Esistono ragioni logiche per le quali un amico di lunga data, che hai ospitato a casa tua, con il quale pranzi una o due volte a settimana, ti fa esplodere due auto davanti casa con un chilo di gelignite, appena dopo il tuo rientro? Parrebbe di sì… Non un nemico, ma un amico vero, dice lui.LE DUE VERSIONI DI VALTERINOMentre i carabinieri gli perquisiscono casa, Valter Lavitola scrive a Sigfrido Ranucci: gli investigatori lo indicano come mandante, ma l’obiettivo non era fargli del male, semmai aiutarlo. In cosa consistesse il soccorso, non è dato sapere.Ieri, davanti al procuratore Lo Voi, la versione muta di segno. Lavitola si avvale della facoltà di non rispondere, poi rende dichiarazioni spontanee per due ore: non sono stato io, non ho idea del movente. Delle due l’una. O il gesto era un aiuto, e allora qualcuno lo commissionò. O non è stato lui, e l’aiuto non esiste. Le due versioni non possono coesisterePeccato che, se mai (Dio non voglia) il probo Ranucci fosse stato consapevole di quell’aiuto, verrebbe indagato insieme agli esecutori. Ranucci si pone la stessa domanda con malcelato fastidio, ricordando che solo dieci giorni prima aveva invitato lo stesso Lavitola a un evento pubblico con 1300 persone.L’amicizia, nemmeno adesso, viene messa in discussione. Il rapporto nasce in chiave professionale: Lavitola ex editore dell’Avanti, protagonista dell’affaire della casa a Montecarlo di Fini-Tulliani, massone dichiarato, è prima oggetto delle inchieste di Report, poi fonte, sui Canadair, su Berlusconi, sulla vicenda del cambio casacca dei senatori che fecero cadere Prodi, su Tarantini e le sue escort pugliesi. Il rapporto diventa personale nel 2019, quando riceve consigli anche dalla figlia del giornalista. Da lì un rapporto quotidiano: «è venuto a casa mia, ha mangiato coi miei figli».La benevola ipotesi di Ranucci è che l’amico sia stato lo strumento, non la testa. Ma non tiene conto del pedigree: pregiudicato, latitante otto mesi in Sudamerica, condannato per truffa sui fondi all’editoria, estorsione a Berlusconi e corruzione internazionale. Uno da imprese a dir poco corsare.Si fa sfuggire, secondo Bei che lo scrive su Repubblica, l’ammirazione per Sigfrido Ranucci, che vorrebbe vedere a Palazzo Chigi, con lui stesso nel ruolo di abile suggeritore, alla Gianni Letta.LA FILIERA SECONDO LA PROCURAPer la DDA il tracciato è netto. Lavitola avrebbe incaricato Gomes Clesio Tavares, 47 anni, dipendente della società che gestisce il suo ristorante Cefalù di Monteverde, di reperire esplosivo ed esecutori. Il 16 settembre, un mese prima, il sopralluogo sotto casa. Dopo il botto, l’interessamento all’allontanamento dell’intermediario, oggi in Camerun. Lavitola nega tutto.La banda avellinese è stata arrestata il 30 giugno. A incastrarla le telecamere sulla Pontina, una Fiat 500X noleggiata in Campania, le celle e conversazioni esplicite in cui si vantano dell’impresa. Ai quattro si contestano detenzione, porto e uso di ordigno esplosivo, minaccia e danneggiamento, aggravati dal metodo mafioso. A Lavitola, in più, la strage e l’associazione mafiosa.LA CRONOLOGIA DELLA SERA16 ottobre 2025, Campo Ascolano, tra Roma e Pomezia.21.40 la Ford Ka della figlia parcheggia di fronte all’ingresso.Poco dopo rientra Ranucci con la sua Opel Adam. La scorta lo saluta e riparte.22.17 lo scoppio distrugge le due auto. Nessun ferito, lievi danni al muro della casa accanto.Gli artificieri accertano la miscela: circa un chilo di gelatina da cava, esplosivo industriale fuori commercio, e polvere pirica, in un vaso accanto al cancello. Innesco a miccia. Nessun timer, nessun radiocomando: qualcuno era lì, fisicamente, ad accendere… Fin qui i fatti accertati.Sul movente ci si può sbizzarrire. L’ombra della camorra ha tenuto banco per settimane. Poi i pm l’hanno accantonata: azione su commissione, pagata poche migliaia di euro. Gli effetti dello scoppio, sul piano criminale, sono un palese anticlimax. Su quello reputazionale invece, un climax perfetto: vicinanza, solidarietà, empatia verso un personaggio che, nell’autunno scorso, attraversava delicati passaggi professionali.Leggi anche: Lavitola sgancia la bomba con Ranucci avevamo fatto un sondaggio sulla sua candidaturaAdesso per Ranucci si mette maleRanucci ipotizza un gesto trasversale, un messaggio destinato a terzi. E cita dall’ordinanza una frase dell’intermediario che vale più di mille perizie: ci pagano perché non li facciamo arrivare a Corrado. Chi sia Corrado, nessuno lo dice ma si sussurra possa trattarsi dell’avversario Mancini che proprio Sigfrido Ranucci contribuì a fare dimettere dopo i famosi “Babbi all’Autogrill”. Forse l’ipotesi dell’aiuto è assai pertinente ed è sicuramente una di quelle al vaglio degli inquirenti. Chi ha scelto il vaso conosceva bene il cancello, gli orari, e soprattutto le abitudini, per non nuocere con un botto rivelatosi poi MOLTO MEDIATICO.Giulio Galetti, 10 luglio 2026L'articolo Ranucci e il mistero dell’ordigno: chi aveva interesse a trasformarlo in un gigantesco caso mediatico? proviene da Nicolaporro.it.