di Cesare Scotoni – MOSCA. Sovviene una domanda, forse banale: come mai tante certezze da parte di persone che, pur non essendo necessariamente stupide, ripetono, come i “covidioti” del 2021, gli slogan con cui titolisti improvvisati tappezzano le prime pagine degli antichi pilastri cartacei della nostra democrazia? Io a Mosca ci sono venuto e sono certo che chi ha investito nei partiti per garantire un posto in lista a persone che oggi, da un seggio ottenuto, irrorano quotidianamente i nostri telegiornali della loro pochezza, abbia fatto un buon affare. La verità è che qui la guerra non “morde” come invece ci viene ripetuto. La prospettiva che da cinquanta mesi ci viene proposta rischia di indebolire il nostro Paese in ogni futura e inevitabile trattativa. Qui il conflitto ha certamente portato alla luce vecchi corruttori, ha indebolito alcuni protagonisti e ne ha rafforzati altri, ma, nella sostanza, non sembra incidere sulla solidità della leadership né sulla serenità economica delle famiglie. Per questo motivo, secondo questa lettura, la “guerra”, quella vera, qui non sarebbe ancora cominciata. L’obiettivo politico e militare dichiarato il 23 febbraio 2022 e approvato dal Parlamento russo prevedeva il rientro nella Federazione Russa delle quattro regioni separatiste che si erano autoproclamate repubbliche e che Mosca aveva riconosciuto. Da allora, sostiene l’autore, non vi sarebbe mai stata alcuna richiesta di ampliare formalmente gli obiettivi dell’operazione militare, né la Duma avrebbe mai votato un’estensione delle operazioni, nonostante questa ipotesi sia stata più volte evocata dai media occidentali. Ci raccontano balle, come spesso accade, a suo giudizio, dal 1999, e i “covidioti” di ieri si atteggiano oggi a propagandisti filoucraini, senza la minima contezza di ciò che chiunque potrebbe verificare di persona, ottenendo un visto senza particolari difficoltà e raggiungendo Mosca con un volo di poco più di tre ore da un Paese che non abbia interrotto i collegamenti con la Russia. Il nostro Paese, però, oggi non può permettersi questi “covidioti” in versione 2.0. Nella loro imbecillità costano molto alla democrazia, al bilancio dello Stato e alle famiglie. A Mario Draghi, secondo questa opinione, non sarebbero bastati gli errori commessi sulla Grecia, né l’adesione al TIF, né il rifiuto di sostenere un esercito europeo. La richiesta di sanzioni contro la Russia, rivelatesi, sempre secondo questa interpretazione, dannose soprattutto per l’Unione Europea, avrebbe compromesso le prospettive dell’intera Unione monetaria nel contesto della dedollarizzazione degli scambi internazionali. Per l’autore è difficile ritenere che Draghi abbia agito in buona fede nel suo percorso verso il Quirinale, candidatura che, a suo avviso, fu bloccata da Matteo Salvini. Sarebbe ora di pretendere almeno una netta distinzione tra informazione e propaganda, quantomeno nel servizio pubblico radiotelevisivo. Oppure di abolire il canone Rai, visto che ormai anche i telegiornali ospitano spazi pubblicitari senza neppure una sigla che li distingua chiaramente dall’informazione. Forza e coraggio.