KIEV — Il presidente degli Stati Uniti annuncia la fine degli attacchi incrociati alle infrastrutture energetiche tra Russia e Ucraina; un’ora dopo, uno dei due presunti firmatari fa sapere che l’accordo non esiste. «L’Ucraina ha accettato di non colpire obiettivi energetici russi. La Russia ha accettato di fare lo stesso!», ha scritto lunedì Donald Trump su Truth Social, la sua piattaforma. Da Mosca, silenzio assoluto. Da Kiev, una smentita in piena regola.Volodymyr Zelensky ha risposto su Telegram, riferisce Reuters: l’Ucraina fermerà i raid sul territorio russo solo se i partner garantiranno che Mosca smetta di colpire «impianti energetici, infrastrutture e rotte di approvvigionamento alimentare». «La guerra deve finire. E un passo di de-escalation sulle infrastrutture critiche potrebbe essere il primo passo verso la pace», ha detto il presidente ucraino. Ma «l’Ucraina non è convinta che la Russia sia disposta a rispettare un accordo».Nel discorso serale Zelensky ha parlato di «una forte proposta americana per un arresto reciproco degli attacchi»: una proposta, appunto, non un’intesa conclusa. «Ogni giorno vengono colpiti impianti energetici ucraini, infrastrutture portuali, logistica e persino magazzini di alimenti e medicinali», ha elencato. E ha posto una condizione precisa: l’accordo dovrà essere «affidabile, di lungo periodo», non un cessate il fuoco che si dissolva «dopo che i russi avranno tenuto le loro “elezioni”» — le legislative russe si votano dal 18 al 20 settembre — regalando al Cremlino un sollievo su benzina e diesel proprio in quei giorni. «Attendiamo dettagli dai nostri partner», ha chiuso.Mosca, come detto, non ha commentato. E i precedenti non incoraggiano: gli ultimi tentativi di tregua parziale tra i due Paesi, ricorda l’Associated Press, sono crollati nel giro di poche ore fra accuse reciproche di violazioni.Il diesel oltre 6 dollariPerché Trump forza la mano proprio adesso? Perché il diesel, negli Stati Uniti, ha superato per la prima volta nella storia i 6 dollari al gallone, oltre un dollaro e mezzo al litro. Mesi di droni ucraini sulle raffinerie hanno tagliato pesantemente la capacità di raffinazione russa, provocando penurie diffuse; la Russia, secondo esportatore mondiale di diesel dopo gli Usa, ha vietato l’export, e i prezzi globali sono schizzati. Domenica Trump aveva chiesto pubblicamente a Zelensky di smettere di «buttare giù» le raffinerie russe, attacchi che a suo dire «danneggiano il mondo».Il bersaglio del post di lunedì, più che Mosca o Kiev, è la pompa di benzina americana. Le elezioni di metà mandato sono fra due mesi, la guerra degli Stati Uniti con l’Iran è entrata nel settimo mese, e Trump stesso lo ha messo nero su bianco: «L’aumento del prezzo mondiale del diesel è causato per lo più dalla guerra Russia/Ucraina, non dall’Iran».Peccato che per Kiev quelle raffinerie siano l’unica leva rimasta. La settimana scorsa Zelensky aveva rivendicato i colpi a due impianti, accusando Mosca di usare i proventi del petrolio «per finanziare la guerra e l’uccisione di ucraini»; intanto al Congresso americano avanzano nuove sanzioni contro la Russia e Kiev denuncia raid russi sulla propria rete ferroviaria in peggioramento ogni settimana. Il cortocircuito di lunedì sera è il sintomo di un metodo: nella diplomazia di Trump la pace si annuncia prima di negoziarla, e agli alleati tocca il compito più delicato — smentire il presidente americano senza poterselo inimicare.