Monte dei Paschi, servizi e spie: le ombre sulla banca rossa

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L’Italia è diventata uno dei crocevia mondiali della nuova guerra delle spie. Gli ultimi a finire sotto i riflettori sono i russi. Roma assomiglia sempre più a un suk. Intelligence russa, cinese, americana, francese, inglese, perfino iraniana e pakistana. Con algoritmi e AI che incrociano in pochi secondi milioni di dati: frequentazioni, spostamenti, interessi e vulnerabilità. Gli arresti di ex appartenenti ai Servizi italiani accusati di aver venduto informazioni riservate e le recenti espulsioni di funzionari russi non sembrano, dunque, episodi isolati. Guido Crosetto parla apertamente di «guerra ibrida». E la domanda che circola nei Palazzi è semplice: sappiamo davvero individuare chi ci spia?Nel nostro risiko bancario, ad esempio, con i servizi francesi in attività permanente c’è stata una narrazione, sulla quale si è molto sussurrato nei corridoi dell’intelligence, smentita dai tribunali soltanto dopo dieci anni. È il caso Monte dei Paschi di Siena, la banca più antica del mondo. Fermo il giudizio definitivo delle sentenze, la questione merita di essere politicamente riaperta perché le assoluzioni e le pronunce civili impongono una rilettura degli eventi. Per oltre un decennio la vicenda è stata raccontata come una tragedia tra contrade con qualche incappucciato e un morto che grida vendetta: una banca mal gestita, amministratori irresponsabili, finanza creativa, nuovi vertici chiamati a fare pulizia e una magistratura incaricata di separare definitivamente il bene dal male. Una sceneggiatura perfetta. Peccato che, col passare del tempo, i verdetti abbiano cominciato a raccontare un copione diverso.La Corte d’Appello di Milano ha assolto gli imputati nel processo relativo alle operazioni finanziarie finite al centro dello scandalo, decisione divenuta definitiva nel febbraio 2025. Poi è arrivato il Tribunale civile di Firenze, che ha rigettato l’azione di responsabilità promossa dalla stessa Mps contro i vecchi vertici, Giuseppe Mussari e Antonio Vigni. Se i due manager non sono colpevoli nei termini sostenuti per anni, la sceneggiatura comincia a vacillare. E il quadro diventa ancora più inquietante quando la Commissione parlamentare sulla morte di David Rossi ha iniziato ad avere dubbi sulla ricostruzione del suo presunto suicidio. Qualcuno dovrebbe cominciare a rispondere a qualche legittima domanda. Nel maggio 2012 Bankitalia impose una netta discontinuità manageriale: fuori il tandem Vigni-Mussari, dentro Fabrizio Viola e Alessandro Profumo, quest’ultimo la punta di diamante dei banchieri in odor di Botteghe Oscure.A ottobre, pochi mesi dopo, alla vigilia dell’assemblea che deliberò un aumento di capitale per salvare la banca senese, partì il famoso esposto alla Procura sul ritrovamento in cassaforte del Mandate Agreement, presentato come la prova dell’occultamento della cosiddetta «operazione Alexandria», l’accordo tra Mps e Nomura la più grande banca d’investimento del Giappone. Le sentenze hanno poi stabilito che il patto con Nomura non era affatto nascosto: risultava infatti protocollato e custodito all’interno della banca e il collegamento tra i contratti emergeva di fatto dagli stessi atti già trasmessi alla vigilanza. Anche la ricostruzione delle perdite è stata fortemente ridimensionata. Alexandria e Santorini erano operazioni certamente sofisticate, ma va detto che schemi analoghi erano stati utilizzati anche da altri istituti, senza però provocare quel terremoto mediatico e giudiziario dedicato a Siena.Anche questa differenza di trattamento meriterebbe, forse, qualche spiegazione. Quell’esposto provocò effetti devastanti. La reputazione di Mps venne demolita, partì la corsa agli sportelli e una crisi, già gravissima, divenne esiziale. Le sofferenze creditizie raggiunsero i 40 miliardi di euro: non solo recessione e cattiva gestione, ma anche fuga dei clienti da un istituto percepito come moribondo. Intervenne lo Stato e Siena perse definitivamente