Pakistan, l’esercito libera 23 ostaggi rapiti a un falso posto di blocco: uccisi 5 separatisti beluci

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ISLAMABAD — I fari dei camion che rallentano nel buio, una sbarra improvvisata di traverso sulla carreggiata, uomini armati che ordinano agli autisti di scendere. Nella notte fra venerdì e sabato, sulla National Highway N-25 — l’arteria che collega Chaman, al confine afghano, al porto di Karachi — il posto di blocco spuntato nei pressi di Kalat, nel Belucistan, somigliava a uno dei tanti checkpoint militari che punteggiano la strada. Ma era falso. Chi si fermava non veniva controllato: veniva sequestrato.Domenica mattina l’esercito pachistano ha annunciato la conclusione dell’operazione: le forze di sicurezza hanno ucciso cinque miliziani in un intenso scontro a fuoco e liberato 23 ostaggi, riferisce l’Associated Press. Nessuna vittima fra i rapiti né fra i soldati. Nel covo dei sequestratori sono stati recuperati sei camion, tre autobus e due automobili, oltre ad armi, munizioni ed esplosivi. Non è chiaro quando gli ostaggi fossero stati catturati: il gruppo fermava i veicoli per rapire persone a scopo di riscatto, estorcere denaro e impossessarsi dei mezzi.L’ufficio stampa delle forze armate, l’Ispr, ha usato il linguaggio marziale di sempre: i cinque «terroristi», ha scritto, «sono stati spediti all’inferno grazie alla risposta efficace delle Forze armate». E li ha attribuiti a «Fitna al-Hindustan», letteralmente «il tumulto dell’India»: è la formula con cui Islamabad indica il Baloch Liberation Army, l’Esercito di liberazione del Belucistan messo fuorilegge, e gli altri gruppi separatisti della provincia, accusati di essere finanziati da Nuova Delhi. L’India ha sempre smentito.Perché proprio una strada? Perché la N-25 è la giugulare del sud-ovest pachistano: tutto ciò che entra ed esce dal confine afghano verso il mare passa di lì, e chi la controlla — anche solo per una notte — dimostra che lo Stato non c’è. I rapimenti di massa ai posti di blocco fantasma sono ormai una tattica consolidata dei separatisti: il mese scorso i miliziani hanno ucciso 18 poliziotti dopo averli sequestrati con lo stesso metodo.La provincia in rivoltaIl primo ministro Shehbaz Sharif ha elogiato le forze di sicurezza e promesso di eliminare quello che ha definito «terrorismo sponsorizzato dall’estero». Il capo del governo provinciale del Belucistan, Sarfraz Bugti, poco più di una settimana fa aveva chiuso la porta a ogni negoziato con gli insorti. La linea, insomma, è una sola: operazioni militari fino all’eliminazione della militanza.Eppure la rivolta dura da decenni. Il Belucistan è la provincia più estesa e più povera del Pakistan, ricchissima di gas e minerali: i separatisti accusano Islamabad di sfruttarne le risorse senza restituire nulla ai locali, e colpiscono le forze di sicurezza, i lavoratori arrivati dal Punjab e gli interessi cinesi che gravitano attorno al porto di Gwadar. Le autorità sostengono da anni di aver domato l’insurrezione. I fatti di Kalat dicono altro.E il Belucistan non è l’unico fronte. Venerdì 18 settembre, all’altro capo del Paese, un’esplosione nello storico quartier generale della polizia di Kohat — città della provincia di Khyber Pakhtunkhwa, nel nord-ovest — ha ucciso almeno otto persone e ne ha ferite 35, secondo il bilancio ufficiale ripreso dall’Agence France-Presse. Il presidente pachistano ha subito puntato il dito contro un gruppo militante. È la doppia morsa in cui vive Islamabad: separatisti beluci a sud-ovest, insorti islamisti a nord-ovest.Dopo Kohat, il governo ha chiesto ai talebani afghani di smantellare le reti militanti che operano oltre confine. Kabul ha risposto come sempre: negando tutto, e invitando il Pakistan a risolvere i propri problemi in casa.