Nei giorni scorsi i media si sono precipitati a diffondere le statistiche dell’Employment Outlook del primo trimestre del 2026, a cura dell’Ocse, dalle quali risulta che i salari reali in Italia rimangono ancora inferiori del 6,1% rispetto al primo trimestre del 2021. Si tratta del “divario più ampio tra le grandi economie della zona Ocse”, dove, invece, si registra un aumento medio del 4,9%.Nel periodo post-Covid (cioè dal 2021), il calo massimo dei salari reali in Italia ha raggiunto l’11%, uno dei dati peggiori dell’area, a fronte di una media Ocse del -6,5%.Il tema dei salari bassi rappresenta una delle critiche più ricorrenti che le opposizioni del cosiddetto Campo largo rivolgono al governo, senza chiarire come sarebbe stato possibile invertire una tendenza che affonda le proprie radici nel passato. Tanto più che la stessa Ocse indica nel rapporto le principali cause di un recupero ancora insufficiente: oltre all’inflazione, i limitati rinnovi dei contratti collettivi e il rallentamento in corso del mercato del lavoro.Poche ore dopo la pubblicazione del rapporto dell’Organizzazione dei Paesi industrializzati, l’Inps ha presentato, nella sede della Camera dei deputati, il suo XXV Rapporto annuale, che costituisce, come di consueto, un accurato check-up non solo degli effetti delle politiche di protezione sociale, ma anche dei principali aspetti della società, del lavoro e dell’economia.Il Rapporto affronta, con dovizia di dati e di argomentazioni, anche le problematiche delle retribuzioni e della contrattazione collettiva, senza negarne i limiti evidenti, ma dimostrando che la realtà è molto più complessa e articolata di quella che viene spesso raccontata nei talk show televisivi.Le retribuzioniPer comprendere meglio l’impatto della dinamica retributiva sul reddito disponibile, dal quale dipendono consumi e risparmi, è necessario — come si legge nel Rapporto — focalizzare l’attenzione sulle retribuzioni nette, che dipendono non solo dall’andamento della retribuzione lorda, influenzata dai rinnovi contrattuali nazionali e aziendali, dalle progressioni di carriera e dagli emolumenti individuali, ma anche dal livello e dalle variazioni dell’Irpef e dei contributi a carico del lavoratore.Il Rapporto aggiorna un esercizio già presentato nel XXIV Rapporto annuale, prendendo in esame i dipendenti pubblici e privati occupati a tempo pieno per l’intero anno nel 2019, nel 2024 e nel 2025: 8,69 milioni nel 2019, 9,37 milioni nel 2024 e 9,44 milioni nel 2025.Vengono analizzate le retribuzioni lorde e nette nazionali attraverso valori medi, mediani e percentili (P10, P20, P50, P80 e P90), che rappresentano, in ordine crescente, le diverse fasce reddituali.La distanza tra la variazione delle retribuzioni lorde e quella delle retribuzioni nette è massima in corrispondenza dei valori salariali centrali, ossia quelli rappresentati dalla mediana (P50).L’analisi del periodo 2019-2025 conferma rilevanti differenze lungo la distribuzione dei redditi.La dinamica delle retribuzioni lorde, sempre inferiore all’inflazione e pari in media al 13,9% per i dipendenti a tempo pieno e a tempo indeterminato, risulta più sostenuta per i redditi elevati: le retribuzioni corrispondenti al P90 aumentano del 14,8%, mentre il salario mediano (P50) e quelli più bassi (P10 e P20) crescono tra il 10% e l’11%, con un divario rispetto all’inflazione di circa otto punti percentuali.Il quadro cambia se si osservano le retribuzioni nette. Grazie agli interventi succedutisi nel tempo su contributi, aliquote, detrazioni e nuove esenzioni (come la detrazione aggiuntiva), il valore mediano della retribuzione netta è cresciuto praticamente quanto l’inflazione (+19,2%).Tra il 2019 e il 2025, infatti, la retribuzione annua netta mediana dei dipendenti a tempo pieno e a tempo indeterminato è aumentata del 19,2%.Hanno sostanzialmente recuperato l’inflazione anche le retribuzioni più basse (+16,9% per il P10 e +16,8% per il P20), mentre rimangono più indietro quelle più elevate (P80 e P90), ferme intorno al +15%.Ciò significa che, per la retribuzione mediana netta, quasi metà della crescita è attribuibile agli interventi di natura fiscale.Il Rapporto evidenzia inoltre che:l’impatto dell’inflazione, al termine del periodo considerato, è stato sostanzialmente neutralizzato;il prelievo contributivo e fiscale a carico del lavoratore è sceso dal 28,6% del 2019 al 23,1% del 2025.In sostanza, i governi Draghi e Meloni hanno svolto la propria parte intervenendo sul fisco e sui contributi. I redditi fino a 35.000 euro annui hanno attraversato sostanzialmente indenni la tempesta inflazionistica.Si può quindi confermare — conclude il Rapporto — la valutazione già formulata nel XXIV Rapporto annuale: i redditi più elevati si sono difesi meglio sul mercato, seppure non completamente, dall’inflazione; quelli medi e bassi hanno registrato risultati inferiori sul mercato del lavoro, ma hanno beneficiato in misura significativa degli interventi finanziati dalla fiscalità generale, arrivando quasi ad annullare gli effetti dell’inflazione, sia pure con un certo ritardo rispetto alla sua esplosione.Il prelievo contributivo e fiscale relativo al P10 è diminuito dal 20,2% del 2019 al 14,6% del 2024, per poi risalire al 15,4% nel 2025. Un andamento analogo si osserva per il P20 e per la mediana, mentre per il P80 e il P90 le variazioni risultano molto più contenute.Solo la retribuzione media presenta una diminuzione proseguita anche nel 2025: il prelievo passa infatti dal 31,6% del 2019 al 29,8% del 2024, fino al 29,5% del 2025.La questione dei cosiddetti “contratti pirata”Un ulteriore chiarimento contenuto nel Rapporto riguarda un altro tema ricorrente nel dibattito politico e sindacale: quello dei cosiddetti contratti pirata.Il sistema contrattuale italiano appare tendenzialmente dualistico: da un lato un nucleo ristretto di grandi contratti collettivi, che copre la quasi totalità degli occupati; dall’altro una periferia molto ampia in termini di numero di Ccnl, ma marginale per numero di lavoratori interessati.Basti pensare che un Ccnl confederale “misto”, sottoscritto da Cgil, Cisl e Uil insieme ad altre organizzazioni sindacali (la cosiddetta seconda classe), interessa mediamente oltre 140.000 dipendenti, mentre un contratto appartenente alla sesta classe, firmato cioè da sindacati autonomi privi di ulteriori relazioni istituzionali con il Cnel, coinvolge in media poco più di 210 lavoratori. Un divario che restituisce con immediatezza la distanza tra il baricentro e la periferia del sistema contrattuale.Il dato più significativo è la schiacciante prevalenza, in termini di lavoratori interessati, dei Ccnl sottoscritti dai tre maggiori sindacati, con o senza la partecipazione di altre sigle: la loro incidenza si mantiene, in entrambi gli anni considerati, poco al di sotto del 96%.Il dato assume un rilievo ancora maggiore se si considera che questa quasi totalità dei lavoratori è concentrata in appena 194 contratti, su un totale di 867 Ccnl vigenti, vale a dire meno di un quarto del totale.Il sindacalismo dirigenziale interessa poco più dell’1% dei dipendenti, distribuiti su 28 contratti, caratterizzati da una dimensione media relativamente elevata e coerente con la natura selettiva della platea di riferimento.