate.