Intervista a Massimiliano Rotti

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Abbiamo conosciuto Massimiliano Rotti leggendo la sua raccolta di racconti – anzi: come piace dire a lui, di storie – “Mi Senti? La Vita non fa rumore”. Siamo rimasti estremamente colpiti dai personaggi a cui questo autore triestino ha saputo dare vita, donne e uomini che di certo non sono degli eroi, ma delle normalissime persone ferite dalla vita. Però, dimostrano di avere la forza di continuare a cercare se stessi senza mai arrendersi. Ed è proprio questo che le rende grandi.Lo scrittore oggi ci parla del suo ultimo libro, e di molto altro. Sei autore sia di un romanzo che di numerosi racconti. Quale di queste due strutture narrative ti è più congegnale?Sono due discipline totalmente diverse. Il romanzo è un lungo viaggio che inizia molto prima di scrivere. Devi costruire un mondo e dopo iniziare, stando poi sempre attento a non rivelare mai più del necessario. E’ come scalare una montagna, ad ogni passo aggiungi qualcosa in più per raggiungere lo scopo e arrivare in vetta. Lo schema può variare, puoi spaziare su vari argomenti, puoi lasciarti andare a digressioni che hai sempre sognato di scrivere. Infine il tempo che impieghi per farlo è relativo, non c’è un limite, può essere un mese, come un anno, anche dieci, non cambia. Puoi lasciarlo nel cassetto e poi riprenderlo.Il racconto invece è diverso, è uno sparo nel buio, una botta e via, non ha tempo per digressioni, non c’è spazio per altro che non sia parte fondante della storia. Lo schema è sempre lo stesso, in pratica hai una sola cartuccia per caricare, puntare e fuoco. E al contrario del romanzo il tempo di stesura della prima bozza è molto limitato. Dall’idea di partenza, alla chiusura di una storia che abbia un senso compiuto, non possono passare più tre giorni, una settimana al massimo. Se ci pensi troppo scade, se scade non decolla e se non decolla butti tutto. Mi è successo molte volte. Poi dopo con calma, vai a rifinire per bene, ma l’essenza rimane quella.Il racconto può avere l’ambizione di essere perfetto, il romanzo non lo sarà mai questa è la differenza. Non esistono romanzi perfetti in natura. Personalmente scelgo cosa scrivere in base al periodo, dipende dal tempo che posso dedicare alla scrittura. Ho scritto racconti quando il tempo era poco, quando lavoravo molto, ma sinceramente se posso permettermi di immergermi totalmente come sto facendo adesso, preferisco il romanzo. Scrivere è vivere contemporaneamente non sono molto compatibili o faccio uno a faccio l’altro. In passato, hai lavorato come musicista e come tecnico del suono. Quanto è stato difficile decidere di abbandonare la tua carriera precedente per dedicarti solo alla scrittura?Guarda è stato proprio facilissimo, un sogno che diventa realtà. Naturalmente non vivo di libri, non si può nemmeno immaginare tra un milione di anni in Italia una cosa del genere, sono in pochi a farcela, ma ho fatto questa scelta comunque non perché mi convenga, ma perché era una necessità.  Quindi ufficialmente per lo stato sono un inattivo da tre anni, cioè non studio, non lavoro. Scrivo certo, ma produco pagine digitali, non contribuisco al PIL. Per quanto riguarda lo spirito sono rinato. Non ne potevo più riempirmi il cervello di cose che non mi riguardavano. Mi mancavano più i miei pensieri che il tempo libero, ( ma anche quello). Mi mancava la libertà di pensare a quello che volevo, quando volevo. Ho lavorato per venticinque anni nello spettacolo come tecnico, in tour, programmi televisivi, convention e show in genere, un mondo dove tutto è urgente, tutto è importante, tutto vitale e sono tutti determinati a raggiungere la meta. Che se solo tutta quella determinazione la mettessero per salvare vite umane o per fermare la guerra, il mondo sarebbe un posto migliore. Invece ci fanno dei programmi televisivi che la