ETZEL ANDERGAST – JAKOB WASSERMANN

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Jakob Wassermann, Etzel Andergast, trad. dal tedesco Stefano Jorio, Fazi Editore, Collana Le strade, pp.558, 2020“Il cambiamento individuale, quand’anche riguardi la più privata delle esistenze, può accompagnarsi a eventi grandiosi sulla scena del mondo. Una colonia di topi può minare una montagna in silenzio fino a provocarne il crollo.[…]La Germania è perduta; lo sa, ne ha il presentimento, sarà un bene non vivere nell’epoca che sta arrivando. Un’epoca perduta”Ho da poco terminato la lettura del secondo volume della trilogia alla quale lo scrittore ebreo tedesco Wassermann lavorò per tutta la vita, trilogia composta da Il caso Mauritius (1928), Etzel Andergast (1930), La terza esistenza di Joseph Kerkhoven uscito postumo nel 1934.E’ una trilogia nella quale Wassermann, amico di Schnitzler, Hofmannsthal, Rainer Maria Rilke e di Thomas Mann che lo apprezzava molto come scrittore – e con il quale ebbe anche un importante e molto interessante scambio epistolare sul tema dell’antisemitismo in Germania – disegna l’epopea della Germania tra la seconda metà dell’ 800 e l’era hitleriana con una attenzione particolare agli orientamenti e movimenti giovanili.Jakob Wassermann, nel 1931 con Hermann Hesse e Thomas Mann© Schiller Nationalmuseum /Deutsches Literaturarchiv Marbach am NeckarFonte https://www.hagalil.com/archiv/2005/10/wassermann.htmNato a Fürth in Baviera nel 1873 e morto nel 1934, Jacob Wassermann è stato uno degli scrittori tedeschi di maggiore successo tra gli anni Venti e Trenta, ma questo, nell’era del III Reich, importa ben poco anzi, può persino costituire un’ aggravante, per un ebreo.Nel 1933 Wassermann viene dunque cacciato dall’Accademia Prussiana, i suoi libri – di grande successo e tra i più letti all’epoca – finiscono nei roghi nazisti, il terzo volume della trilogia non viene pubblicato dalla sua casa editrice – la prestigiosa Fischer Verlag – e dopo una lunga e luminosa carriera Wassermann muore nel 1934 a soli 60 anni, povero e psicologicamente distrutto.Avevo letto Il caso Mauritius molti anni fa e riletto relativamente da poco, ma questo Etzel Andergast non era nella mia attuale lista d’attesa, non avevo previsto di leggerlo. Non adesso, almeno. La lista era (è) già abbastanza lunga, come sempre…Ma, qualche settimana fa, Etzel Andergast ha “preteso” che lo leggessi, e subito, anche. E così ha saltato la fila e già durante la lettura ho capito il perché di questa urgenza: il romanzo è infatti per molti versi sorprendentemente attuale per la rappresentazione dello scenario socio politico nel quale le vicende dei personaggi si svolgono, e molte delle dinamiche interpersonali che Wassermann descrive sono ben lontane dall’apparire superate.Il romanzo – diviso in due parti per motivi che non sto ora a descrivere per non svelare troppo della trama – copre un arco temporale di circa vent’anni, dal 1910 agli albori degli anni ’30 (dunque anni immediatamente precedenti la grande Guerra, prima Guerra mondiale, Weimar, avanzata del nazismo). Tutti avvenimenti enormi cui nel libro si accenna come se rimanessero sullo sfondo ma in realtà così non è perché la devastante vena di malessere che corre non poi tanto sottotraccia nel mondo tedesco rappresentato (soprattutto nel mondo giovanile) alimenta grandi squilibri individuali e collettivi in cui tutti i personaggi del romanzo si ritrovano chi più chi meno ad avvertire gli effetti.I personaggi che compaiono – primari, comprimari, anche semplici comparse – sono davvero tanti. Tra loro ci sono ebrei e non ebrei, uomini e donne, vecchi e giovani e tutte le classi sociali compaiono. Non avrebbe senso fare qui ed ora un