Tech, finanza e difesa. Le nuove mappe del potere secondo Ansalone e Della Gatta

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Tecnologia, finanza, geopolitica e difesa. Sono questi i temi al centro dell’ultimo Aperithink di Formiche prima della pausa estiva, occasione per discutere due volumi che affrontano, da prospettive differenti ma complementari, le trasformazioni in corso nello scenario internazionale: “Estremi. Il mondo in bilico tra caos e polarizzazione” (Guerini e Associati) di Gianluca Ansalone, head of public affairs & sustainability di Novartis, e “Difendere il futuro. Finanza, innovazione e geopolitica nella nuova economia della sicurezza” (Egea) di Enrico Della Gatta, vp Defense market business intelligence di Fincantieri. Al confronto hanno partecipato anche Alessandro Alfieri, capogruppo del Partito democratico in commissione Affari esteri e Difesa del Senato, e Antonio Giordano, componente delle commissioni Politiche dell’Unione europea e Finanze della Camera, con la moderazione di Flavia Giacobbe, direttrice delle riviste Formiche e Airpress.Tecnologia, finanza e nuovi centri del potereIl filo conduttore dei due saggi è il cambiamento degli equilibri di potere determinato dall’innovazione tecnologica e dalla crescente centralità degli attori privati. Per Ansalone, le grandi aziende tecnologiche rappresentano una discontinuità rispetto al passato. “Siamo di fronte a colossi della tecnologia che, oltre ad avere dimensioni paragonabili a quelle degli Stati, per la prima volta non si occupano più soltanto di business. Il cuore della loro attività non è più la proposta di valore di un prodotto, ma un vero e proprio modello di ingegneria sociale”. Una trasformazione che, secondo l’autore, rischia di lasciare spazio a soggetti privati sempre più influenti, mentre “la politica fa un passo indietro”. Pur definendosi “un tecno-ottimista”, Ansalone sostiene la necessità di una risposta politica capace di governare il cambiamento senza ricorrere a soluzioni estreme. “La censura non è un’opzione percorribile”, osserva, ma neppure “la libertà assoluta di espressione” può rappresentare una risposta nell’attuale ecosistema digitale, proponendo tra le possibili misure il superamento dell’anonimato sui social media.Della Gatta sposta l’attenzione sull’ecosistema defense-tech sviluppatosi negli Stati Uniti, dove capitale privato, università e innovazione hanno dato vita a nuovi protagonisti dell’industria della difesa. “I nuovi attori del quadro geopolitico sono dei trentenni milionari che fanno cose molto più grandi di loro con una forza finanziaria che non ci sogniamo”, afferma, sottolineando come venture capital e private equity abbiano assunto un ruolo tradizionalmente svolto dagli Stati. La disponibilità di capitale è ormai un fattore decisivo nella competizione tecnologica. “Chi ha i mezzi determina i fini”, osserva, invitando l’Europa a guardare con attenzione un modello in cui investitori privati finanziano ricerca applicata, tecnologie dual-use e start-up che raggiungono valutazioni superiori a quelle di grandi gruppi industriali europei. Il rischio, avverte, è che il continente continui a perdere competenze e imprese innovative a favore del mercato statunitense.La politica davanti alla trasformazioneSe tecnologia e capitale stanno ridefinendo gli equilibri della sicurezza, la politica è chiamata a costruire strumenti, consenso e una visione di lungo periodo. Per Alessandro Alfieri la sfida principale riguarda la costruzione di una cultura della difesa che superi le contrapposizioni ideologiche. “Abbiamo bisogno di costruire una narrazione”, spiega, partendo dagli ambiti nei quali sicurezza e innovazione si intrecciano: spazio, cybersicurezza, tecnologie dual use, difesa anti drone e dominio subacqueo. “Bisogna partire da ciò di cui abbiamo bisogno e non da cifre sparate”, osserva, sostenendo che il consenso sugli investimenti debba nascere dall’individuazione delle capacità necessarie piuttosto che da obiettivi quantitativi. Alfieri indica inoltre un possibile modello italiano fondato sulla collaborazione tra grandi gruppi industriali e piccole imprese innovative. Attorno a realtà come Leonardo e Fincantieri, osserva, potrebbe svilupparsi “un ecosistema di piccole imprese” sostenuto anche dal capitale privato e dagli strumenti europei.Antonio Giordano richiama invece il ruolo dello Stato come abilitatore di ecosistemi innovativi. Citando il caso ucraino e del suo ministro della Difesa Mikhail Fedorov, evidenzia come “lo Stato ha fatto una parte importante, ma l’ha fatta insieme ai privati”, mettendo in rete università, industria, amministrazioni pubbliche e capacità tecnologiche. Una cooperazione che, a suo giudizio, ha consentito all’Ucraina di accelerare lo sviluppo della produzione di droni e di integrare rapidamente innovazione e capacità operative. Anche l’Europa dispone di realtà imprenditoriali in grado di competere, ma spesso manca un contesto favorevole alla crescita. Da qui la necessità di sviluppare piattaforme comuni di cooperazione e di ridurre la frammentazione industriale e tecnologica.L’Europa tra cooperazione e autonomia strategicaIl confronto si è concluso con una riflessione sul futuro dell’Europa, tra esigenze di integrazione e ricerca di una maggiore autonomia strategica. “Teniamoci stretta questa Europa”, afferma Ansalone. Pur riconoscendo la necessità di riformarne regole e funzionamento, l’autore sostiene che “l’alternativa all’Europa è il baratro”, in uno scenario internazionale sempre più organizzato in sfere di influenza. Da qui la proposta di un “plurilateralismo pragmatico”, fondato sulla cooperazione tra Paesi accomunati da interessi e valori. Della Gatta, invece, auspica “un’Europa diversa, in grado di non essere quel famoso vaso di terracotta tra vasi di ferro”, capace di superare la frammentazione della difesa, razionalizzare la spesa e riportare nel continente competenze e capitali oggi attratti da altri ecosistemi tecnologici. “Per guardare avanti bisogna capire di cosa abbiamo bisogno”, conclude.Per Alfieri, l’attuale assetto dell’Ue ha raggiunto il massimo livello di integrazione possibile. La prospettiva resta quella di rafforzare la cooperazione tra gli Stati disponibili ad avanzare verso una maggiore integrazione, anche nel settore della difesa. “Se continuiamo a pensare di trovare le soluzioni dentro l’attuale assetto dell’Europa, la partita non la giochiamo. A volte c’è bisogno dei sogni, soprattutto per la politica, e quello degli Stati Uniti d’Europa, con chi ci sta, rimane la prospettiva”. Giordano invita invece a tenere insieme ambizione e realismo. L’Europa, sostiene, deve puntare su forme concrete di cooperazione industriale e militare, senza inseguire modelli per i quali non esistono ancora le condizioni politiche. “Dobbiamo lavorare su piattaforme di cooperazione, che è l’unica cosa che funziona”, afferma. “Non siamo maturi per rincorrere gli Stati Uniti d’Europa. Bisogna sapere dove siamo e avere soluzioni pragmatiche”.