Sport e inclusione al Festival di Open 2026, Ghiretti: «Basta eroismo e pietismo. Parliamo di tecnica, fatica e campioni»

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Lo sport come strumento di inclusione, ma anche come luogo in cui imparare ad ascoltare le nuove generazioni, abbattere le barriere e creare opportunità. È il filo conduttore del panel dedicato al rapporto tra sport e inclusione al Festival di Open 2026, che ha riunito la campionessa paralimpica di nuoto Giulia Ghiretti, l’ex tennista Francesca Schiavone, il vicepresidente di Barilla Paolo Barilla e la vicepresidente del Parlamento europeo Antonella Sberna. Un confronto, guidato dalla vicedirettrice di Open Francesca Milano, che ha toccato l‘accessibilità degli impianti sportivi, il rapporto dei giovani con la pratica sportiva e il ruolo di istituzioni e imprese nel sostenere le nuove generazioni.«Basta eroismo e pietismo nello sport paralimpico»Per Ghiretti, il primo passo è cambiare il modo in cui si racconta lo sport paralimpico. «Da una parte abbiamo l’eroismo e dall’altra il pietismo. Siamo atleti ed è bello parlare di sport, tecnica e fatica. Questo sicuramente dovrebbe essere alla base», ha dichiarato sul palco di Parma. Le storie personali degli atleti fanno parte del percorso, ma non dovrebbero diventare l’unica chiave di lettura della loro prestazione. «Se noi facciamo un campionato, l’atleta diventa campione paralimpico. Il campione olimpico, invece, è uno». Una differenza che, secondo Ghiretti, «tra paralimpico e olimpico si sente» e che dovrebbe diventare l’occasione per promuovere, a partire dallo sport, un cambiamento culturale più ampio.Gli investimenti europei per gli impianti Un tema che si lega direttamente a quello dell’accessibilità. Per Ghiretti la questione è molto concreta. «Se un posto non è accessibile, allora l’evento non la facciamo», ha commentato. Non basta dunque parlare di inclusione se poi palestre, impianti e luoghi in cui praticare sport non sono realmente fruibili da tutti. Ed è proprio su infrastrutture e territori che la vicepresidente Sberna ha richiamato il ruolo dell’Europa. «L’obiettivo comune di tutti gli sport parte da un’esigenza di inclusione sociale, sviluppo territoriale, rigenerazione delle comunità», ha spiegato. In questo quadro, ha aggiunto, «gli investimenti europei sono importanti», come le risorse destinate agli Stati membri e in particolare all’impiantistica sportiva.Il rapporto con i giovani Al centro del confronto anche i giovani e la necessità di non considerarli soltanto come destinatari di progetti pensati dagli adulti. Francesca Schiavone ha parlato del rapporto con le nuove generazioni partendo anche dalla distanza generazionale. «Il dono più importante è avere a che fare con i ragazzi. Siamo due generazioni diverse, parliamo due lingue diverse», ha premesso. Per questo, secondo la campionessa, il compito degli adulti è soprattutto ascoltare. «Siamo noi appassionati che dobbiamo ascoltare per capire qual è la loro strada e non la nostra», ha commentato. I giovani, ha aggiunto, «hanno delle capacità enormi e dobbiamo essere bravi noi a capire come utilizzarle».L’accessibilità Un discorso che riguarda anche il modo in cui lo sport viene proposto ai più piccoli. Per Paolo Barilla, la scuola dovrebbe essere uno dei luoghi principali da cui partire. «Dovremmo tutti giocare con lo sport. Un luogo fondamentale sono le scuole», ha dichiarato. Il rischio, secondo il vicepresidente di Barilla, è che il percorso sportivo inizi troppo presto a essere orientato alla ricerca del «baby fenomeno», portando un bambino a praticare una sola disciplina per tutta la vita. «Il gioco presuppone che sviluppi una tenacia nella vita», ha spiegato. Per questo, secondo Barilla, serve trovare un equilibrio tra l’indirizzo sportivo e la possibilità per i bambini di sperimentare e giocare e, in tutto questo, dovrebbe essere proprio la scuola a strutturarsi e favorire maggiormente il gioco sportivo.L'articolo Sport e inclusione al Festival di Open 2026, Ghiretti: «Basta eroismo e pietismo. Parliamo di tecnica, fatica e campioni» proviene da Open.