elenco completo. E’ sufficiente dire che anche quelli che compaiono saltuariamente o addirittura una volta sola non sono solo – appunto – “comparse” ma hanno il loro peso e significato nel complesso della narrazione.Mi limito perciò a ricordare solo alcuni dei cenni che si riferiscono all’eroe eponimo e come esso viene presentato e percepito, e cioè al giovane Etzel Andergast. Chi ha già letto il primo volume della trilogia e cioè Il caso Mauritius lo ricorderà bene perché lo ha conosciuto quando aveva ancora appena sedici anni. Adesso, di anni Etzel ne ha venti:Etzel von Andergast, giovane a suo modo non insignificante, gravato da ciò che è stato e che non è riuscito a superare, figlio del suo tempo e del suo mondo (dunque del nostro tempo e del nostro mondo)…Era allettante e al tempo stesso sinistro…il povero Lüttgens, […] una volta aveva detto: bisogna stare attenti con Andergast, è l’acido pirico personificato. Fa saltare in aria le anime.…chissà come, era arrivato questo Etzel Andergast portando con sé quel mondo così cambiato, così tempestoso e ringiovanito. La gioventù di Etzel aveva […] un carattere di rappresentanza. Etzel era il mediatore del nuovo, del contemporaneoMa se Eztel è indubbiamente l’elemento scatenante delle dinamiche individuali, alcune di esse anche devastanti, può spesso capitare, come è successo a me, di chiedersi, in vari momenti nel corso della lettura quale, tra i personaggi principali del romanzo che sono oltre ad Etzel il medico Kerkhoven e sua moglie Marie sia in realtà il vero protagonista…A Kerkhoven sembrava di aver capito che quanto gli psicologi e i critici dell’epoca chiamavano la “malattia della gioventù” era un desiderio struggente di ubbidienza, un bisogno di autorità che in alcuni casi arrivava all’estasi. Nel loro intimo odiavano e al tempo stesso temevano una libertà che li condannava a una solitudine spietata. E sapevano bene che l’ideale del Collettivo, creato dalla paura di un’eccessiva libertà, non era che la somma di queste solitudini. Il loro simbolo religioso era la macchina.Come in tanti altri, c’è anche in lui quel desiderio struggente di un duce, di un Führer; tanto che per pura impazienza ci si consegna a gente che non sa nemmeno dove abiti Dio solo perché sembra in grado di portarci una stazione più in là.In Etzel Wandergast c’è molta politica e molta psicologia: è un romanzo in cui alla evocazione dello scenario sociopolitico si intrecciano robusti richiami alla psicoanalisi.La malattia fisica dell’individuo è sempre strettamente associata alla malattia delle relazioni umane, si parla molto di malattia politica e socialeabbiamo convenuto ormai da tempo che non esiste cellula, ghiandola, arteria capace di ammalarsi se anche l’organismo, nel suo insieme, non ha perso il suo equilibrio abituale: si potrebbe dunque dire che ogni malattia è un evento collettivo, sia per quanto riguarda l’individuo che il corpo complessivo dell’umanità. Viene da pensare che le grandi catastrofi storiche – guerre, rivoluzioni, tramonto dei popoli – siano connesse allo scoppio di una nevrosi di massa, e che questa connessione sia molto più intima di quanto credevamo. La sua indagine comporterebbe ovviamente una doppia patogenesi, perché la malattia andrebbe vista sia come causa che come effetto; due quadri indipendenti, completamente diversi quanto a conseguenze e terapia. Non sarebbe importante, molto importante sapere se quel che abbiamo davanti è la causa oppure l’effetto? Gli avvenimenti non ci danno indicazioni. La storia è ciò che è successo, non ciò che sta succedendo.Non sono certo io la prima ad aver notato da subito quanto qui siamo decisamente dalle parti di Freud e Schnitzler dei quali, anche se mai citati ed evocati