gente guarda preparando la cena, con lo stesso interesse che si può dare a qualsiasi altra cosa inutile.Un bel giorno ho capito che ci hanno fregato e ho detto basta, è ho fatto in modo che diventi realtà. Non si lavora per portare a casa il pane, non è il pane il problema, sono le vacanze, la macchina, la casa, la settimana bianca. Oggi mi basta molto meno.Nel medioevo i contadini facevano 180 giorni di vacanza all’anno che poi sono sei mesi. Sei mesi di ferie ogni anno. Nella storia il lavoro è sempre stato solo una parte della vita dell’uomo. Oggi invece è la vita stessa. Il lavoro per alcuni non lascia il tempo per null’altro. I bambini li crescono i nonni. Il mondo non ha mai lavorato così tanto come in questo secolo, siamo schiavi della produzione che deve sempre superarsi, fare record. Impera la filosofia del fenomeno in tutti i campi e chi fenomeno non è, alla fine, viene lasciato indietro. Un mondo strano.Credo che oggi il lavoro rubi l’anima al mondo (per chi ne possedesse una). Rende aggressivi come la carne rossa. Quanto la tua esperienza nel mondo della musica influenza la tua narrativa?Ho iniziato a suonare la batteria a tredici anni convinto di poter fare la storia della musica, da come si evince non è successo, ma nel frattempo ho vissuto degli anni fantastici. Quindi sono cresciuto con la mentalità del musicista, uno spirito che è rimasto intatto, sebbene adesso non suoni più da molti anni ormai. Per questo c’è molta musica in ciò che ho scritto, soprattutto nel mio primo romanzo “Calcare. Cronache da Nord Est” (Bookabook 2023) ambientato nelle periferie rock triestine degli anni novanta, dove sono nato e cresciuto. Un romanzo generazionale, con uno stile particolare, secco, ritmico, scarno, senza tanti aggettivi o avverbi o frasi complesse. Mi ha dato molte soddisfazioni. Molte persone mi hanno scritto dopo averlo letto, lo hanno regalato, consigliato, è diventato quasi un cult. Tutti i capitoli sono brevi e ogni capitolo ha il titolo di una canzone inerente all’annata e all’argomento trattato. Poi nell’ultima pagina c’è un QR code con la play list e quasi tutti i centosessanta pezzi citati nel libro.La musica quindi è fondamentale per me nella scrittura. Non solo le parole devono suonare, ma c’è anche la colonna sonora che si può usare che ovviamente bisogna immaginarsela, essendo un libro.In “Mi Senti? La Vita non fa Rumore” ogni storia ha la sua colonna sonora da “immaginare” che è parte integrante della narrazione. Adesso veniamo al tuo ultimo libro, la meravigliosa raccolta di storie (definizione che preferisci a racconti) “Mi senti? La vita non fa rumore”. Vorresti innanzitutto spiegarci questo titolo così particolare? Cosa significa, per te, “sentire” veramente qualcuno?Mi piaceva molto l’idea di mettere un punto interrogativo nel titolo, era qualcosa che avevo deciso ancora prima di inviare la mia bozza a un qualsiasi editore. Per l’esattezza è una battuta di un dialogo che pronuncia Mauro, uno dei protagonisti, prima di addormentarsi. Lui è disteso sul suo letto, in camera e si rivolge a sua moglie che invece è in bagno con l’acqua del rubinetto aperta. Una scena di vita comune di una coppa sposata che si prepara per andare a letto, ma che nasconde in realtà qualcosa di più profondo: l’incomunicabilità tra due persone spostate che si parlano senza ascoltarsi.Ma è anche una provocazione, una richiesta di aiuto che manifesta l’importanza di essere visti, di essere presi in considerazione. Quel “Mi senti?” ci chiede se siamo vivi o morti, se veramente la vita è solo qualcosa che scorre tra i post, le liste della spesa e gli estratti conto della banca o può essere qualcosa in più.Oggi siamo tutti collegati telematicamente come mai prima d’ora, sappiamo tutto degli altri, ma forse poco di noi stessi e non siamo mai stati così soli. Fare piena luce su argomenti più oscuri e scomodi, temi che toccano