Congo, l’epidemia di Ebola cresce «in modo esponenziale»: 3.475 morti in 4 mesi, superato il record del 2020

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KINSHASA — Non sono più focolai sparsi, è un incendio che corre. L’epidemia di Ebola nel nord-est della Repubblica Democratica del Congo si estende «in modo esponenziale», avverte l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), con i decessi settimanali quasi raddoppiati nel Nord Kivu, riferisce Le Monde. Il bilancio è di 3.475 morti su 7.200 casi confermati. In quattro mesi.Il dato più pesante è il confronto con la storia. L’epidemia che colpì le stesse province tra il 2018 e il 2020, allora la seconda al mondo, si chiuse con 2.299 morti su 3.481 casi: quella in corso — la diciassettesima nella storia del Congo, esplosa appena cinque mesi dopo la fine della precedente — l’ha già superata di oltre mille vittime, ed è la più rapida mai registrata.La curva racconta la velocità. Mille casi il 20 giugno, 3.000 il 24 luglio, 5.000 il 17 agosto, 7.000 l’11 settembre. Il virus circola ormai in 62 zone sanitarie di sette province — 28 su 36 in Ituri, 16 su 34 nel Nord Kivu — su un territorio paragonabile, per estensione, alla Francia.E uccide più che altrove. Secondo l’International Rescue Committee, organizzazione umanitaria attiva nel Paese, la letalità tocca il 56 per cento nel Nord Kivu e il 68 per cento a Beni, nel nord della provincia, contro una media del 40 in Ituri. Il sistema sanitario paga in prima persona: al 21 agosto si contavano 160 operatori infettati, 43 dei quali morti.Il ceppo senza vaccinoPerché questa epidemia corre più delle altre? La risposta sta nel virus. Il ceppo è il Bundibugyo, dal nome del distretto ugandese dove apparve nel 2007: contro di esso non esiste alcun vaccino autorizzato, perché i vaccini e le terapie che fermarono l’epidemia del 2018-2020 valgono solo per il ceppo Zaire. I primi contagi risalirebbero a gennaio-febbraio a Mongbwalu, cittadina aurifera dell’Ituri; il ministero della Sanità congolese ha confermato l’epidemia il 15 maggio, l’Oms ha dichiarato l’emergenza internazionale il giorno dopo.La geografia del virus è la stessa della guerra. In Ituri e nel Kivu le milizie islamiste Adf, i gruppi armati della Codeco e i ribelli dell’M23 sostenuti dal Ruanda si contendono le aree minerarie, e i combattimenti bloccano l’accesso umanitario. A rallentare la risposta ci sono anche i riti funebri tradizionali — giorni di veglia, con il lavaggio e il contatto col corpo —, le aggressioni alle squadre sanitarie alimentate dalla disinformazione e gli scioperi del personale per gli stipendi arretrati. Sulle zone in mano all’M23, l’Oms si limita a dire che sta rafforzando la sorveglianza comunitaria e che finora non risultano casi confermati.Il resto del quadro, l’agenzia dell’Onu lo definisce «eterogeneo»: in altre regioni la trasmissione rallenta. E i confini, per ora, tengono. L’Uganda, che aveva chiuso le frontiere col Congo il 27 maggio e isolato circa 6.000 contatti, ha dichiarato chiusa la propria epidemia il 28 luglio, con 20 casi e 2 morti; la Francia ha registrato a giugno un solo caso, un medico rientrato da una missione umanitaria.Ora la partita si gioca sul quarto piano strategico di risposta per Nord Kivu e Ituri, dopo l’appello congiunto del 6 agosto dell’Oms e dell’agenzia sanitaria dell’Unione Africana per un’azione urgente e «guidata dalle comunità». Senza un vaccino, le armi restano quelle di un secolo fa: sorveglianza, isolamento, sepolture sicure. Ma servono strade aperte, e in Ituri le strade le controllano i fucili.