Addio agli sconti sul diesel? Rischio Caporetto per il governo

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Se le indiscrezioni circolate sui media in queste ore dovessero trovare una conferma ufficiale, ci troveremmo di fronte a una vera e propria Caporetto per l’Esecutivo. È uno scenario che lascia sbigottiti, soprattutto se si considera il tempismo: che una simile inversione di marcia si consumi proprio nell’ultimo anno a Palazzo Chigi, quando la stabilità e il consenso dovrebbero essere prioritari, conferisce a tutta la situazione un sapore decisamente surreale.La realtà che si prospetta, purtroppo, sembra smentire ogni promessa. Il governo infatti avrebbe deciso di abbandonare lo sconto sulle accise sul gasolio che, quindi, dalla mezzanotte di venerdì 18 settembre schizzerà al valore monstre di 2,394 euro/litro al self.Bonus palliativiPer ciò che riguarda le misure mirate, la prima di esse è il sostegno alle famiglie definite “fragili”: ben un miliardo di euro sarebbe infatti destinato alle famiglie con Isee inferiore a 20.000 euro l’anno, cioè in larga misura la parte più improduttiva del Paese che spesso sopravvive di espedienti, di sussidi, di reddito di nullafacenza (sì, il reddito di cittadinanza, oggi chiamato “reddito di inclusione”, esiste ancora ed è duro a morire) e di bonus mentre magari lavora in nero o, peggio, delinque.L’ipotesi più accreditata è il caricamento automatico di un contributo una tantum tra gli 80 e i 100 euro direttamente sulla social card di Poste Italiane già in possesso di chi usufruisce di queste misure di sostegno: un regalo inatteso per circa 10 milioni di famiglie supposte indigenti, molto spesso ai margini della legalità che, potrete scommetterci con ragionevole certezza, potranno così barattare sottobanco quei soldi in cambio di altro, come quasi sempre accade con quel tipo di card sociale.Quanto alle misure a sostegno per lavoratori dipendenti, il governo starebbe valutando l’ipotesi di istituire un bonus benzina aziendale defiscalizzato fino a 200 euro, la cui erogazione sarebbe tuttavia su base volontaria da parte del datore di lavoro. La domanda quindi è: quanti datori di lavoro sarebbero disposti a finanziare questo bonus di tasca propria, pur se magari ricevendo in cambio una qualche forma di compensazione a posteriori?Per i lavoratori autonomi ci sarebbe invece la possibilità di acquisto di buoni carburante da portare poi in deduzione nella dichiarazione dei redditi. Da stabilire ancora tuttavia anche in questo caso importi e franchigia di deduzione.Briciole ai trasportatoriMa la cosa davvero ridicola sarebbe l’incremento di soli 11,4 milioni di euro del fondo di 360 milioni per il credito d’imposta destinato alle imprese di trasporto le quali, presentando apposita domanda online, potrebbero teoricamente coprire fino al 70 per cento della maggiore spesa sostenuta per l’acquisto di gasolio calcolata rispetto a prezzi “standard” del gasolio fissati dal ministero.C’è tuttavia un non trascurabile dettaglio: il fondo è a saldi invariati, il che significa che, in caso di surplus di domande, il contributo al litro si ridurrà via via di importo assottigliandosi fino a cifre ridicole, e potrete scommetterci che sarà proprio così, vista la crisi dei prezzi che dura ormai da marzo. Poiché i costi di trasporto incidono sui prezzi al dettaglio, chi pensate che alla fine pagherà il conto?Infine, i lavoratori agricoli vedranno confermato il contributo del 20 per cento per l’acquisto di carburante sotto forma di credito d’imposta.Come verranno finanziati questi bonus?Questo è il capitolo più surreale delle proposte in nuce del governo. Infatti, le due ipotesi al vaglio dei tecnici sono:Il mitico extragettito Iva di cui parlammo già un paio di mesi (qui il link) dimostrandone la modesta entità; extragettito che, a questo punto, sarebbe sostenuto esclusivamente da chi dovrà pagare il carburante alla pompa fino all’ultimo millesimo, il ceto medio appunto.La mitologica tassazione degli extraprofitti delle imprese di raffinazione e delle grandi compagnie energetiche, extraprofitti che vi dimostro essere di difficilissimo calcolo e di ancor più difficile esigibilità, come ha insegnato l’esperienza negativa in tal senso di un analogo tentativo fatto dal governo Draghi.Il campo minato degli extraprofittiOrmai sentiamo parlare di questo totem a destra e a manca da settimane, cioè della tassazione degli extraprofitti delle aziende energetiche, ma in cosa consiste un “extraprofitto” e rispetto a cosa andrebbe calcolato?La risposta sembra semplice: si calcola la media dei profitti ottenuti dall’azienda in un periodo di normalità, ad esempio nel quadriennio precedente, e tutto ciò che eccede questa media storica oltre una certa tolleranza (ad esempio, +20 per cento) viene considerato “extraprofitto” ed è soggetto a tassazione straordinaria. Facile no?Ma tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare… Supponiamo