il controllo del proprio destino. Era indispensabile quell’esposto? Era necessario incendiare pubblicamente Mps per salvarla o qualcuno confuse il piromane con il pompiere? E soprattutto, perché la banca ha continuato una strategia processuale contro i precedenti vertici anche quando l’impianto accusatorio cominciava a sgretolarsi? È qui che la vicenda smette di essere soltanto bancaria e diventa politica.Nel 2012 Alessandro Profumo arrivò alla presidenza di Mps nel suo momento storicamente più fragile. Dal marzo 2011 il manager sedeva già nel consiglio di sorveglianza di Sberbank, la più importante banca russa, controllata dallo Stato ed era membro dell’International Advisory Board della brasiliana Itaú Unibanco. Nessuna incompatibilità e nessun illecito, ma la domanda politica resta: era opportuno che il presidente di una banca sistemica italiana, impegnato disperatamente nella ricerca di capitali e di un nuovo equilibrio proprietario, spaziasse dal Brasile alla Russia, entrambi membri Brics? Parliamo dello stesso banchiere che, anni prima, aveva cercato di rafforzare la partecipazione libica nel capitale di UniCredit senza il preventivo benestare del suo cda. Un episodio che gli costò la poltrona, seppur accompagnato da una generosissima liquidazione grazie all’interessamento del presidente Andreotti, come due autorevoli consiglieri del tempo Enrico Cucchiani e Fabrizio Palenzona ben ricordano.Oggi cerchiamo gli agenti russi sotto i tappeti, ma allora la Russia sedeva nei consigli di amministrazione di alcune tra le principali istituzioni finanziarie internazionali. In quegli stessi anni circolarono persino indiscrezioni su un possibile interesse di capitali russi verso Mps. Non esistono prove di un tentativo di scalata russa alla banca senese, ma il contesto finanziario era reale: nel 2012 il fondo Pamplona, storicamente considerato vicino alla galassia Putin, entrò legittimamente nel capitale di UniCredit, la banca guidata, fino a poco prima, proprio da Profumo. Una coincidenza non è una prova. Ma una commissione parlamentare avrebbe dovuto approfondire e invece non è accaduto. Resta però una domanda: nel 2012 Mps deliberò un enorme aumento di capitale. Chi avrebbe dovuto sottoscriverlo? Se davvero non esistevano nuovi azionisti all’orizzonte, perché avviare un’operazione del genere nel momento più delicato della banca?È una domanda rimasta senza risposta, soprattutto alla luce dei movimenti di capitale che negli stessi mesi interessarono altre grandi banche italiane. Nel 2017 Giorgia Meloni, allora all’opposizione, chiedeva conto a Banca d’Italia della mala gestio di Mps. Oggi, da presidente del Consiglio, potrebbe chiedere di rileggere quelle carte per verificare se, dietro quel brusio su capitali russi e nuovi soci, ci fosse qualcosa di più di indiscrezioni prive di fondamento. Ma la pista internazionale della crisi Mps è rimasta ai margini. Eppure la banca senese è ancora oggi al centro del risiko tra Mediobanca e Generali con le lobby francesi in stato d’allerta che in Italia possono contare sulla simpatia di almeno tre ex presidenti del consiglio Gentiloni, Letta e Draghi. Anche per questo, alcune domande di allora meritano una risposta. Il dibattito pubblico ha preferito una rappresentazione geometrica: i cattivi, i salvatori, la magistratura purificatrice. Un triangolo visto molte volte. Ma chi paga, se poi la narrazione è sbagliata? O le colpe si dissolvono nel grande condominio delle istituzioni?Il problema, dunque, è anche di sicurezza nazionale: chi controlla la coerenza geopolitica delle nomine ai vertici delle banche e delle grandi aziende sistemiche italiane. La storia giudiziaria di Mps può anche essere terminata; quella politica, invece, non è mai davvero cominciata. E forse è proprio questo il segreto meglio custodito di Siena, quasi quanto le trattative un attimo prima che il canapo cada e il mossiere dia la mossa.Luigi Bisignani per Il Tempo 12 luglio 2026L'articolo Monte dei Paschi, servizi e spie: le ombre sulla banca rossa proviene da Nicolaporro.it.