C’è un dato che dovrebbe far riflettere chiunque continui a invocare più immigrazione come unica soluzione ai problemi del mercato del lavoro italiano. Come ricorda Alberto Brambilla, presidente del Centro Studi Itinerari Previdenziali, sugli oltre 37 milioni di italiani in età da lavoro, nonostante il «record di occupati» degli ultimi due anni, «lavorano regolarmente solo 24,3 milioni», e di questi oltre mezzo milione è in cassa integrazione o Naspi, quindi ancora a carico della fiscalità generale. Non è un problema di posti disponibili: è un problema di chi, potendo lavorare, non lo fa.I numeri Eurostat 2024 confermano la distanza dai partner europei: l’occupazione complessiva italiana si ferma al 62,2% contro una media Ue del 70,8%, con Germania e Paesi scandinavi stabilmente tra il 75 e l’80%. Un divario che nessuna narrazione sull’immigrazione “necessaria” può colmare, perché il problema non è la scarsità di manodopera disponibile, ma la sua mancata attivazione.Non servono più immigratiChi sostiene che senza manodopera straniera settori come ristorazione, edilizia, agricoltura e assistenza alla persona «si azzererebbero» dimentica di guardare al lato opposto dell’equazione: un esercito di italiani in età lavorativa che resta fuori dal mercato del lavoro pur potendovi entrare. Gli stranieri regolari, cittadini naturalizzati compresi, sfiorano già gli 8,4 milioni di presenze, pari al 14,2% della popolazione, ben oltre il 9% spesso citato nel dibattito pubblico. Aumentarne ancora il numero, in un Paese che non riesce a far lavorare i propri cittadini, significa solo comprimere ulteriormente le retribuzioni medie e rimandare all’infinito il nodo strutturale: un mercato del lavoro drogato da sussidi che disincentivano la ricerca di un’occupazione.La vera priorità liberale non è “più braccia da fuori”, ma rimuovere gli ostacoli che tengono ai margini una quota troppo ampia di popolazione italiana in età da lavoro, a partire dalle donne – ferme 13 punti sotto la media europea, quasi 19 rispetto al Nord Europa – e dai lavoratori tra i 56 e i 64 anni, di cui solo 59 su 100 risultano occupati contro il 70-77% dei Paesi del Centro-Nord Europa.Troppi italiani vivono di sussidiIl cuore del problema è l’eccesso di assistenzialismo. Tra Stato ed enti locali, nel solo 2025 sono stati distribuiti esentasse circa 180 miliardi di euro, cui si aggiungono 22 miliardi di ulteriori sgravi fiscali; su 58,9 milioni di italiani, ben 30 milioni hanno presentato domanda di bonus o sussidi tramite Isee. A questo si sommano casse integrazioni che si protraggono per anni e una Naspi che consente, in sostanza, «un anno pagato senza lavorare ogni due anni di lavoro», con l’Assegno di inclusione e altre misure a ridurre ulteriormente l’incentivo a rientrare nel mercato.Il risultato è un Paese dove, per usare le parole di Brambilla, esiste «una abbondanza di manodopera italiana che però probabilmente non ha bisogno di lavorare perché mantenuta dallo Stato». Tra i giovani il fenomeno è ancora più marcato: appena il 19,7% degli under 25 lavora, contro una media Ue del 35% e punte del 76% nei Paesi Bassi, mentre i Neet – chi non studia e non lavora – superano i 2 milioni, il 15,2% della fascia 15-24 anni, secondo peggior dato in Europa dopo la Romania. Una generazione parcheggiata dal welfare invece che accompagnata verso l’occupazione.Gli italiani devono studiare di piùNon è solo questione di volontà: è anche questione di preparazione. L’Italia è penultima in Europa per possesso di un titolo di studio terziario e ultima per le materie Stem, con risultati Invalsi in matematica e italiano che segnalano un sistema formativo ancora largamente inadeguato rispetto ai competitor europei. Investire su scuola e competenze tecniche resta la leva più efficace, e più liberale, per rendere davvero occupabili i giovani italiani, molto più di qualsiasi bonus o sussidio a pioggia.C’è però un paradosso che merita di essere detto con chiarezza: i giovani italiani più preparati, quelli che escono da percorsi Stem o da facoltà d’eccellenza, sono spesso i primi a lasciare il Paese. Un fenomeno che si può leggere anche alla luce dell’afflusso massiccio di manodopera straniera a basso costo: quando l’offerta di lavoro poco qualificato resta artificialmente abbondante, le retribuzioni medie non salgono e i talenti italiani più qualificati trovano altrove condizioni salariali e di carriera che il mercato interno, compresso dal basso, non riesce a offrire.Pensioni: lavorare più a lungoAnche sul fronte previdenziale il messaggio dei dati è netto: bisogna lavorare di più, non congelare l’età pensionabile. Le proposte di alcuni partiti di bloccare l’adeguamento dei requisiti pensionistici all’aspettativa di vita rischiano di «distruggere il sistema pensionistico per le future generazioni», proprio mentre solo 59 italiani su 100 tra i 56 e i 64 anni risultano occupati, contro il 70-77% dei Paesi del Nord Europa. Alzare, non congelare, l’età di uscita dal lavoro non è una scelta punitiva: è l’unico modo per tenere in equilibrio un sistema che altrimenti scarica il conto su chi lavorerà domani.Basta bonus a pioggia, meno tasse per chi produceL’ultimo tassello riguarda il fisco. Il sistema attuale premia l’assistenzialismo e penalizza chi lavora e produce reddito: «il 70% degli italiani paga solo il 20% delle tasse mentre l’80% è sul gobbo del 30%», e tra questi il 18% dei contribuenti con redditi da 35mila euro in su versa oltre il 64% del gettito complessivo. Una distorsione che, unita ai quasi 200 miliardi tra sussidi esentasse e sgravi distribuiti nel 2025, racconta un modello insostenibile: si continua a tassare pesantemente chi lavora per finanziare bonus e prestazioni gratuite che disincentivano l’attivazione al lavoro.La strada liberale è opposta a quella percorsa finora: tagliare le tasse su lavoro e impresa, ridurre drasticamente il numero e la durata dei sussidi, e restituire centralità al merito e alla produttività. Solo così si può davvero invertire una traiettoria che oggi vede l’Italia ultima o quasi in tutte le classifiche Eurostat e Ocse su occupazione, formazione e partecipazione al lavoro, non per mancanza di manodopera, ma per un sistema che, semplicemente, non premia chi lavora.Enrico Foscarini, 15 settembre 2026L'articolo Immigrazione, aumentare i flussi non risolve i problemi proviene da Nicolaporro.it.