Quando una coalizione non riesce a mettersi d’accordo su nulla, ha davanti a sé due possibilità. La prima, piuttosto faticosa, consiste nel chiarire le proprie idee, scegliere una linea politica e spiegare agli elettori che cosa intende fare una volta arrivata al governo. La seconda, molto più comoda, è denunciare l’esistenza di oscuri poteri che tramano nell’ombra. Indovinate quale ha scelto il campo largo.La pratica era stata inaugurata da Elly Schlein. Davanti alla direzione del Pd, la segretaria aveva spiegato che “un pezzo di establishment” mal sopporterebbe una leadership progressista a Palazzo Chigi. A rendere la sua candidatura ancora più indigesta ai misteriosi signori del vapore contribuirebbero, secondo Schlein, il fatto di essere una donna, di avere quarant’anni e di amare un’altra donna. Insomma, se gli italiani non si precipitano verso il radioso futuro progressista, non sarà perché magari non ne condividono le ricette economiche, le ambiguità internazionali o le battaglie identitarie. No: è l’establishment.Ora alla teoria si iscrive anche Giuseppe Conte. Durante la presentazione del suo libro Una nuova primavera a Palestrina, con Il Messaggero, il capo del Movimento 5 stelle ha definito “un tema serio” la possibilità che i “poteri forti” ostacolino l’alleanza progressista. Il libro, del resto, viene presentato dall’editore come il manifesto di una rottura con la destra italiana, con l’Europa dei burocrati e con l’America dei tecnocrati. Mancavano soltanto i rettiliani. Conte domanda: avete mai sentito pronunciare il nome di Mario Draghi nella commissione Covid, sui vaccini o sul Superbonus? Poi ricorda che il bonus fu approvato da lui ma gestito dal governo successivo e sostiene che, dopo aver ottenuto i famosi 209 miliardi europei, fosse chiaro che non glieli avrebbero lasciati amministrare.La ricostruzione è affascinante. Conte conquista il tesoro, ma qualcuno gli sottrae la mappa. Conte vara il Superbonus, ma qualcun altro lo gestisce. Conte governa, ma sono sempre altri a comandare. È la teoria della sovranità a responsabilità limitata: i meriti appartengono al presidente, le conseguenze ai poteri forti. Anche la stabilità di Giorgia Meloni, secondo Conte, avrebbe una spiegazione molto semplice. Non dipenderebbe dalla solidità della maggioranza parlamentare o dall’incapacità delle opposizioni di costruire un’alternativa credibile. Meloni sarebbe rimasta al suo posto perché non avrebbe difeso gli interessi nazionali e avrebbe accettato le regole del “Club”. Per essere ammessi, spiega l’ex premier, non bisogna disturbare.Curioso. Quando Conte negoziava in Europa era uno statista che piegava Bruxelles. Quando lo fa un avversario, entra nel Club. Il capolavoro arriva però su Draghi. Schlein può incontrarlo, concede magnanimamente Conte, perché parlare non è vietato. Tuttavia, l’ex presidente della Bce rappresenterebbe “un certo mondo”, mentre il Movimento avrebbe il compito di cambiare il Paese. E qui l’elettore comune rischia di perdersi. Draghi è un potere forte che ostacola il campo progressista. Schlein è la vittima dell’establishment, ma incontra Draghi. Conte è alleato di di Elly, però mette in guardia dal mondo rappresentato dall’uomo che Schlein frequenta. Più che un campo largo, sembra una seduta di autocoscienza con troppi terapeuti.La realtà, naturalmente, è molto meno cinematografica. La prima manifestazione unitaria della coalizione, l’8 luglio a Napoli, avrebbe dovuto mostrare un centrosinistra pronto a governare. Sul palco c’erano Schlein, Conte, Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni. La piazza è stata descritta come non enorme ma piena, mentre le contestazioni di Potere al Popolo hanno interrotto e ritardato gli interventi. Fin qui, normale folklore della sinistra. Il problema è arrivato quando si è cominciato a parlare di politica. Conte ha sostenuto che la Russia non rappresenterebbe una minaccia per l’Europa e ha ribadito la propria contrarietà all’aumento delle spese militari. Dichiarazioni che hanno immediatamente riaperto lo scontro nel Pd e provocato critiche da parte dell’area riformista, dove le posizioni del leader pentastellato sono state giudicate inconciliabili con quelle europeiste e atlantiste del partito. Questa sarebbe la coalizione pronta a governare.Sono divisi sull’Ucraina, sulla Russia, sulla Nato, sulla difesa europea e sul riarmo. Non hanno ancora deciso come scegliere il candidato a Palazzo Chigi. Devono stabilire quanto spazio concedere ai centristi senza far scappare la sinistra radicale. E alla manifestazione organizzata per lanciare l’alternativa hanno annunciato che il programma cominceranno a scriverlo da settembre. Prima la fotografia, poi le idee. Una specie di matrimonio celebrato in attesa di sapere se gli sposi si sopportano.Il campo largo, insomma, ha già tutti gli elementi necessari: quattro leader sul palco, cinque sigle nei comunicati, dieci veti incrociati e nessuna posizione comune sulle questioni decisive. Gli manca soltanto un progetto. Ma per quello, evidentemente, c’è tempo. Nel frattempo tornano utili i poteri forti. Sono il perfetto airbag della politica: entrano in funzione quando si va a sbattere contro la realtà.Schlein non deve spiegare perché il Pd fatichi a parlare agli elettori moderati: è colpa dell’establishment. Conte non deve chiarire come possa governare insieme a un partito diviso sulla politica estera: è colpa del Club. La coalizione non deve decidere chi comanda, che cosa pensa e dove vuole portare l’Italia: qualcuno sta tramando per fermarla.Il sospetto, però, è che questi poteri siano molto meno forti di quanto raccontano. Forse non si riuniscono in qualche salotto segreto di Bruxelles. Forse non manovrano lo spread e neppure le commissioni parlamentari. Forse si chiamano semplicemente incoerenza, improvvisazione e ambizione personale. Il vero complotto contro il campo largo, alla fine, è il campo largo.Massimo Balsamo, 12 luglio 2026L'articolo Il campo largo affonda. E Conte dà la colpa ai poteri forti proviene da Nicolaporro.it.