Caro Porro,sono Amministratore di una società che da oltre vent’anni opera nell’acciaio, occupandosi di consulenza e commercializzazione di prodotti siderurgici piani (coils) provenienti da importanti acciaierie di Turchia, Egitto, Cina, Emirati Arabi Uniti, Serbia e Slovacchia.Nel corso della mia attività professionale ho avuto modo di osservare da vicino le profonde trasformazioni del mercato dell’acciaio europeo, confrontandomi quotidianamente con produttori, distributori e utilizzatori finali.Proprio questa esperienza mi spinge oggi a sottoporle un tema di estrema rilevanza economica e industriale che, a mio avviso, sta ricevendo un’attenzione del tutto insufficiente da parte dei media e dell’opinione pubblica, un tema a che rischia di avere conseguenze devastanti per l’industria europea.Negli ultimi anni, la Commissione Europea ha adottato una serie di misure – dai dazi alle quote di importazione, fino all’introduzione del meccanismo CBAM (Carbon Border Adjustment Mechanism) che pur essendo state presentate come strumenti di tutela dell’industria continental e dell’ambiente, stanno producendo effetti opposti: aumento dei costi, perdita di competitività, incertezza normativa e gravi difficoltà per migliaia di aziende che trasformano e utilizzano l’acciaio.La siderurgia non è soltanto un settore industriale: è la spina dorsale dell’economia europea. Senza acciaio non esistono automotive, edilizia, elettrodomestici, infrastrutture, meccanica e difesa. Eppure, proprio questa filiera strategica è oggi vittima di decisioni burocratiche spesso scollegate dalla realtà del mercato e dalle esigenze delle imprese.Da operatore che vive quotidianamente il settore, raccolgo ogni giorno le preoccupazioni di imprenditori, distributori e trasformatori che vedono restringersi gli spazi di competitività e aumentare il rischio di delocalizzazioni, chiusure e perdita di posti di lavoro. Per queste ragioni mi permetto di sottoporle in calce alcune riflessioni e dati che potrebbero contribuire ad aprire un dibattito serio e trasparente su un tema che riguarda non soltanto gli addetti ai lavori, ma il futuro stesso dell’industria europea.C’è una domanda che oggi ogni imprenditore europeo dovrebbe porsi: l’Europa vuole davvero difendere la propria industria o ne sta semplicemente accelerando il declino? Negli ultimi anni, la Commissione Europea ha costruito un sistema di regole, vincoli e obblighi ambientali con l’obiettivo dichiarato di rendere l’economia più sostenibile e proteggere il settore siderurgico. Il risultato, tuttavia, sembra essere esattamente l’opposto.Prima il Green Deal. Poi il Green Steel. Successivamente i dazi sulle materie prime, le clausole di salvaguardia, le quote all’importazione e, infine, il CBAM, il meccanismo di tassazione delle emissioni di CO₂ sulle importazioni.Provvedimenti forse nobili nelle intenzioni, ma concepiti senza una reale comprensione del funzionamento del mercato dell’acciaio e, soprattutto, senza considerare le esigenze della grande filiera manifatturiera europea. L’ultima dimostrazione dell’approssimazione con cui Bruxelles affronta i temi industriali riguarda il CBAM. Nel 2025 la stessa Unione Europea aveva confermato che i benchmark definitivi necessari per calcolare i costi del CBAM non sarebbero stati disponibili prima dell’inizio del 2026.Di conseguenza, migliaia di aziende si sono trovate a prendere decisioni di acquisto senza conoscere l’effettivo costo delle future importazioni. Situazione che, ad oggi, rimane invariata: se, infatti, da un lato i benchmark sono stati resi pubblici, dall’altro questi valori non consentono in pratica di lavorare poiché troppo elevati.Tutti i consumatori di acciaio hanno fatto e stanno facendo tutt’ora affidamento a dei valori di emissione “actual” dichiarati dai produttori ma è qui sorge il paradosso. Dovranno essere certificati da enti revisori Europei di cui non se ne conosce ancora il nome. Lo sapremo forse a metà 2027 e questo significa che per un anno e mezzo, tutta la filiera siderurgica avrà acquistato acciaio senza saperne il reale costo.In aggiunta, prezzi dei certificati di emissione continuano a