Audizione dopo audizione, il Copasir continua la sua indagine per far luce sugli investimenti cinesi in Italia. Un cammino, svelato per la prima volta proprio da questo giornale, cominciato due mesi fa, quando il Comitato per la sicurezza della Repubblica presieduto da Lorenzo Guerini ha deciso di passare una seconda volta ai raggi X tutti i movimenti dei capitali riconducibili al Dragone in Italia. D’altronde, non è certo un mistero, dalle rinnovabili all’auto, passando per l’e-commerce, la Cina è ormai una presenza fissa nel tessuto economico italiano. Per non parlare della miriade di imprese che rischia ogni giorno l’estinzione proprio a causa della concorrenza, quasi sempre sleale, di Pechino. Figlia, a sua volta, di un’economia, quella cinese, sussidiata dallo stesso governo del Dragone.Ora, dopo una prima girandola di interventi, quelli dei rappresentanti dell’Istituto per gli affari internazionali, dell’Aspen Institute e dell’Istituto per gli studi di politica internazionale, ora a varcare i cancelli di San Macuto sarà, domani, il direttore dell’Agenzia informazioni per la sicurezza esterna (Aise) Giovanni Caravelli. Un contributo prezioso alla causa del Copasir, che punta a stringere i tempi in vista della stesura della relazione finale da presentare, poi, al Parlamento. D’altronde, solo attraverso un’accurata mappa degli investimenti cinesi in Italia si può avere una chiara idea della consistenza della minaccia del Dragone. E dunque regolarsi di conseguenza.Come, d’altronde, raccontato da questo stesso giornale, le intenzioni degli investitori del Dragone sono spesso poco amichevoli verso le piccole aziende ma dall’alto potenziale tecnologico. I casi Pirelli e Ferretti, proprio di questi giorni, stanno lì a dimostrarlo. Non è certo un mistero che gli investimenti battenti bandiera cinese hanno una natura più predatoria che altro: arrivano, comprano, acquisiscono know how e segreti industriali e portano tutto in patria, condividendo poco o nulla con l’ecosistema che li accoglie, spesso, a braccia aperte.