Ogni volta che leggiamo di persone fermate dopo aver devastato automobili, danneggiato beni pubblici o privati, identificate dalle forze dell’ordine e poi rimesse in libertà nel giro di poche ore, il riflesso è sempre lo stesso: indignazione. E non perché si pretenda il carcere automatico per chiunque, ma perché il cittadino percepisce una sproporzione sempre più evidente tra il rigore riservato a chi rispetta le regole e la tolleranza mostrata verso chi le viola.Le forze dell’ordine fanno il loro lavoro. Intervengono, identificano, fermano, raccolgono prove. Poi, però, si apre un altro capitolo, quello giudiziario, nel quale troppo spesso il messaggio che arriva all’opinione pubblica è desolante: chi delinque corre rischi limitati, mentre chi subisce il danno resta solo con rabbia, spese e assicurazioni da contattare. E la vicenda di Mohamed Saidi ne è il chiaro esempio purtroppo: La sua follia non comincia nella stazione della metropolitana di piazza Duomo. È questo il dettaglio che rende la storia ancora più inquietante.Il ventisettenne, infatti, non sbuca dal nulla. Poche ore prima dell’aggressione era già stato fermato dalle forze dell’ordine e si trovava nelle mani dello Stato. Nella notte tra mercoledì e giovedì, intorno alle quattro, alcune segnalazioni avevano portato la polizia in via Venini a Milano, dove un uomo stava danneggiando diverse auto in sosta. Gli agenti lo avevano sorpreso mentre tentava di forzare la serratura di un’altra vettura. Durante la perquisizione gli erano stati trovati addosso anche oggetti ritenuti provento di un precedente furto.Accompagnato in questura, Saidi era stato arrestato con l’accusa di furto aggravato. La mattina successiva era comparso davanti al giudice per il processo con rito direttissimo, il procedimento che ogni giorno gestisce i reati commessi nelle ore precedenti: spaccio, furti, rapine e altri episodi di criminalità comune.Secondo quanto emerso, gli elementi raccolti dagli investigatori delineavano un quadro tutt’altro che occasionale. Oltre al tentato furto dell’auto in via Venini, gli veniva contestato anche il possesso di re-furtiva proveniente da un’altra vettura scassinata poco distante. Furto aggravato, tentato furto e danneggiamento, con il concreto rischio di reiterazione del reato, anche alla luce del fatto che lo stesso Saidi aveva dichiarato di non avere un lavoro.Nonostante ciò, il giudice ha disposto la sua rimessa in libertà, applicando come unica misura cautelare il divieto di dimora nel Comune di Milano. Una decisione destinata a far discutere. Saidi, infatti, risultava senza fissa dimora e nessuno avrebbe verificato l’effettivo rispetto del provvedimento. Di fatto non ha lasciato Milano. Ha continuato a vagare per la città fino a raggiungere il centro storico.Poche ore dopo sarebbe ricomparso nella stazione della metropolitana di piazza Duomo, dove si è consumata la violenta aggressione che ha riportato il suo nome al centro della cronaca e ha riacceso il dibattito sull’efficacia delle misure cautelari e sulla capacità del sistema di prevenire la reiterazione dei reati.Naturalmente ogni caso ha la sua storia, le sue garanzie costituzionali e le sue esigenze processuali. La custodia cautelare non può diventare una pena anticipata, ed è giusto che sia così. Ma un conto è il rispetto dello Stato di diritto; altro conto è costruire un sistema nel quale la probabilità di conseguenze immediate appare così bassa da non avere alcun effetto deterrente. Il risultato è sotto gli occhi di tutti.Leggi anche: Saidi sfregia due volte la vittima, ora ribalta tutto: si è ferita da solaChi è Mohammed Saidi, il musulmano che ha sfregiato una 23enne perché lo guardava: poche ore prima era stato arrestato e rimesso in libertàCresce la sensazione che esistano due pesi e due misure. Per il contribuente che sbaglia una dichiarazione, per il commerciante che dimentica un adempimento, per l’automobilista che nn paga un bollo, lo Stato è inflessibile. Sanzioni, interessi, procedure automatiche. Per chi invece distrugge, saccheggia o aggredisce, la percezione diffusa è quella di un sistema molto più indulgente e sempre attento a non urtare la “sensibilità” dell’aggressore.Ed è proprio questa asimmetria a logorare la fiducia nelle istituzioni. Non tanto la singola scarcerazione, che può anche essere giuridicamente corretta, quanto la ripetizione di episodi che, agli occhi dei cit-tadini, sembrano trasformare l’eccezione nella regola. Una democrazia liberale vive di equilibrio tra diritti e responsabilità. Difendere le garanzie degli imputati è un dovere. Ma tutelare concretamente le vittime e assicurare che chi commette reati percepisca l’esistenza di conseguenze altrettanto certe è altrettanto indispensabile.Cristina de Palma, 12 luglio 2026L'articolo Saidi, arrestato e rilasciato: l’errore imperdonabile proviene da Nicolaporro.it.