Alibaba, Baidu, Tencent. Sono alcune delle filiali cinesi a cui Google e OpenAI vendevano i propri modelli avanzati di intelligenza artificiale, nonostante le società fossero presenti all’interno della 1260H, la blacklist dove gli Stati Uniti inseriscono le compagnie che supportano l’esercito cinese. A scriverlo è il Financial Times, secondo cui i due colossi americani avrebbero fornito i loro servizi alle filiali di Singapore delle controparti.La vicenda riapre nuovamente una questione sempre più dirimente a Washington. Il governo americano teme (non da adesso) che la Cina possa sfruttare il know-how tecnologico a stelle e strisce per utilizzarlo come meglio crede. E dunque avvantaggiarsene. C’è da dire però che, tra le tante restrizioni all’export imposte dagli americani, non rientrano quelle relative all’uso di software di IA. Le vendite quindi sono legali, il problema sono i destinatari. Da parte sua, OpenAI ha già ammesso di aver sospeso da un mese l’accesso da remoto agli sviluppatori (Api). Ad ogni modo, l’azienda di Sam Altman non ha mai concesso l’accesso alle aziende con sede in Cina, ma solo al di fuori e laddove aveva la possibilità di controllare eventuali usi sospetti.Una rassicurazione non del tutto soddisfacente. La Casa Bianca sta passando al setaccio i singoli modelli di IA per verificare alcune falle. Lo dimostra il caso di Anthropic, che si è vista bloccare momentaneamente i suoi due migliori strumenti quali Mythos 5 e Fable 5. Stesso discorso vale per OpenAI, che questa settimana ha potuto finalmente annunciare il rilascio di GPT-5.6 dopo lo stop del governo.Porre l’attenzione sulle vulnerabilità di un sistema prima che venga messo sul mercato è un’operazione di buonsenso. Impedire alle proprie aziende di non esportarli, invece, rischia di diventare un boomerang. D’altronde è la stessa Google che – pur confermando che i suoi modelli di IA sono disponibili a Hong Kong e Singapore ma vietano categoricamente la distillazione, ovvero la trasmissione del know-how di un modello grande a uno più piccolo – mette in guardia sul fatto che le sole restrizioni non possono essere l’unico argine per fermare i malintenzionati. Anche Nvidia è convinta che porre i limiti alle esportazioni possa in qualche modo finire per danneggiare la stessa America, non potendo controllare dove e come vengono usati i suoi strumenti di IA. In questo modo, inoltre, si stimolano le aziende rivali. Dall’altra parte, però, ci sono esperti di sicurezza che ritengono i divieti all’export la migliore soluzione. A pensarla allo stesso modo è anche Anthropic, che nelle ultime settimane ha annunciato una serie di violazioni dei suoi modelli da parte di soggetti cinesi. Visioni differenti per un unico obiettivo: evitare che le vulnerabilità diventino voragini in cui si infilano attori stranieri.