direttamente, si avverte forte la presenza. Compaiono molti sogni, nel romanzo. Sogni importanti, descritti minuziosamente ed altrettanto minuziosamente analizzati nel tentativo di interpretarli, tentativi che risultano quasi sempre vani: come non pensare ai freudiani L’interpretazione dei sogni (del 1899) e a Psicologia delle masse e analisi dell’Io (del 1921)?Gli ebrei, l’ebraismo. Nessuno dei personaggi principali (Andergast, Kerkhoven, Marie…) è ebreo; lo sono invece alcuni dei personaggi che ruotano attorno a loro e vengono tutti rappresentati con caratteristiche che evocano le modalità preferite dall’antisemitismo. Prendiamo Mewer, ad esempio, un ragazzo sciatto, brutto, tipo spiccatamente ebreo […] oltre che povero in canna – era incapace di farsi strada da solo.Oppure il ventiduenne conte Grünne (somiglia al principe Luigi Ferdinando, è omosessuale, brillante matematico, fervente patriota. Soffre di emicranie periodiche di carattere epilettoide. Ha maniere incantevoli) chec’era andato pesante e aveva detto che gli ebrei erano veleno mortale nel corpo della nazione, che senza di loro non si sarebbe mai abbattuta sulla Germania una simile sventura; il primo passo verso la rinascita consisteva nel renderli innocui.«Ma tu poi l’hai mai conosciuto, un ebreo?», gli domandò alla fine. «Li hai mai frequentati?». «Dio me ne scampi», rispose il conte, «anche per il futuro». «Sei stupido come un’oca», disse Etzel, «scommetto quanto vuoi che hai già  dato la mano come minimo a cinquecento ebrei. Che ti credi, che sono cornuti e dormono sugli alberi? Te ne farò conoscere presto qualcuno: a volte sono tipi eccezionali, dammi retta. Vedrai che bella sorpresa». «Mille grazie», rispose Grünne, «a quel punto potrai anche lasciare da me il tuo biglietto da visita con scritto P.P.C., per prendere congedo». Da che demonio è posseduta questa gente?, aveva pensato Etzel, perplesso. Odiano, e perché? Perché odiano. Senza cognizione di causa. Odiano candidamente, almeno il buon Grünne e tanti amici suoi. E’ un enigma sociologico. Erbe medicinali da usare come antidoto non ce ne sono, bisognerebbe trovare la cucina dei veleni e catturare i cuochi che mettono nel piatto un odio così appetitoso…Cecità. Non voler vedere. Di segni premonitori che fungono da campanelli d’allarme per incombenti catastrofi legate a vicende strettamente individuali o a catastrofi socio politiche il romanzo è pieno.I segni premonitori sono evidentissimi, spiattellati chiaramente eppure… nessuno riesce a vedere, nessuno “vuole” vedere, nessuno sembra disponibile ad ascoltare e riconoscere la voce del “sintomo che parla”. Rimozione e negazione dilagano.Marie sa che un bel giorno, più o meno sei mesi dopo, lui le dirà sorpreso: Marie, hai un vestito nuovo? Dove l’hai comprato? Ti sta benissimo; e resterà allibito quando lei gli spiegherà per quanto tempo lo abbia visto senza vederlo.[…]Non vedeva, non vedeva…[…]È istruttivo osservare come a volte il destino mandi degli avvertimenti, dei segni premonitori alle persone che medita di mettere in pericolo, quasi che, in un moto di compassione, voglia farci subdolamente intendere: sei ancora in tempo, puoi prendere le tue precauzioni, proteggerti, per adesso questo è solo un colpetto. Se te ne accorgi bene, sennò, colpa tuaSolo il Lettore – grazie alle tante anticipazioni (sempre astutamente parziali) abilmente distribuite nel corso del romanzo è continuamente avvolto dall’inquietudine di chi avverte che una catastrofe si sta avvicinando, non sa esattamente quale; non conosce i particolari ma vorrebbe tanto che i personaggi “vedessero”, “sentissero”, e così si difendessero da un futuro che li minaccia. Noi lettori di oggi e non degli anni di Wassermann in