Birmania, riapre la grande miniera di stagno dell’esercito Wa: la Cina ne importa 40.000 tonnellate in 6 mesi

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YANGON — Il minerale si muove di nuovo. Nei primi sei mesi del 2026 la Cina ha importato dalla Birmania quasi 40.000 tonnellate di minerale e concentrato di stagno: più di quanto ne avesse comprato in tutto il 2025, secondo i dati doganali di Pechino, statistica di Stato. Dietro quella cifra c’è la ripartenza di Man Maw, una delle più grandi miniere di stagno del mondo, ferma dal 2023 e incastonata nello Stato Wa, enclave autonoma della Birmania orientale al confine cinese, governata da un esercito etnico e non dal governo di Naypyidaw.A certificare il riavvio è un rapporto dell’International Crisis Group, centro studi con sede a Bruxelles, pubblicato il 10 settembre e anticipato all’agenzia France-Presse. Le operazioni conoscono «un lento riavvio», scrivono gli analisti: la produzione resta «ben al di sotto dei livelli precedenti alla sospensione», ma le immagini satellitari di Planet Labs mostrano grandi edifici nuovi in costruzione attorno al sito, e l’illuminazione notturna — crollata dopo la chiusura — è tornata ai livelli di prima. «Una risalita costante ma irregolare», la definisce Richard Horsey, consigliere senior per l’Asia del Crisis Group. Per l’industria dei microchip è la notizia attesa da tre anni: lo stagno è la lega saldante che fissa i chip alle schede e tiene insieme i componenti dei data center, e la sua penuria aveva spinto il prezzo oltre i 53.000 dollari la tonnellata a gennaio, un record trainato dalla corsa all’intelligenza artificiale.Perché una miniera così importante si fermò? Non per la guerra civile che dal golpe militare del febbraio 2021 divora il resto del Paese. Secondo il Crisis Group la sospensione, annunciata dalle autorità Wa nell’aprile 2023 e diventata effettiva ad agosto, nacque probabilmente da una lotta per il controllo tra i clan dinastici che dominano l’enclave. Il mondo se ne accorse in fretta: i prezzi salirono di oltre il 10% e le fonderie avvertirono di forniture più strette. Ma il riavvio ha le sue ombre: pozzi allagati e giacimenti di alta qualità in via di esaurimento rendono incerta la redditività del sito.Un esercito privato al confineChi controlla Man Maw non è la giunta. Lo Stato Wa è in mano allo United Wa State Army, l’Esercito unito dello Stato Wa, una delle più grandi organizzazioni armate non statali del mondo, colpita da decenni di sanzioni internazionali per il traffico di stupefacenti. L’accesso al sito e le informazioni sono filtrati con rigore dai suoi comandanti. Il patronato cinese e i legami d’affari con Pechino hanno tenuto l’enclave relativamente al riparo dal conflitto. Il punto è tutto qui: il minerale che riparte non finanzia Naypyidaw ma un esercito autonomo alla frontiera cinese, ed è la Cina — non il governo birmano — a tenere le chiavi dello stagno mondiale.Il caso rientra in un quadro più largo che il rapporto ricostruisce: giada, oro, stagno e terre rare pesanti birmane sono intrecciati con la guerra e con l’economia globale, e chi ne controlla i giacimenti ottiene entrate e leva. La Birmania è oggi il primo fornitore cinese di disprosio e terbio, le terre rare dei magneti per auto elettriche, turbine eoliche e sistemi d’arma: un export salito da 1,5 milioni di dollari nel 2014 a circa 780 milioni nel 2021. A fine 2024 la Kachin Independence Organization, il movimento indipendentista kachin, ha travolto la principale fascia mineraria del Nord dirottando i ricavi verso di sé. Eppure, avverte il Crisis Group, i conflitti birmani restano lotte politiche su potere, autonomia e identità, non guerre per le risorse.La storia di Man Maw è recente e improvvisa. La miniera emerse quasi dal nulla negli anni Dieci, nel cuore di una regione che il mondo conosceva soltanto per l’oppio e le metanfetamine dei signori della guerra Wa. In pochi anni fece della Birmania il terzo produttore mondiale di stagno e il primo fornitore della Cina: nel 2016 le spedizioni verso Pechino sfiorarono le 500.000 tonnellate, oltre il 99% dell’import cinese di minerale. Sulle colline dove avevano costruito un impero sulla droga, gli stessi clan scoprirono di sedere sopra il metallo di cui le fabbriche cinesi non potevano fare a meno. Dieci anni dopo, con i data center al posto dei telefoni, quel metallo ha ripreso a scendere verso la frontiera.