e inquinano ognuno di noi; era qualcosa a cui tenevo particolarmente. È un libro che mi sono divertito a scrivere, ma mi ha fatto anche molto riflettere sul vivere degli altri.Il sottotitolo invece rappresenta le storie invisibili, quelle che nessuno racconta, per ogni finestra illuminata ce n’è una: storie normali di vite silenziose che potrebbero essere benissimo anche la nostra. Le storie che proponi nel libro rispecchiano la tua esperienza personale, o magari situazioni reali vissute da altri?Se nel mio primo romanzo “Calcare” è tutto vero, cioè ogni vicenda narrata è accaduta realmente nelle periferie di nord est tra gli anni ottanta e novanta del novecento, in “Mi Senti?” è tutto finto, niente è successo realmente. E pensare che, in un periodo storico come questo, con il mondo innondato dalle fake news, pubblico un libro dichiaratamente di storie false e siamo qui a parlarne. Non solo, pur sapendolo tu lo hai letto tutto e ti è pure piaciuto ( così hai dichiarato in privato) e in più questa intervista ha lo scopo di proporre anche ad altre persone di leggerlo. Una follia naturalizzata. O meglio; la magia della scrittura. Sinceramente non era mi intenzione che queste storie rispecchiassero la mia vita, se non di striscio. Cose che ho visto per strada o cose successe ad amici, questa è stata la mia ispirazione. La storia di Olivia nasce per esempio da un annuncio che cerca una Dama per danzare trovato in stazione un pomeriggio di novembre, lo stesso annuncio che si trova in testa al libro. Mio piaceva la parola Dama e sono partito da lì. Poi è il carattere dei personaggi, se li ho costruiti bene, a fare la narrazione, ti dicono loro come andare avanti. Quindi, per inciso, non volevo metterci la mia vita, ma quella degli altri. Una volta finito, però, credo fosse durante l’ultima lettura prima della stampa; l’illuminazione. Tutti i personaggi e tutte le storie mi riguardano profondamente, ma me ne ero reso conto solo alla fine. Ogni singolo elemento importante è legato ad un fatto profondo della mia vita, come avevo fatto a non vederlo? Avevo pescato nell’inconscio. I personaggi del libro sono molto provati dalla vita. Sono degli sconfitti, oppure sono semplicemente delle persone che cercano la loro libertà?“Non amano più, ad esempio, ma sanno che l’amore, anche se non li riguarda, da qualche parte esiste”Cito questa frase tratta dalla prefazione per gentile concessione del mio caro amico scrittore triestino Massimiliano Stefani, perché condensa bene la realtà di questi personaggi. Volevo raccontare ciò che potrebbe benissimo succedere al nostro vicino di casa o anche noi stessi. Quindi l’aspetto psicologico dei protagonisti è stato fondamentale: come reagiscono, cosa pensano, cosa sognano… Perché in realtà fuori non succede niente di ché, non ci sono sparatorie, morti ammazzati, vendette, è tutto rappresentato in un contesto apparentemente ordinario e sicuro, quello che cambia è dentro. È dentro ai personaggi che si scatena la tempesta, solo nella loro mente avverrà ciò che cambierà tutto affinché niente sia più come prima.Dalla paura di non sentirsi all’altezza in una società che glorifica solo i fenomeni, allo scovare il senso che sfugge in pochi attimi di lucidità. Ma sono vite che comunque non si abbattono, non mollano mai, vanno sempre avanti a testa bassa, per poi fermarsi solo un attimo prima del crollo. Non ci sono eroi, nessuno risulta perfetto e forse nemmeno passabile, ma sono umani, con sogni, sbagli, contraddizioni e ferite nel cassetto. Feriti vaganti: uomini e donne che si ritrovano da soli travolti dalla gioia e dal dolore della vita quotidiana.Come scattare polaroid in bianco e nero e riguardarle dopo anni.Ma se mi fossi limitato a descrivere i fatti, non sarebbe stato necessario pubblicare un libro.I fatti in sé stessi non significano niente, non sono interessanti, quello che è interessante