Il Pentagono certifica i costi della guerra con l’Iran: 33,4 miliardi e arsenali svuotati

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WASHINGTON — Quattro mesi di guerra con l’Iran sono costati agli Stati Uniti 33,4 miliardi di dollari e hanno svuotato gli arsenali al punto da creare «carenze strategiche nelle scorte». Lo certifica il primo rapporto pubblico dell’ispettorato generale del Dipartimento della Difesa — l’organo di controllo interno del Pentagono, una sorta di Corte dei conti militare — reso noto lunedì 14 settembre e ripreso da NBC News e dall’agenzia France Presse.Il documento, un rendiconto imposto per legge dal Congresso, copre il periodo dal 28 febbraio, giorno d’inizio dell’offensiva americana e israeliana, al 30 giugno. Dei 33,4 miliardi, 22,3 se ne sono andati in munizioni consumate, 3,7 in equipaggiamenti perduti, 7,4 in altre spese. Il consumo di bombe e missili dell’operazione «Epic Fury» — il nome in codice della campagna — ha rivelato, scrivono i revisori, «colli di bottiglia della base industriale» nel riapprovvigionamento: le fabbriche americane non riescono a produrre al ritmo con cui il fronte consuma.Il conto delle perdite è dettagliato: 4 caccia F-15 distrutti, un F-35 danneggiato, 7 aerocisterne KC-135 colpite, fino a 30 droni Reaper abbattuti. E c’è un capitolo che il rapporto lascia fuori dalla stima: gli attacchi iraniani hanno «danneggiato e distrutto centinaia di edifici e strutture» nelle basi americane in Kuwait, Bahrein, Qatar, Emirati, Arabia Saudita, Iraq, Oman e Giordania. Quei costi non sono calcolati, perché non è chiaro se tutte le basi saranno ricostruite — né chi pagherà.«Munizioni illimitate»Alla Casa Bianca, intanto, si racconta un’altra guerra. Due settimane fa il presidente Donald Trump ha assicurato che le munizioni americane sono «praticamente illimitate»; lunedì, proprio mentre il rapporto diventava pubblico, ha rilanciato sul suo social Truth: gli Stati Uniti producono «più armi raffinate e d’élite che in qualsiasi momento della nostra storia». Sulla stessa linea il segretario alla Guerra Pete Hegseth — così Trump ha ribattezzato il ministro della Difesa — che aveva liquidato come infondate le notizie su una penuria imminente.Perché allora il Pentagono pubblica numeri che smentiscono il suo presidente? Perché non può farne a meno: il rendiconto è un obbligo di legge, e i revisori firmano cifre, non comunicati. La partita vera è tutta qui — tra la contabilità degli ispettori e la narrazione dell’amministrazione, che da sei mesi minimizza il logoramento.E i 33,4 miliardi sono probabilmente una stima al ribasso. Già a luglio NBC News, citando tre funzionari e tre persone informate dei calcoli interni, aveva parlato di 80-100 miliardi; il Pentagono aveva risposto con una cifra pubblica di 37,5 miliardi, che però escludeva la sostituzione degli aerei, la riparazione delle basi e la ricostituzione delle scorte. Il rapporto promette rimedi: procedure d’acquisto più rapide e riserve di «materiali critici, componenti e munizioni selezionate». Ma le fabbriche non si costruiscono in un semestre.Sul terreno la guerra non accenna a chiudersi. Trump, che a febbraio prometteva una campagna di «settimane», nel fine settimana ha ammesso che potrebbe non finire presto, pur dicendosi «aperto» al «concetto» di un negoziato con Teheran. Lo Stretto di Hormuz resta il punto più caldo, e tra le truppe americane in Medio Oriente — riferiscono fonti vicine al Pentagono — il morale è basso.Un dato, alla fine, fa da giudice tra le due versioni. Nelle prime 24 ore di guerra gli Stati Uniti colpirono oltre 1.000 obiettivi, secondo il comando Usa per il Medio Oriente. Da allora, mai più un attacco di quella scala. L’arsenale «illimitato» ha già dato la sua risposta.