In Kenya si decide sull'uso religioso della marijuana

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AGI - Il movimento rastafariano in Kenya attende per il prossimo 15 luglio la decisione dell'Alta Corte di Nairobi, che dovrà stabilire se il consumo della marijuana a scopi meditativi possa essere autorizzato in nome della libertà di religione. A darne notizia sono i media locali, ricordando che la controversia legale, attiva dal 2021, rappresenta uno snodo cruciale per una comunità che si identifica come mistica, vegetariana e panafricanista.Il Paese vive una contraddizione giuridica: sebbene nel 2019 una sentenza abbia di fatto riconosciuto il culto rastafariano nell'ordinamento keniano, una severa legge del 1994 punisce il possesso di canapa con multe e condanne fino a dieci anni di carcere, esponendo i fedeli a continue ritorsioni e perquisizioni della polizia. La decisione del 2019 riguardava il diritto di una studentessa rastafariana a portare i dreadlocks a scuola e ha rappresentato il primo riconoscimento del culto da parte della giustizia keniana.La battaglia per il riconoscimento religiosoPer i rastafariani la cannabis non rappresenta una sostanza ricreativa, ma un elemento della pratica religiosa utilizzato durante la meditazione e le celebrazioni. La Rastafari Society of Kenya, promotrice del ricorso, sostiene che il divieto assoluto impedisca ai fedeli di professare liberamente la propria religione."Fumare marijuana fa parte della nostra cultura e dobbiamo difenderla", ha dichiarato all'AFP il portavoce dell'associazione, Mwendwa Wambua, conosciuto come Ras Prophet, spiegando che i rastafariani sono spesso oggetto di controlli e arresti anche per il possesso di modeste quantità di cannabis.Tra discriminazioni e controlliSecondo i membri della comunità, le discriminazioni sono frequenti. "La gente guarda i tuoi capelli, ti chiama 'rastaman', dice che fumi ganja e ti associa a ogni genere di cosa negativa", racconta Moses Mudachi Isavwa, che ha adottato il nome di Ras Masinde.L'uomo spiega di portare i dreadlocks anche come omaggio ai guerriglieri Mau Mau, protagonisti della rivolta contro il dominio coloniale britannico negli anni Cinquanta, e si definisce "un combattente per la libertà" in difesa dei rastafariani incarcerati per reati legati alla cannabis."Ogni volta che cammino per strada un poliziotto mi ferma, controlla il mio zaino per verificare che non contenga marijuana", racconta ancora Ras Masinde. La legislazione keniana prevede infatti fino a dieci anni di carcere e pesanti sanzioni pecuniarie per il possesso di cannabis a uso personale.La comunità di KiberaNonostante la clandestinità, il movimento continua a crescere soprattutto tra i giovani delle aree urbane più svantaggiate. I fedeli si riuniscono il sabato, giorno dedicato al culto, principalmente a Kibera, il più grande quartiere informale di Nairobi.Qui ha sede anche la Fondazione Haile Selassie, che organizza corsi di tessitura, lavorazione dei gioielli e costruzione di strumenti musicali, con l'obiettivo di offrire ai giovani opportunità di lavoro e sottrarli alla criminalità.La sentenza attesa il 15 luglioI rastafariani guardano con ottimismo alla decisione dell'Alta Corte. Un pronunciamento favorevole potrebbe rappresentare un precedente sul riconoscimento dell'uso religioso della cannabis in Kenya e consentire ai fedeli di praticare il proprio culto senza il timore di essere perseguiti dalle forze dell'ordine.