Il 25 giugno, il Corriere della Sera ha pubblicato un mio articolo intitolato Le canzoni di Jannacci e le verità amare sull’emarginazione. Si è trattato di un tentativo di mostrare come l’opera del grande cantautore si presti ad una analisi “filosofica”, con particolare riferimento all’esclusione sociale spesso prodotta da alcune forme di disabilità. Il tentativo, a giudicare dalla vicinanza manifestata nelle molte email ricevute, è stato apprezzato, per cui, “a grande richiesta” – come avrebbe scherzosamente detto il Nostro –, propongo un bis. Inutile dire che il merito di questo apprezzamento va soltanto all’affetto che Jannacci ha saputo suscitare, e mantenere nel pubblico, anche a tredici anni dalla sua scomparsa. Credo che, in un’epoca in cui c’è ancora chi parla di “normalità” e “diversità” in maniera discriminatoria, riprendere i testi di un autore che relativizzava le differenze, ovvero che sosteneva che “diverso è colui per il quale noi siamo diversi”, come egli disse appunto in una celebre intervista, possa tuttora essere utile.In quell’articolo, in ogni caso, avevo accennato ad un brano poco noto di Jannacci, Per un basin (Per un bacino), del 1964, avente come protagonista un personaggio verosimilmente caratterizzato da qualche tratto di disadattamento sociale. La canzone è ambientata in un paesino della campagna lombarda, in un’atmosfera che ricorda molto quella in cui sono vissuti i miei nonni. L’uomo, che narra quanto gli accadde una sera, è una di quelle figure borderline con il disagio psichico-intellettivo, che anche allora, nei contesti agricoli, venivano emarginate. Questo succedeva però in modo meno irrispettoso, nei cortili delle cascine dell’epoca, rispetto a quanto accade nelle città di oggi, dato che si trattava di contesti maggiormente comunitari, in cui un discreto numero di famiglie era solidalmente unito dalla comune convivenza in povertà. Quello che comunque cercherò di fare, in questa sede, sarà soltanto collegare tale brano al tema della disabilità, per scandagliare i sentimenti che suscita, in chi viene escluso, l’emarginazione, esperienza che Jannacci lascia, come sempre, raccontare dal vissuto di chi la subisce.Credo che la cosa migliore sia commentare il testo di questa canzone, che tradurrò – indegnamente – dal dialetto milanese, per i lettori non lombardi. Il brano inizia così: “Sabato sera di tanti anni fa, avevo fatto un giro e stavo tornando a casa”. E’ un uomo non più giovane quello che ricorda, dopo tanti anni, un evento della giovinezza, che evidentemente lo aveva segnato. Un episodio verificatosi in un sabato sera come gli altri, in cui, a vent’anni, la sua socializzazione consisteva nel fare un giretto da solo per il paese. Jannacci aborriva ogni forma di pietismo, per cui consegnava il suo messaggio alla “normalità” di una descrizione, per chi almeno era in grado di cogliere la “anormalità” della solitudine abituale di un ventenne.Cosa accadde, tuttavia, quel sabato sera? Accadde che il giovane si sentì attratto in maniera irresistibile dalla musica proveniente da quelle che allora si chiamavano “le balere dei frati”, ovvero piccole feste popolari, organizzate talvolta nei pressi di ex conventi, in cui i giovani si ritrovavano per ballare. Al richiamo del divertimento, ma soprattutto di una possibile compagnia, quel ragazzo non seppe resistere.Si recò allora all’ingresso, e qui inizia la storia – narrata sempre con lo stile di Jannacci, insieme ironico e commovente – della esclusione di questa persona da quel contesto. Il giovane si accorge innanzitutto, dopo aver pagato, che “dalla giacchetta gli manca un bottone”, nonché, guardandosi i pantaloni, che indossava ancora “gli scarponi” usati in campagna. Non era abituato, questo ragazzo avvezzo alla solitudine, ai riti delle feste da ballo, che esigevano preparazione, anche estetica, dell’abito così come della propria persona. Per questo si presenta solo, cercando di darsi coraggio con qualche bicchiere di vino. Coraggio per cosa? In sostanza, per trovare ciò che i suoi coetanei in maggioranza già avevano, ossia una ragazza, un po’ di affetto, magari l’amore. “Per un bacino, io non so ma quella sera, avrei dato la vita intera, proprio così, per un bacino (..). Per un bacino, io sarei partito soldato, sarei andato a Como in moto, poi sarei tornato a casa a piedi”.Un giovane di oggi, forse, non riesce nemmeno ad immaginare cosa poteva significare partire soldato, o anche solo recarsi a Como in moto con le strade senza luci e le motociclette di allora, per poi tornare a casa a piedi, nel buio nebbioso delle notti padane. Il ragazzo di cui parla Jannacci, però, avrebbe corso tutti questi pericoli pur di trovare una fidanzata. Di rischi, peraltro, ne corse anche quella sera, oltre a subire lo scherno dei coetanei presenti, che probabilmente lo conoscevano; una derisione che affronta in maniera rassegnata: “Che cosa importa se già mi ridevano dietro, ormai non si può più tornare indietro”. Nella vita non si può infatti mai tornare indietro, e intanto il tempo procede.Fattosi forza, comunque, il nostro amico cerca di avvicinarsi ad una ragazza per chiederle di ballare, anche se “ero solo, ed avevo vergogna”. Un bel momento, tuttavia, il coraggio arriva, e parte la richiesta, forse un po’ troppo diretta: “Lei, signorina, me lo dà un bacino?”. Ecco quindi, immediato, l’intervento della società escludente che, allora come oggi, reagisce compatta nei confronti del diverso: “Si ferma l’orchestra, arrivano anche i carabinieri, c’è uno che mi morde anche un piede…Per un bacino domandato quella sera, mi hanno cacciato dalla balera, mi hanno trattato come un villano (..). Per un bacino, roba senza risultato, mi han ridotto in uno stato, mi ricordo ancora adesso”.Molti anni – Jannacci non dice quanti – sono passati da allora, ma il vissuto di ingiustizia, di esclusione, di sofferenza, rimane nel ricordo di questa persona. Nessuno, ovviamente, è tenuto a baciare nessuno contro la propria volontà, ma, come mostra la fiaba de Il principe ranocchio dei fratelli Grimm, chi accetta di lasciarsi almeno avvicinare da chi, a prima vista, può sembrare differente, potrebbe anche trovare, come accaduto appunto alla principessa, una persona con cui condividere parte della vita. Meglio, dunque, cercare di non farsi imbruttire dai pregiudizi.luca.grecchi@unimib.it