Scoperto un calendario dell’813 che mette a confronto le date convenzionali con quelle dei fenomeni celesti. Si tratta di un manoscritto, custodito a Firenze nella Biblioteca Medicea Laurenziana, che quantifica e corregge uno scarto di tre giorni tra il calendario giuliano e l’anno solare, ben 700 anni prima che il problema venisse risolto nel 1582 con la Riforma Gregoriana.I suoi compilatori, dimostrando già all’inizio del IX secolo di saper misurare con precisione gli errori del calendario giuliano, avevano capito che il sistema cronologico allora in uso non seguiva con precisione il moto reale del Sole. Secondo i loro calcoli le date dei fenomeni celesti risultavano, infatti, anticipate di circa tre giorni, rispetto a quelle ufficiali indicate nel calendario giuliano.Il ritrovamento del manoscritto contribuisce, quindi, a rivalutare le competenze astronomiche già molto avanzate per l’epoca e valorizza il ruolo di Firenze nella cultura scientifica carolingia.La scoperta si deve ad uno studio condotto da Francesco Vizza, ricercatore associato del Consiglio nazionale delle Ricerche, già direttore dell’Istituto di chimica dei composti organometallici (Cnr-Iccom) e studioso della storia del calendario gregoriano, con la collaborazione di Giuseppe Giari, archivista dell’Opera di Santa Maria del Fiore.“Il calendario – spiega Francesco Vizza – si trovava in un Sacramentario proveniente dall’Opera del Duomo e sebbene fosse già stato segnalato nel 1757 dall’astronomo gesuita Leonardo Ximenes, il suo significato, per la storia dell’astronomia e della misura del tempo, non era mai stato adeguatamente valorizzato. La storiografia – aggiunge – ha tradizionalmente sostenuto che soltanto a partire dal XIII secolo si sviluppò una piena consapevolezza dello scarto tra il calendario giuliano e l’anno solare”.Il calendario giuliano, introdotto da Giulio Cesare nel 46 a.C., attribuiva all’anno una durata media di 365 giorni e un quarto, prevedendo un giorno aggiuntivo ogni quattro anni. “Pur rappresentando una riforma di straordinaria efficacia – continua Vizza – esso risultava leggermente più lungo dell’anno reale e accumulava quindi un errore che, nel corso dei secoli, determinava un progressivo anticipo degli equinozi e dei solstizi. La correzione di tale discrepanza sarebbe arrivata soltanto nel 1582 con la riforma gregoriana ideata da Luigi Lilio, con il calendario oggi adottato dalla quasi totalità dell’umanità”.Come spiegano i ricercatori, Beda il Venerabile, già nell’VIII secolo, aveva intuito l’esistenza di questo scostamento, ma ne aveva sottovalutato l’importanza; solo più tardi l’astronomo arabo Al-Battani (ca. 858–929) ne avrebbe fornito una valutazione più accurata. Si comprende come, in questo contesto, il manoscritto fiorentino riveli un valore eccezionale. “Esso riporta infatti – sottolinea Vizza – sia le date tradizionali del computo ecclesiastico del calendario giuliano, sia quelle corrispondenti agli effettivi fenomeni celesti. L’equinozio di primavera è mantenuto al 21 marzo secondo la tradizione stabilita dal Concilio di Nicea nel 325, mentre l’ingresso del Sole in Ariete è registrato il 18 marzo. Lo stesso anticipo di tre giorni compare anche per gli altri equinozi e solstizi dell’anno. Queste annotazioni dimostrano che i compilatori avevano individuato e quantificato con notevole precisione l’errore accumulato dal calendario giuliano. Le date riportate – conclude – corrispondono infatti a uno scarto di circa tre giorni, in sostanziale accordo con quanto ricostruito dall’astronomia moderna per l’inizio del IX secolo”.Il manoscritto fiorentino precede di circa trent’anni quello di Prüm in Germania databile all’840, con il quale presenta sorprendenti analogie, tanto da suggerire una fonte comune come il Reichskalender (calendario dell’impero) ricostruito dallo storico Arno Borst oppure una più ampia rete di scambi tra i centri computistici dell’Impero. (Rita Lena)