Il Summit Nato di Ankara si svolge in una fase di ridefinizione degli equilibri dell’Alleanza Atlantica. Gli Stati Uniti vi arrivano portandosi dietro, da un lato, questioni interne: il peso delle elezioni di Midterm, della appena conclusa guerra con l’Iran – che non ha incontrato l’approvazione dell’opinione pubblica e che fattualmente non è stata un successo –, il consenso interno a Trump, l’aumento dei prezzi e, più in generale, il senso di incertezza diffuso nell’elettorato. Dall’altra parte, questioni di politica estera: gli effetti della guerra in Iran su sicurezza ed economia globali, le recenti critiche all’Alleanza Atlantica e la volontà di promuovere un’evoluzione dal burden sharing al burden shifting, per consentire a Washington di concentrare maggiori risorse sulla competizione con la Cina.IntroduzionePer gli Stati Uniti la Nato rappresenta il principale strumento di tutela della sicurezza dello spazio euro-atlantico e di proiezione della propria influenza strategica. Il Summit di Ankara si svolge in un momento di profonda trasformazione dell’Alleanza, chiamata a confrontarsi con il rafforzamento della deterrenza nei confronti della Russia, la crescente competizione con la Cina e il riequilibrio delle responsabilità tra gli Alleati. In questo contesto, una maggiore assunzione di responsabilità da parte degli europei è considerata essenziale per consentire a Washington di concentrare maggiori risorse sull’Indo-Pacifico. Il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca ha rilanciato il dibattito sul burden sharing e sul futuro ruolo degli Stati Uniti nella Nato.Le basi della relazione tra Stati Uniti e Nato: la leadership americana nell’Alleanza AtlanticaLa storia della Nato è strettamente interconnessa a quella della politica estera statunitense. Gli Stati Uniti furono il principale promotore della creazione dell’Alleanza e ne plasmarono struttura, finalità strategiche e collocazione nell’ordine internazionale. I negoziati per la firma del Trattato Nord Atlantico riflettevano già alcune questioni destinate a caratterizzare il dibattito nel futuro, tra cui l’estensione degli impegni di sicurezza americani e il grado di automaticità della difesa collettiva. Con la firma del Trattato nel 1949 gli Stati Uniti assunsero il ruolo di principale garante della sicurezza euro-atlantica. Durante la Guerra Fredda, ciò si tradusse nel dispiegamento di consistenti forze convenzionali e nucleari in Europa e nella guida politico-militare dell’Alleanza.Washington ha continuato a svolgere una funzione centrale nelle operazioni Nato anche dopo la fine della Guerra Fredda. Dopo gli attentati del 2001, l’Alleanza invocò per la prima e finora unica volta l’Articolo 5 del Trattato di Washington. La risposta militare iniziale fu guidata dagli Stati Uniti attraverso l’Operazione Enduring Freedom, mentre nel 2003 la Nato assunse il comando della International Security Assistance Force (ISAF) in Afghanistan. Gli Stati Uniti mantennero il ruolo predominante in termini di capacità militari, intelligence, logistica e direzione strategica.Il rapporto tra Stati Uniti e il resto della Nato è asimmetrico: Washington ha sostenuto per decenni una quota sproporzionata delle responsabilità e dei costi della sicurezza collettiva e ne ha fortemente influenzato la direzione politica (Figura 1).Figura 1: Il grafico mostra l’andamento della spesa per la difesa, espressa in percentuale del Pil, dei Paesi membri della Nato nel periodo 2014–2025. La linea blu evidenzia gli Stati Uniti, mentre le linee grigie rappresentano gli altri Paesi dell’Alleanza. La linea orizzontale tratteggiata indica la soglia del 2% del Pil fissata dalla Nato quale obiettivo di riferimento per la spesa per la difesa. I dati relativi al 2024 e al 2025 sono stime. Fonte: elaborazione dell’autrice su dati Nato, Defence Expenditure of Nato Countries (2014–2025).Il tema del burden sharing riemerge soprattutto nei momenti di crisi internazionale. Le minacce poste da Russia, Cina e dalle recenti crisi regionali