invece è dargli un senso, e questo lo può fare solo la vita.Un libro cambia a seconda di chi lo legge perché cambia la vita del lettore. A me è successo con il mio primo romanzo,Credo che sia la più grande magia della scrittura, quando succede si dice che è “aporetico”, se si riesce a fare coesistere nello stesso testo due opinioni diametralmente opposte ma altrettanto valide. Il mio intento è stato proprio questo: raccontare lasciando la libertà di interpretare a ogni persona con la propria coscienza critica cosa sia giusto o sbagliato. Se ci sono riuscito lo diranno i lettori. Milano e Trieste sono le città dove si svolgono le storie. Sono solo dei luoghi o diventano parte integrante della narrazione?Sono nato a Trieste ma vivo sul lago di Como da molti anni. Sono scappato dalla mia città quando avevo 26 e di conseguenza le location mi riguardano personalmente. Il libro è formato da sei storie apparentemente non collegate, che però è come se lo fossero. Hanno tutte un filo comune che non può non risaltare alla lettura. Lo scopo era mettere insieme un miscuglio eterogeneo di persone provenienti da diverse località d’Italia, per creare una sorta di visione complessiva e l’ausilio di città diverse mi ha aiutato a questo scopo.Naturalmente la prima scelta è stata quella che amo di più, Trieste dove sono nato e cresciuto. Un luogo molto caratterizzante con particolarità uniche anche per la storia che l’ha attraversata nei secoli. Con Trieste ho avuto da sempre un rapporto conflittuale, anche per questo sono a Como e per questo le ho dedicato il mio primo romanzo. Anche se non ci vivo, perché non è possibile, continuerò a rappresentarla come location per i miei libri. Se Trieste ti entra nel cuore non ne esce più, anche se non ci sei nato. Ci dai qualche anticipazione sui tuoi progetti per il futuro?Pubblicare un libro è veramente emozionante, è un po’ come essere nel mondo, ma con una strana e particolare svasatura del tempo. Nel senso che quando esce il libro nuovo, per te è per forza di cose già vecchio, perché è passato molto tempo e magari ne stai scrivendo un altro, e magari non ne ricordi più nemmeno bene i particolari. Mi è successo…È come un cercare di andare avanti per poi ritornare a guardarsi indietro.Ovviamente è una svasatura necessaria della quale non si può prescindere, ma mi fa ridere che tra me e il lettore ci saranno sempre tempi diversi di cottura.Infatti sto lavorando a un altro romanzo, sono quasi a metà. Ho fatto una bella fondazione, ho creato dei bei personaggi e inizio a sguazzarci, che è la cosa più bella in assoluto dello scrivere. Creare un mondo artificiale per poi esplorarlo come si vuole, ma succede solo dopo un po’. Mi ricorda molto quando giocavo da piccolo con mio fratello a costruire con materiali di fortuna le capanne sugli alberi. Lavori come un pazzo spostando tronchi e rami tagliati solo perché non vedi l’ora di giocarci dentro. La fondazione di un romanzo è più o meno la stessa cosa.Ci tengo a segnalare che l’inizio del prossimo progetto, quello che sto scrivendo adesso, coincide esattamente con la fine di questo libro. Così ci si può fare un’idea e la sfasatura si abbatte. Nelle ultime pagine di “Mi senti? La vita non fa rumore” si trova una specie di postfazione, con data, luogo e ora in testa, che però postfazione non è.E’ una bozza del prossimo romanzo che sarà tutto in prima persona, e poterà in luce dinamiche e contraddizioni di vent’anni del mondo dello spettacolo visti dal punto di vista di un operaio del settore. Ho preso appunti per venticinque anni e non farò sconti a nessuno. Ma se ne riparla tra almeno un anno, diciamo due.Intanto mi godo “Mi Senti? La vita non fa rumore”, dopo tanto lavoro sono curioso di vedere l’effetto che fa, ma ovviamente senza prendermi sul serio; è solo un bel gioco e non sarà mai un mestiere.Auguro a tutti ogni bene, a presto.Federica Focà