Da anni il suo corpo è osservato come pochi altri al mondo. Ogni giorno Bryan Johnson, imprenditore statunitense e fondatore del progetto Blueprint, sottopone il proprio organismo a un monitoraggio meticoloso nel tentativo di rallentare l’invecchiamento e preservarne il più a lungo possibile le funzioni. Una ricerca della longevità che lo ha trasformato in un fenomeno mediatico, seguito da centinaia di migliaia di appassionati sui social e protagonista di documentari e servizi dedicati alla sua sfida contro il tempo. Nelle scorse ore, però, è stato lui stesso ad annunciare una diagnosi inaspettata: una gastrite autoimmune. «Il mio stomaco si sta mangiando da solo», ha scritto sui suoi profili, spiegando che la malattia sarebbe rimasta silenziosa per anni prima di essere identificata. Ma che cos’è questa patologia autoimmune che può arrivare ad attaccare lo stomaco e perché, anche in chi tiene sotto controllo la propria salute in modo quasi ossessivo, può passare inosservata così a lungo? Visualizza questo post su Instagram Un post condiviso da Bryan Johnson (@bryanjohnson_)Cos’è la malattia che “attacca” lo stomacoPer capire che cosa succede bisogna partire da un meccanismo che accomuna tutte le malattie autoimmuni: il sistema immunitario, anziché limitarsi a difendere l’organismo da virus e batteri, finisce per riconoscere come nemiche alcune cellule del nostro stesso corpo. Nel caso della gastrite autoimmune il bersaglio sono le cellule parietali dello stomaco, concentrate soprattutto nella parte superiore dell’organo. Non si tratta di cellule qualsiasi. Sono loro a produrre l’acido cloridrico, indispensabile per avviare la digestione degli alimenti e favorire l’assorbimento di nutrienti come il ferro, ma anche il cosiddetto fattore intrinseco, una proteina indispensabile perché l’intestino possa assorbire la vitamina B12, essenziale per la produzione dei globuli rossi e il corretto funzionamento del sistema nervoso.A provocare il danno non è un’aggressione improvvisa, ma un processo che si sviluppa lentamente, spesso nell’arco di molti anni. I primi a entrare in azione sono i linfociti T, cellule del sistema immunitario che normalmente hanno il compito di riconoscere e distruggere virus, batteri e altri agenti estranei. Nella gastrite autoimmune, però, commettono un errore: scambiano per una minaccia le cellule parietali dello stomaco e iniziano ad attaccarle. A questo si aggiungono gli autoanticorpi, proteine prodotte dallo stesso sistema immunitario che, invece di legarsi a virus o batteri per neutralizzarli, prendono di mira componenti delle cellule dello stomaco. La loro presenza nel sangue rappresenta uno dei principali segnali che possono orientare il medico verso la diagnosi. Con il passare del tempo, questa aggressione continua riduce sempre di più il numero delle cellule parietali, fino a compromettere la capacità dello stomaco di produrre acido gastrico e il fattore intrinseco, la proteina indispensabile per assorbire la vitamina B12.Perché può restare nascosta per anni e come si cura«Probabilmente ce l’hanno il 2-5% delle persone. Forse anche di più, perché si nasconde», ha scritto Johnson nel suo lungo post sui social. Ed è proprio questa una delle caratteristiche che rende la gastrite autoimmune difficile da riconoscere. La malattia evolve lentamente e, soprattutto nelle fasi iniziali, può non provocare alcun sintomo evidente. Lo stesso imprenditore ha raccontato di aver convissuto per anni con una ferritina persistentemente bassa, senza anemia, e di aver scoperto solo dopo la diagnosi che quei valori rappresentavano un primo segnale della malattia. «Guardando indietro, ci siamo accorti che gli indizi c’erano, ma non avevamo collegato i puntini», ha spiegato. Non è un caso: nelle fasi iniziali lo stomaco riesce spesso a compensare il danno, mentre i primi campanelli d’allarme possono