È tornata da Israele con una visione ancora più lucida della realtà sul campo. Francesca Mannocchi osserva la situazione a partire dalla geografia dei territori, dagli insediamenti e dall’occupazione, e sostiene che ciò che oggi esiste sul terreno renda la soluzione «due popoli, due Stati», almeno nel presente, non praticabile. «Non è più accettabile, magari in futuro sì, ma oggi no», dice sul palco del Festival di Open. I motivi sono diversi, tra cui «la progressiva espansione degli insediamenti illegali e degli avamposti israeliani nei territori occupati».E anche guardando al futuro politico di Israele, osserva, l’occupazione non sembra essere il tema centrale delle prossime elezioni, che saranno piuttosto un voto sul consenso a Benjamin Netanyahu. Secondo Mannocchi, inoltre, indipendentemente dall’orientamento del futuro governo – dalla destra più radicale alla destra moderata fino al centrosinistra – difficilmente gli insediamenti costruiti negli ultimi anni verrebbero smantellati. Ed è proprio questa situazione sul terreno, sostiene, a rendere sempre più difficile la creazione di uno Stato palestinese.Il tuo browser non supporta il tag iframeL’Ucraina e l’invio di armiMannocchi si sofferma poi sull’Ucraina, conflitto che segue da anni, concentrandosi in particolare sulla questione dell’invio di armi a Kiev. Il suo ragionamento parte dal rapporto tra capacità di difesa e possibilità di negoziare: quanto più un Paese è in grado di difendersi, tanto più può affrontare un negoziato da una posizione in cui la trattativa rimane tale e non si trasforma in un ultimatum. Senza la possibilità di reagire a un attacco, il negoziato rischia invece di diventare «la cessione, la resa, la genuflessione al monopolio della forza», spiega.«Se per pacifismo intendiamo il genuflettersi alla legge del più forte – prosegue -, ero affezionata a un altro pacifismo». Secondo Mannocchi, il dibattito sull’Ucraina dovrebbe spingersi oltre la sola questione dell’invio di armi e affrontare temi più ampi, come la costruzione di una difesa comune europea, i principi sui quali si fonda l’Europa e ciò che è realmente in gioco nel conflitto. Ma la posizione è chiara: «Tra difendere una democrazia corrotta, imperfetta e migliorabile e difendere un regime autoritario che uccide dissidenti col polonio, io non ho dubbi», afferma.Non può esserci pace senza giustiziaInfine, la giornalista torna sul significato della pace, mettendolo in relazione con l’esperienza concreta di chi vive nei territori occupati, in Ucraina o in Afghanistan. Per queste persone, sostiene, non può esserci vera pace senza giustizia. «E la giustizia – conclude – non si raggiunge attraverso la sola speranza, ma attraverso «la lucidità e la razionalità». L'articolo Festival di Open 2026, Francesca Mannocchi sull’invio di armi a Kiev: «Senza difesa il negoziato diventa resa» – Il video proviene da Open.