La retorica del “nemico” per un vertice Nato incentrato sull’industria delle armi

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di Enrico Oliari – La Nato è ormai un golem che, per sopravvivere, anzi, per vivere alla grande, ha necessità di fagocitare qualunque cosa trovi per strada, compresi i welfare di interi popoli, pur di arricchire i fabbricanti di armi e tenere su l’economia del primo produttore, gli Stati Uniti d’America. Tradito bellamente l’accordo del “2+4” del 1991, secondo cui la Nato non si sarebbe espansa oltre l’Elba, negli anni l’imperativo dell’Alleanza Atlantica è stato quello di spingersi sempre più a est, rosicchiando zone di influenza altrui e attingendo a nuovi capitali attraverso una strategia subdola: creare il nemico, finanziare le opposizioni, controllare la stampa occidentale, aumentare la pressione dell’opinione pubblica, inglobare il Paese nell’alleanza e piantarvi basi militari. Il tutto con la retorica sacrosanta della pace e della democrazia, anche a costo di regalare premi Shakarov a improvvisati santoni della libertà come quell’Alexei Navalny, xenofobo e nazionalista.Il nemico della Nato e della serva Unione Europea viene così a essere sempre lo stesso: il Cremlino. Punto. Perché altri non ce ne sono. Come se a Mosca non si pensasse ad altro che a invadere il Portogallo o conquistare Parigi invece di fare soldi vendendo il gas.In questo quadro l’Unione Europea negli anni si è trasformata semplicemente nella faccia pulita della Nato, un pachidermico alter ego dello stesso golem, con una leadership e un Parlamento europeo sempre meno sentiti dai cittadini, costretti a continui sacrifici, vuoi per il clima, vuoi per quant’altro. Oggi, tanto per dire, a Bruxelles si parla già di adesione della Georgia e dell’Armenia, Paesi che interessano moltissimo alla Nato perché confinanti con la Russia, ma ci si dimentica che entrambi si trovano in Asia e non in Europa.Il golem si è tuttavia inciampato con la crisi ucraina, quando al “nemico” russo non è andata giù l’idea di avere per altri 1.700 km di confine la Nato sotto casa: fu il britannico Boris Johnson a convincere l’ucraino Volodymyr Zelensky a fare la guerra e a non trattare con Vladimir Putin, e i risultati sono oggi sotto gli occhi di tutti, con la distruzione di un intero Paese, i costi dell’energia alle stelle, intere famiglie distrutte e fiumi di denaro degli europei drenati verso un Paese extracomunitario.D’altronde, come meglio spiegare agli stessi europei che devono mettere mano al portafoglio e rinunciare al proprio benessere, se non propinando lo spettro di un russo cattivo che non vede l’ora di piombarti in casa mentre dormi?E mentre l’industria europea delle auto va con le gambe all’aria per le stesse scelte dell’Unione Europea, a salvare l’economia dovrà essere solo l’industria della morte, cioè delle armi.Al vertice Nato di Ankara questo è l’argomento principale.Aprendo il summit, che vede la presenza di 35 Paesi, tra cui l’immancabile Volodymyr Zelensky, il segretario generale della Nato, l’olandese Mark Rutte, ha affermato che “un anno fa, all’Aia, gli Alleati si sono impegnati ad aumentare in modo significativo gli investimenti nella difesa, portandoli al 5% del Pil entro il 2035”, aggiungendo che “su questo stiamo già compiendo progressi notevoli. Hanno inoltre concordato di potenziare la produzione e l’innovazione nel settore della difesa. Oggi, a un anno di distanza, ad Ankara, stiamo già ottenendo risultati concreti”. Ha quindi annunciato che “gli Alleati e le industrie delle due sponde dell’Atlantico presenteranno nuovi importanti progetti e firmeranno contratti per un valore di miliardi” (…) “Si tratta di miliardi investiti nella nostra sicurezza, che rafforzano le nostre economie e sostengono la creazione di centinaia di migliaia di nuovi posti di lavoro”. “Oggi vedrete – ha sottolineato -, e il mondo vedrà, le industrie del Nord America e dell’Europa lavorare fianco a fianco”.L’Unione Europea diventerà di fatto una grande fabbrica di armi come lo sono gli Usa, che non a caso dal Secondo dopoguerra hanno costellato il pianeta di morti, dall’Iran al Vietnam, dall’Afghanistan all’Iraq. Già, perché se ci sono le industrie delle armi ci saranno le guerre per smaltirle, altrimenti arrugginiscono nei magazzini. Esattamente come si è fatto per l’Ucraina.