Puglia, nei lidi è guerra alla focaccia (e alla parmigiana)

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A Vieste, perla del Gargano, c’è chi è arrivato persino a mangiare di nascosto, quasi furtivamente. Sotto l’ombrellone e lontano dagli occhi, quanto mai severi e attenti, dei gestori degli stabilimenti balneari si consuma l’ennesimo paradosso italiano. Perché da queste parti, ma succede anche nel Salento e sulla costa barese o tarantina, vige ormai una regola non scritta e contraria a ogni tipo di buonsenso: se sei in un lido privato non puoi portare cibo e bevande dall’esterno o da casa. Nell’estate 2026 della Puglia non è scoppiata solo l’afa ma anche la cosiddetta «guerra della parmigiana» o, se preferite, la guerra della focaccia in riva al mare.Da un lato troviamo le associazioni dei consumatori e i bagnanti, specie le famiglie, che proprio non ne vogliono sapere di sottostare ai prezzi alle stelle dei bar e dei ristoranti degli stabilimenti balneari, i quali si aggiungono ai già noti rincari per lettini e ombrelloni. Per un semplice panino si spendono ormai almeno 5 o 6 euro. Dall’altro lato ci sono le associazioni di categoria degli operatori turistici e balneari che invece non consentono, in base a fantomatici regolamenti interni, l’accesso con borsoni carichi di cibarie e piatti della domenica preparati a casa. I gestori considerano questa abitudine un danno economico e d’immagine, trasformando una questione di pura gestione commerciale in uno scontro ideologico.La polemica con vista mare è subito diventata un caso politico, cavalcato dalle istituzioni locali che dimenticano come i rapporti tra privati dovrebbero essere regolati dal diritto e non dai post sui social. Ci ha pensato il presidente della Regione Puglia, Antonio Decaro, a intervenire tuonando con un video e riprendendo una delle tante storie arrivate proprio da Vieste, dove una giovane madre è stata costretta a nascondere i panini nel borsone per sfuggire ai controlli dei titolari del lido.«Leggo con stupore le parole di Assoturismo», è l’affondo di Decaro. «Si parla d’immagine danneggiata se qualcuno osa consumare un panino o della focaccia portata da casa in un lido privato. Io credo che non ci siamo proprio: già il costo degli ombrelloni e dei lettini è esorbitante. Ma poi nel nome di un presunto decoro, possiamo chiedere a chi sceglie uno stabilimento balneare di mangiare solo ed esclusivamente all’interno del bar e del ristorante di quello stabilimento?».Cosa dice la leggePer risolvere la questione non servono le grida populiste, ma basta aprire i codici. La differenza fondamentale quando si parla di divieti balneari sta tutta in una parola: proprietà. La spiaggia non è una proprietà privata del gestore. L’articolo 822 del Codice Civile è chiarissimo nel disporre che il lido del mare appartiene allo Stato e fa parte del demanio pubblico. Il titolare dello stabilimento non è il padrone della spiaggia, ma ha soltanto una concessione amministrativa per posizionare lettini e ombrelloni e offrire servizi, mentre il bene primario resta di tutti.Il governatore Decaro ha ricordato che l’apposita ordinanza balneare della Regione Puglia consente ai bagnanti di introdurre e consumare alimenti e bevande propri sulle spiagge, comprese quelle affidate in concessione. «Le regole in Puglia sul decoro ci sono già dal 2019: è vietato in spiaggia utilizzare plastica monouso», avverte il presidente della Regione. «Quindi chi porta cibo da casa può utilizzare soltanto posate e stoviglie biodegradabili. Il resto sembra soltanto un modo ‘elegante’ per dire: ‘consumate da noi o niente’».Il quadro cambia radicalmente se ci spostiamo in una piscina o in una struttura interamente privata, dove l’articolo 832 del Codice Civile attribuisce al proprietario il diritto di godere e disporre delle cose in modo pieno ed esclusivo. Chi entra in un club privato accetta un regolamento interno che può legittimamente vietare l’introduzione di cibo esterno, purché tale divieto sia chiaramente comunicato ed esposto prima dell’acquisto del biglietto. Sulla spiaggia pubblica in concessione questo potere di veto assoluto semplicemente non esiste, poiché il gestore non può limitare le libertà personali del cittadino oltre l’oggetto specifico della concessione stessa.Il contratto del lido e la trappola delle clausole vessatorieQuando un cittadino entra in uno stabilimento e decide di affittare un ombrellone o una sdraio, non sta entrando in una zona franca legislativa, ma sta di fatto sottoscrivendo un contratto. Questo accordo prevede lo scambio di un servizio contro il pagamento di una tariffa. I famigerati regolamenti interni che i gestori dei lidi usano per giustificare le perquisizioni delle borse frigo non possono contenere regole contrarie alle leggi dello Stato o ai diritti fondamentali del consumatore.E qui entra in gioco il Codice del Consumo, che tutela il contraente debole da imposizioni arbitrarie. Secondo la normativa vigente, sono considerate vessatorie tutte quelle clausole che determinano a carico del consumatore un significativo squilibrio dei diritti e degli obblighi derivanti dal contratto. Un regolamento interno che impone l’obbligo di rifornirsi esclusivamente presso il bar della struttura, vietando persino l’introduzione di acqua o di un pranzo leggero, configura un abuso della posizione contrattuale del gestore e può essere contestato legalmente.Enrico Foscarini, 8 luglio 2026L'articolo Puglia, nei lidi è guerra alla focaccia (e alla parmigiana) proviene da Nicolaporro.it.