infatti che io sia un produttore estero di carburanti e che li venda con continuità a un importatore italiano. A fronte del profilarsi all’orizzonte di una tale tassa extra, la prima azione che posso aspettarmi è che lui mi chieda uno sconto di pari importo per non rimetterci. A quel punto, se accettassi di fargli lo sconto sarebbero tutti contenti ma se, molto più probabilmente, non accettassi, allora gli scenari possibili sarebbero due:1) L’importatore non acquista più il mio carburante. Su vasta scala, questo rischierebbe di creare una penuria nei rifornimenti nazionali.2) L’importatore continua ad acquistarlo ma ribalta l’extracosto dell’extra-tassa sul prezzo finale.Questo creerebbe un ulteriore incremento dei prezzi alla pompa e innescherebbe un’ulteriore fiammata inflazionistica, scenario ancor peggiore del precedente.Per evitare tutto ciò, un’eventuale legge sugli extraprofitti dovrebbe quindi colpire solo i margini della raffinazione nazionale o le rendite di chi estrae direttamente sul territorio, e non le transazioni di importazione. Ma in realtà l’applicazione pratica di una legge siffatta sarebbe un vero e proprio campo minato per tre motivi, due dei quali di diretta derivazione dall’esperienza nazionale recente:1. Fallimento del gettito (il caso Draghi 2022)Nel 2022 il governo Draghi introdusse una tassa del 25 per cento sugli extraprofitti delle aziende energetiche basandosi sull’incremento dei saldi Iva. Il governo stimò di incassare circa 10-11 miliardi di euro ma gli incassi reali furono invece solo circa 2-3 miliardi. Il motivo? Moltissime grandi aziende energetiche si rifiutarono di pagare, impugnando la norma e scatenando un’ondata di ricorsi e contenziosi legali, molti dei quali ancora in sede di dibattimento.2. Lo scudo normativo (il caso banche 2023-2025)Quando lo Stato ha provato ad applicare lo stesso principio alle banche, ha dovuto inserire una scappatoia per evitare che il decreto venisse bocciato o affossasse i mercati finanziari. La legge permetteva cioè alle banche di evitare la tassa se avessero destinato quella stessa cifra a rafforzare il patrimonio interno. Il risultato reale fu un gettito finale pari a zero: le banche sono diventate patrimonialmente più solide ma lo Stato non ha visto un soldo.3. La difficoltà di colpire i soli speculatoriScrivere una norma che colpisca solo la speculazione senza danneggiare chi ha investito onestamente è impossibile. Se un’azienda energetica guadagna di più perché magari ha scommesso anni fa sull’innovazione tecnologica e ha attuato, ad esempio, l’automazione dei suoi processi industriali, tassarla significa punire la sua efficienza e disincentivare ulteriore innovazione.Cosa si potrebbe fare quindi?La tentazione della politica di ricorrere a questo strumento resta fortissima perché promette all’opinione pubblica di “far pagare i ricchi speculatori” nei momenti di crisi. In realtà, si tratta di una misura fantoccio buona soltanto per far abbaiare l’opposizione (e anche una parte della maggioranza) alla luna ma del tutto inefficace in termini reali.L’unica strada seria che il governo potrebbe percorrere è tagliare selettivamente le spese improduttive e colpire al cuore le sacche di sprechi nella pubblica amministrazione.Ad individuare sprechi per 3,8 miliardi di euro (tanto occorrerebbe per ridurre di 30 centesimi al litro le tasse su benzina e gasolio da oggi fino alla fine dell’anno) sui circa 970 miliardi di euro del bilancio dello Stato, i tecnici del governo impiegherebbero mezza giornata e il governo un altro paio di giorni per scrivere il decreto, se solo lo si volesse.Invece, l’esecutivo si appresta a varare il solito bagno di sangue per il ceto medio che si troverà a dover sopportare, ancora una volta, tutto il peso degli effetti di una crisi internazionale che una politica codarda non ha il coraggio di contrastare per paura di suscitare le ire di quel morto che cammina che è ormai l’Unione europea, non facendo l’unica cosa di buon senso: modulare la tassazione sui carburanti per usarla come cuscinetto e assorbire così le impennate dei costi industriali, mantenendo il prezzo alla pompa il più basso e costante possibile.Suicidio politicoQuesta mancanza di coraggio è così inspiegabile agli occhi di un semplice cittadino come me che verrebbe da supporre che il reale obiettivo di questa compagine parlamentare sia non voler essere riconfermata per un altro quinquennio alla guida del Paese.Assistere a un simile harakiri politico nell’ultimo anno a Palazzo Chigi trasforma la delusione in sconcerto. Tra tasse mascherate alla pompa e aiuti lasciati alla buona volontà dei privati, la sensazione è che la classe dirigente abbia scelto la via della ritirata, preferendo abdicare al proprio ruolo piuttosto che trovare soluzioni coraggiose per i cittadini.L'articolo Addio agli sconti sul diesel? Rischio Caporetto per il governo proviene da Nicolaporro.it.