gran parte riusciamo però ad immaginare cosa accadrà perché leggiamo con quel che si dice “il senno di poi”…Lo stile di Wassermann è molto complesso e spesso involuto, con paragrafi lunghi e spesso labirintici; paragonato anche spesso al Dostoevskij (uno degli autori preferiti da Wassermann) de L’idiota in particolare per la sua rivisitazione in chiave di romanzo del personaggio – realmente esistito – di Kaspar Hauser le opere di Wassermann mi sembrano rientrare pienamente nella grande tradizione del grande romanzo tedesco alla Thomas Mann dal quale era molto ammirato e che definì Wassermann “favoleggiatore di sangue e d’istinto”.Wassermann e Thomas Mann si capivano e si apprezzavano vicendevolmente anche quando non erano d’accordo, come avvenne ad esempio a proposito della questione dell’antisemitismo in Germania, sulla quale si confrontarono pubblicamente.Nel 1921 Wassermann infatti pubblicò un libretto di un centinaio di pagine intitolato Storia di un ebreo tedesco in cui traccia una sorta di radiografia della “complessa anima tedesca” e dell’altrettanto complessa anima ebraica. Contro questa Storia di un ebreo tedesco prese pubblicamente posizione Thomas Mann dicendo in sintesi che Wassermann era un autore di grande successo, molto letto e molto amato, e che non aveva dunque alcuna ragione di lamentarsi del suo essere ebreo in Germania. Wassermann gli rispose immediatamente e a tono e… la Storia ha dopo pochi anni mostrato fin troppo chiaramente da che parte stesse la ragione. Non posso adesso dilungarmi su questo tema che meriterebbe certo molto più che poche righe (non è escluso che ci tornerò sopra, chissà) , ma questo accenno può essere comunque utile per gettare anche solo uno sguardo fugace sui rapporti che intercorrevano tra questi due grandi autori tedeschi.Leggere Wassermann non è una passeggiata. I suoi romanzi richiedono attenzione, pazienza, perseveranza. Non li consiglierei a chiunque. Ma a chi riesce ad entrare in sintonia riservano grandi soddisfazioni sia per le reazioni emotive che suscitano sia per l’abbondanza di stimoli intellettuali che offrono ed anche le parti che possono risultare pesanti e – perché no? – noiose (e ce ne sono, eh, ce ne sono, di pagine noiose…) si capisce essere necessarie e forse anche indispensabili per la comprensione del tutto.Wassermann mi piace molto, insomma, ma quando apro un suo libro so cosa devo aspettarmi, so che devo prenderlo nel momento giusto e che non devo affrontarlo con leggerezza. Ci ho messo anni tra la lettura (e successiva rilettura) de Il caso Mauritius e questo Etzel Andergast…Jakob Wassermann© Archiv S. Fischer Verlag(Fonte https://www.fischerverlage.de/autor/jakob-wassermann-1005912)Ed ora permettetemi di esplicitare una mia piccola curiosità:L’immagine di copertina del volume Fazi è il Ritratto del conte Robert de Montesquiou- Fésenzac realizzato da Lucien Doucet negli anni ’70 del 1800.Il conte de Montesquiou è stato, come tutti i lettori di Proust sanno bene, il modello principale del personaggio del barone di Charlus e questo realizzato da Doucet è forse il suo ritratto più famoso tra gli innumerevoli che i più grandi artisti del tempo fecero del conte. Ed allora mi sono chiesta: perché nel volume non è indicato da nessuna parte l’autore del dipinto e il personaggio del dipinto (almeno, io non sono riuscita a trovare l’indicazione da nessuna parte. Ho riconosciuto il ritratto del conte solo perché lo conosco benissimo)? A quale dei personaggi del romanzo chi ha ideato la copertina pensava quando ha scelto proprio questo ritratto e non un altro?…Io non riesco a collegarlo né ad Etzel né a Kerkhoven….Abbiate pazienza, la mia è solo la bizzarra curiosità di una immarcescibile proustofila