hanno infatti alimentato negli Stati Uniti il dibattito sul commitment americano nella Nato, nonché sulle responsabilità che gli alleati europei dovrebbero assumere nella difesa convenzionale del continente.Dall’unità strategica al riequilibrio dell’impegno statunitensePer comprendere il rapporto recente fra gli Stati Uniti e la Nato è necessario distinguere tra il rapporto che Washington ha prevalentemente avuto con l’Alleanza e il rapporto che Donald Trump ha con gli Alleati.Tra il 2022 e il gennaio 2025, il rapporto tra Stati Uniti e Nato è stato caratterizzato da convergenza strategica. L’Amministrazione Biden ha sostenuto pienamente il processo di adattamento dell’Alleanza seguito all’invasione russa dell’Ucraina, promuovendo attivamente il rafforzamento della postura di deterrenza sul fianco orientale, l’aumento della presenza militare americana in Europa e l’adozione del nuovo Strategic Concept al Summit di Madrid del 2022.Washington ha poi sostenuto con decisione l’adesione di Finlandia e Svezia, considerate un elemento fondamentale per rafforzare la deterrenza nell’Europa settentrionale e nell’area baltica, accompagnando il processo di adesione con impegno diplomatico e con la rapida ratifica del Senato. Durante questo periodo gli Stati Uniti hanno continuato ad essere leader politici e militari dell’Alleanza, guidando il coordinamento del sostegno all’Ucraina e il rafforzamento della difesa collettiva. Washington ha sostenuto tale impegno attraverso un significativo incremento della spesa per la difesa, passata da circa 824 miliardi di dollari nel 2021 a una stima di 930 miliardi nel 2025 (Figura 2).Figura 2: Il grafico mostra l’andamento della spesa per la difesa degli Stati Uniti dal 2014 al 2025 (stime per il 2024 e il 2025), espresso in milioni di dollari Usa a prezzi correnti. Elaborazione dell’autrice su dati Nato, Defence Expenditure of Nato Countries (2014–2025), Table 1: Defence expenditure (Million national currency units), Current pricesOltre alla spesa per la difesa, l’impegno degli Stati Uniti si manifesta attraverso una presenza militare permanente sul continente europeo. All’inizio del 2025 Washington manteneva circa 84.000 militari nell’area di responsabilità dello Useucom, distribuiti in oltre 40 installazioni tra basi permanenti e siti di accesso, concentrate principalmente in Germania, Italia, Polonia e Regno Unito (figura 3). Tale dispositivo costituisce uno degli elementi centrali della postura di deterrenza della Nato. Figura 3: Presenza militare degli Stati Uniti in Europa (2025). La mappa mostra la distribuzione del personale militare statunitense presente nei principali Paesi europei nel 2025. Per ciascun Paese è indicato il numero di militari statunitensi assegnati; la diversa intensità del colore evidenzia la consistenza della presenza militare. Elaborazione dell’autrice su dati del Council on Foreign Relations, Where Are U.S. Forces Deployed in Europe? (2025).La seconda Amministrazione Trump ha segnato discontinuità, spostando l’attenzione dal rafforzamento dell’Alleanza alla ridefinizione delle modalità dell’impegno americano al suo interno. Il sostegno all’Ucraina è divenuto più condizionato e Washington ha iniziato a promuovere una più marcata assunzione di responsabilità da parte degli alleati europei nella difesa del continente. Tale evoluzione si è riflessa sia nella revisione della postura militare americana in Europa sia nella crescente enfasi posta sulla necessità di liberare risorse da destinare alla competizione strategica con la Cina.Le priorità dell’Amministrazione Trump alla vigilia del Summit di AnkaraSebbene Trump dichiari di non pensare molto alle elezioni del prossimo novembre, la fase politico-sociale in cui si trovano gli Stati Uniti alla vigilia del Summit è caratterizzata da tensioni politiche interne e dall’imminenza delle Midterm e da una situazione economica condizionata dagli effetti del conflitto con l’Iran. Inoltre, a meno di sei mesi dalle elezioni di midterm, l’Amministrazione Trump registra