NEW YORK — Scott Bessent conosce ormai a memoria le sale riunioni dei Paesi terzi. Da diciotto mesi il segretario al Tesoro americano, ex gestore di hedge fund prestato alla diplomazia economica, incontra il vicepremier cinese He Lifeng quasi sempre su terreno neutro: l’ultima volta quattro mesi fa, vicino a Seul, pochi giorni prima della visita di Donald Trump a Pechino. Oggi, per una volta, gioca in casa.I due si vedono a New York, a ridosso dell’Assemblea generale dell’Onu, per preparare il vertice tra Trump e Xi Jinping in programma il 24 settembre a Washington. Al tavolo siede anche Jamieson Greer, il rappresentante Usa per il Commercio. L’incontro, riferisce Bloomberg, è stato confermato sabato dal ministero del Commercio di Pechino.La partita vera la detta il calendario. La tregua tariffaria firmata a Busan scade a novembre, e il 3 novembre l’America vota alle elezioni di metà mandato, con l’inflazione in cima alle ansie degli elettori. Non a caso Washington ha rinviato a dopo il vertice l’annuncio di nuovi dazi sull’eccesso di capacità produttiva cinese.I dossier sono tanti e pesanti: energia e guerra in Iran, intelligenza artificiale, auto, tecnologia, commercio elettronico, soia. Un meccanismo battezzato «Board of Trade» dovrebbe abbattere le barriere su 30 miliardi di dollari di merci per parte. Ma un funzionario di Pechino, che chiede l’anonimato, indica un’altra priorità: Taiwan, e in particolare una vendita di armi americane all’isola. In cambio la Cina offrirebbe più licenze sull’export di terre rare, ancora sotto i livelli precedenti ai controlli dell’aprile 2025. E nella delegazione d’affari che accompagnerà Xi potrebbe esserci BYD, il colosso cinese dell’auto elettrica.Il petrolio di HormuzPoi c’è la guerra in Iran. Il blocco navale americano ha fatto crollare l’import cinese di greggio iraniano — la Cina ne è il primo acquirente al mondo — e minaccia le raffinerie private, le cosiddette teapot, che valgono un terzo della capacità nazionale. Il Tesoro intanto stringe la morsa sulle istituzioni finanziarie che veicolano i flussi iraniani, e si specula che nel mirino possano finire banche cinesi. Davanti alla commissione Servizi finanziari della Camera — l’equivalente della nostra commissione Finanze — Bessent ha parlato di «discussioni private» con Pechino, con la speranza di avanzare proprio in questo fine settimana. «La Cina ha interesse a riaprire Hormuz, ma poca leva per costringere le parti a cambiare rotta», osserva Jesse Marks, ex consigliere americano per il Medio Oriente e fondatore della società di analisi Rihla Research.Sull’intelligenza artificiale il clima è più aspro. Washington limita l’accesso cinese ai chip avanzati e accusa le aziende cinesi di «distillare» i modelli americani; il ministero degli Esteri di Pechino bolla come allarmismo interessato gli appelli a rallentare la corsa. Eppure proprio qui Bessent apre uno spiraglio: «Come prime due superpotenze dell’intelligenza artificiale, e con ampio distacco, conviene a tutti mettere dei paletti e mantenere una comunicazione stretta», ha detto ai cronisti. E ad Axios ha aggiunto: «Siamo aperti a discutere di come evitare i rischi comuni e la biforcazione dei nostri due sistemi».Wendy Cutler, vicepresidente dell’Asia Society Policy Institute ed ex negoziatrice commerciale americana, riassume l’obiettivo minimo: «Tenere le cose stabili, evitare che degenerino» e far sopravvivere la tregua di Busan. Il prossimo round, vuole la prassi dell’alternanza, toccherà alla Cina. Ma prima Bessent deve portare a Trump qualcosa da mettere sul tavolo del 24 settembre — sapendo che, mentre l’America ricostruisce il suo muro tariffario, il rischio di una nuova fiammata resta tutto intero.