oscillare, i criteri di calcolo non sono definiti, i soggetti incaricati delle certificazioni non sono ancora stati individuati con chiarezza e gli importatori saranno costretti ad accantonare risorse finanziarie per costi che, ad oggi, nessuno è in grado di quantificare. È impossibile fare impresa in queste condizioni.La situazione è resa ancora più grave dal tema delle nuove quote di importazione. Le aziende europee attendevano da mesi di conoscere:• i volumi disponibili;• i criteri di assegnazione;• la data di effettiva applicazione;• la possibile redistribuzione delle quote russe e bielorusse;• l’eventuale introduzione di quote per Paese.E queste informazioni sono stare rese pubbliche solo il 30 giugno 2026 – esattamente un giorno prima dell’annunciata entrata in vigore di tali regole. In un settore caratterizzato da cicli produttivi lunghi e da ordini programmati con mesi di anticipo, l’incertezza normativa si traduce inevitabilmente in paralisi.Nel secondo trimestre del 2026, molti operatori italiani della filiera siderurgica hanno registrato un calo dell’attività fino al 50% rispetto allo stesso periodo del 2025. Acquisti sospesi. Produzione rallentata. Investimenti rinviati. Magazzini in costante assorbimento.Una paralisi che non nasce dal mercato, ma dall’incertezza normativa generata dalle istituzioni europee. L’errore di fondo è culturale. L’Europa non è una superpotenza mineraria ed energetica. Non è autosufficiente nelle materie prime. Non possiede l’abbondanza di risorse di cui dispongono Stati Uniti, Cina, India o Russia.L’Europa è invece una grande piattaforma industriale di trasformazione. Sono le migliaia di aziende che lavorano, trasformano e nobilitano l’acciaio a creare ricchezza, occupazione e competitività. Eppure, Bruxelles continua a trattare il coil e i semilavorati importati come un problema, dimenticando che proprio grazie a queste importazioni migliaia di imprese riescono a rimanere competitive sui mercati internazionali.L’industria europea della produzione primaria dell’acciaio occupa circa 300.000 persone. L’intera filiera della trasformazione dell’acciaio ne impiega quasi 3 milioni. Dieci volte tanto. Questi numeri dovrebbero essere sufficienti per comprendere dove risieda il vero interesse strategico dell’Europa.Proteggere unicamente la fase di fusione, penalizzando chi utilizza l’acciaio, significa mettere a rischio milioni di posti di lavoro, migliaia di piccole e medie imprese e una parte fondamentale del sistema manifatturiero europeo.Se l’obiettivo è davvero quello di difendere l’industria europea, il bersaglio è stato completamente sbagliato. I coils e i semilavorati alimentano le fabbriche europee. I prodotti finiti provenienti da Paesi extra-UE, invece, entrano nel mercato senza particolari limitazioni, sottraggono quote di mercato alle imprese europee e comprimono i prezzi. È qui che si genera la vera concorrenza sleale. È qui che dovrebbe concentrarsi l’azione politica.La filiera siderurgica europea non chiede privilegi. Chiede regole chiare, prevedibili e coerenti. Servono:• quote di importazione realistiche e basate sui fabbisogni effettivi del mercato;• regole definitive e tempestive sul CBAM;• maggiori controlli e limitazioni sui prodotti finiti ad alto contenuto di acciaio provenienti da Paesi terzi;• un confronto continuo tra istituzioni e operatori del settore.L’Europa continua a presentarsi come guida morale del mondo, ma nel frattempo sta progressivamente perdendo competitività, investimenti e capacità produttiva. L’industria ha bisogno di pianificazione. La pianificazione richiede regole certe. L’incertezza, invece, genera paura, immobilismo e declino. L’attuale situazione della siderurgia europea non è più soltanto una questione commerciale: è diventata una vera emergenza industriale.La domanda, oggi, non è se l’industria europea saprà adattarsi alle nuove regole. La vera domanda è se l’Europa avrà ancora un’industria da difendere quando finalmente avrà deciso quali saranno quelle regole.Cordiali salutiGG12 luglio 2026L'articolo Caro Porro, ti dimostro come l’Ue sta uccidendo la nostra industria proviene da Nicolaporro.it.