livelli di consenso bassi. Secondo un sondaggio Reuters/Ipsos del 15 giugno, il tasso di approvazione presidenziale è al 36%, mentre il 69% degli intervistati disapprova la gestione dell’inflazione. Inoltre, all’interno del Partito Repubblicano sono emerse frizioni tra Casa Bianca e parte della maggioranza congressuale. Alcuni esponenti del GOP hanno criticato sia le priorità politiche del Presidente sia decisioni considerate dannose per le prospettive elettorali del partito. Lo shock energetico derivante dalla crisi mediorientale ha determinato poi un’accelerazione dell’inflazione. A maggio l’indice dei prezzi al consumo è cresciuto del 4,2% su base annua, rispetto al 3,8% di aprile, trainato principalmente dall’aumento dei prezzi dell’energia (+23,5%). Sebbene il recente accordo tra Washington e Teheran abbia favorito una riduzione dei prezzi, restano le incertezze sulla sostenibilità della ripresa dei consumi e sull’andamento dell’inflazione.L’Amministrazione Trump si presenta al Summit anche con l’ambizione di ridefinire i rapporti con gli Alleati. La Nato 3.0 presentata da Pete Hegseth ha reso evidente come gli Stati Uniti vogliano adesso collegare in modo consequenziale il livello del proprio impegno al contributo politico, militare e operativo offerto dai partner d’oltreoceano. Washington ha come obiettivo il burden shifting e insiste affinché gli Alleati assumano una quota maggiore delle responsabilità per la sicurezza del continente.Recentemente, il Segretario alla Difesa ha infatti annunciato una revisione della postura militare in Europa, precisando che il futuro livello della presenza americana dipenderà anche dal contributo degli alleati in termini di spesa per la difesa, disponibilità di basi, diritti di sorvolo e sostegno alle operazioni statunitensi. L’Amministrazione ha inoltre criticato alcuni partner europei per il limitato supporto alle operazioni contro l’Iran, evidenziando, dalla sua prospettiva, un disallineamento politico e operativo. Il Summit di Ankara assume così anche una rilevanza di politica interna: maggiori impegni europei sul burden sharing consentirebbero all’Amministrazione Trump di rivendicare un successo strategico e politico in vista delle elezioni di metà mandato.ConclusioneNel Summit di Ankara gli Stati Uniti porteranno una posizione coerente con l’atteggiamento prevalentemente adottato dall’Amministrazione Trump dal suo insediamento. Si concentreranno su tre grandi obiettivi:maggiore condivisione degli oneri all’interno della Nato,riallineamento delle risorse statunitensi verso l’Indo-Pacifico,rafforzamento delle capacità europee.Una prima aspettativa riguarda il consolidamento della responsabilizzazione europea. Washington punterà a trasformare l’aumento della spesa per la difesa degli Alleati in capacità concrete di deterrenza convenzionale. L’obiettivo è quello di trasferire progressivamente una quota crescente dell’onere della deterrenza europea agli alleati, mantenendo agli Stati Uniti il ruolo di garante nucleare e coordinatore strategico, potenzialmente, spingere dal concetto di burden sharing a quello di burden shifting.Ad Ankara gli Stati Uniti terranno in considerazione la Cina. Le operazioni in Iran hanno evidenziato i limiti della base industriale statunitense e la difficoltà di sostenere simultaneamente crisi in più teatri. Rafforzare la deterrenza europea nei confronti della Russia consentirebbe agli Stati Uniti di concentrare maggiori risorse sulla competizione strategica con la Cina.Infine, Ankara potrebbe consolidare una trasformazione più profonda della relazione transatlantica. Per decenni essa si è fondata su un equilibrio nel quale gli Stati Uniti garantivano la sicurezza europea e gli alleati offrivano sostegno politico e allineamento strategico. Il Summit di Ankara potrebbe sancire la transizione verso una Nato nella quale la leadership americana sarà esercitata in modo più sostenibile, favorendo un riequilibrio dell’Alleanza coerente con le priorità strategiche degli Stati Uniti nel XXI secolo.