Somalia. Il caso Jijiga accende i riflettori sul programma militare finanziato dall’Arabia Saudita

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Jijiga, capitale della Regione somala dell’Etiopia, è finita al centro dell’attenzione dopo il fermo di centinaia di soldati somali che, secondo alcune fonti, avrebbero ricevuto addestramento nell’ambito di un programma finanziato dall’Arabia Saudita. Le stesse fonti sostengono che parte delle forze formate potrebbe essere destinata alla guerra in Sudan, al fianco dell’esercito sudanese.Il numero dei militari fermati viene indicato, a seconda delle ricostruzioni, tra 180 e 900. Gli uomini apparterrebbero a un contingente di circa tremila reclute che avrebbe trascorso più di un anno nel campo di Hanano, nello Stato somalo del Galmudug, nell’ambito di un programma sostenuto finanziariamente da Riad.L’incidente di Jijiga ha così portato per la prima volta sotto i riflettori un numero consistente di militari usciti dal programma, sollevando interrogativi sulla natura dell’addestramento finanziato dall’Arabia Saudita e, soprattutto, sulla destinazione delle forze una volta completata la preparazione.Secondo “Voice of Horn”, account specializzato nel monitoraggio degli sviluppi nel Corno d’Africa, il programma sarebbe in realtà più ampio e coinvolgerebbe oltre cinquemila reclute somale. L’addestramento sarebbe affidato a contractor militari provenienti da Romania, Ucraina, Sudafrica e Colombia. La stessa fonte sostiene inoltre che alcuni dei militari verrebbero preparati per un successivo dispiegamento in Sudan, dove dovrebbero combattere al fianco delle forze armate sudanesi.Mogadiscio ha fornito una diversa spiegazione per la presenza dei soldati in territorio etiope. Il consigliere per la sicurezza nazionale della Somalia ha dichiarato che gli uomini si trovavano in licenza autorizzata e avevano scelto di attraversare l’Etiopia per raggiungere le proprie famiglie, evitando le strade controllate da al-Shabaab.La spiegazione chiarisce le ragioni del passaggio attraverso il territorio etiope, ma non affronta la questione della natura e delle dimensioni del programma finanziato dall’Arabia Saudita né quella della destinazione dei militari una volta terminato l’addestramento. Né Addis Abeba né l’ambasciata somala hanno fornito, secondo la ricostruzione, chiarimenti indipendenti sull’incidente.Le informazioni diffuse da “Voice of Horn” trovano parziale riscontro in quanto pubblicato da “BML Daily”, che riferisce di finanziamenti diretti sauditi destinati ai programmi di addestramento e della possibilità che alcuni dei militari formati vengano successivamente inviati sui fronti della guerra sudanese.Il fermo avvenuto a Jijiga non dimostra tuttavia che gli uomini coinvolti fossero diretti in Sudan. La vicenda apre piuttosto un interrogativo sulla destinazione dei precedenti contingenti che avrebbero già completato l’addestramento.Il dossier sul reclutamento di combattenti per la guerra sudanese riguarda anche l’Etiopia. “Addis Standard” ha riportato dichiarazioni del primo ministro Abiy Ahmed secondo cui alcune reti starebbero reclutando giovani del Tigray, compresi minorenni, per trasferirli clandestinamente in Sudan e impiegarli nel conflitto, sfruttandone le difficili condizioni economiche e umanitarie. Non vi sono elementi che colleghino queste reti al programma finanziato dall’Arabia Saudita, ma le segnalazioni indicano un più ampio fenomeno di reclutamento di combattenti provenienti dal Corno d’Africa.“The Sudan Times” ha inoltre sostenuto che il protrarsi del conflitto avrebbe permesso a reti vicine ai Fratelli Musulmani, tra cui il “Battaglione al-Bara’ ibn Malik”, di rafforzare la propria presenza all’interno dell’apparato militare sudanese. Secondo questa ricostruzione, il reclutamento all’estero rientrerebbe negli sforzi per rafforzare le forze armate sudanesi con nuovi combattenti. Le parti interessate non hanno commentato queste affermazioni.Il caso di Jijiga assume quindi una portata che va oltre il fermo dei militari somali. Al centro resta l’esistenza di un programma di addestramento che, secondo le fonti citate, sarebbe finanziato da Riad e coinvolgerebbe migliaia di reclute in Somalia. Rimane soprattutto da chiarire quale sia la loro destinazione dopo la conclusione dell’addestramento e se una parte di queste forze sia effettivamente destinata ai fronti della guerra in Sudan.