comparire lontano dall’apparato digerente, sotto forma di carenza di ferro o vitamina B12, anemia, stanchezza persistente o, nei casi più avanzati, disturbi neurologici. Per questo, quando c’è il sospetto della malattia, agli esami del sangue si affiancano la ricerca degli autoanticorpi e soprattutto la gastroscopia con biopsia, l’esame che consente di confermare la diagnosi.Nel suo racconto Johnson sottolinea anche un altro aspetto: oggi non esiste una cura capace di fermare il processo autoimmune che danneggia lo stomaco. «Lo standard di cura dice che non si può fare nulla», scrive, annunciando l’intenzione di provare a sviluppare un approccio sperimentale per cercare di bloccare la malattia. Al momento, però, la strategia seguita dalla medicina è diversa: l’obiettivo è correggere le conseguenze del danno e monitorarne l’evoluzione nel tempo. Questo significa, quando necessario, ricorrere a integrazioni o iniezioni di vitamina B12, trattare la carenza di ferro e sottoporsi a controlli endoscopici periodici per individuare precocemente eventuali alterazioni della mucosa gastrica. Pur essendo una condizione cronica, quindi, una diagnosi tempestiva e un follow-up regolare consentono nella maggior parte dei casi di convivere con la malattia e di ridurne il rischio di complicanze.Il biohacking fa male? Cosa dice la scienzaC’è però un elemento che aiuta a contestualizzare la vicenda. La diagnosi non riguarda una persona che fino a oggi godeva di una salute impeccabile e che si è ammalata all’improvviso. Johnson aveva infatti raccontato già negli anni scorsi di convivere fin dai 21 anni con una malattia autoimmune della tiroide. La gastrite autoimmune si inserisce quindi in una storia clinica in cui il sistema immunitario aveva già mostrato, molti anni prima, una tendenza ad aggredire erroneamente i tessuti dell’organismo. Un dettaglio questo tutt’altro che secondario: dal punto di vista medico, chi sviluppa una patologia autoimmune presenta un rischio maggiore rispetto alla popolazione generale di svilupparne un’altra nel corso della vita. Questo non significa che la diagnosi fosse inevitabile.La scoperta dell’imprenditore, simbolo della lotta all’invecchiamento, ha poi inevitabilmente riacceso un altro dibattito: è possibile che i protocolli estremi di longevità seguiti da Bryan Johnson abbiano avuto un ruolo nello sviluppo della malattia? È una conclusione che molti hanno suggerito nelle ore successive al suo annuncio, ma che le conoscenze scientifiche disponibili non consentono di sostenere. Le malattie autoimmuni, sono tra le condizioni più complesse da interpretare proprio perché, nella maggior parte dei casi, non è possibile individuare un’unica causa responsabile della loro comparsa. A differenza di una malattia infettiva, in cui si può risalire a un virus o a un batterio, i medici spiegano come l’autoimmunità nasca dall’interazione di numerosi fattori: una predisposizione genetica, alterazioni dei meccanismi che regolano il sistema immunitario e una serie di esposizioni ambientali che possono contribuire a innescare il processo, senza che sia possibile attribuire il tutto a un singolo elemento. È anche alla luce di questo quadro che va letta la storia clinica dell’imprenditore. Nel post con cui ha annunciato la gastrite autoimmune, inoltre, l’imprenditore spiega che alcuni segnali della malattia, come una ferritina persistentemente bassa, erano presenti da oltre un decennio. Un contesto che suggerisce prudenza prima di attribuire la diagnosi ai protocolli di biohacking: non perché un collegamento possa essere escluso in assoluto, ma perché, allo stato attuale delle conoscenze, non esistono evidenze che permettano di stabilire un rapporto di causa-effetto.L'articolo L’uomo simbolo della longevità sta male: la gastrite autoimmune di Bryan Johnson riaccende il dibattito sul biohacking proviene da Open.