L’Iran manda a Trump 6 condizioni per la pace: «Aspettiamo la risposta». Il petrolio supera i 100 dollari

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TEHERAN — «Attendiamo la risposta del presidente Trump». È la frase con cui Mohsen Rezaei, segretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale iraniano — l’organo che decide la strategia di guerra, alla cui guida è arrivato appena un mese fa — ha chiuso l’intervista concessa sabato alla rete qatariota Al Jazeera. Ed è anche la domanda che pesa oggi su tutto il Golfo: Washington risponderà, e come? Rezaei ha elencato le sei condizioni di Teheran per mettere fine alla guerra con gli Stati Uniti, spiegando che il testo è già arrivato alla Casa Bianca attraverso i mediatori del Qatar (il Paese che finanzia la stessa emittente a cui ha parlato).L’elenco è secco: fine della guerra su tutti i fronti, «in particolare» in Libano; sblocco dei fondi iraniani congelati all’estero, miliardi di dollari; fine del blocco navale americano sui porti iraniani; stop alle interferenze negli affari interni; fine della cooperazione con «gli oppositori della nostra rivoluzione»; fine di ogni attacco sul territorio iraniano. Intanto la leva resta stretta in mano a Teheran. Domenica mattina il presidente del Parlamento, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha ripetuto che lo Stretto di Hormuz — da cui passa un quinto del petrolio mondiale — resterà chiuso finché le condizioni non saranno soddisfatte: «Non ci sarà alcuna apertura per un ritorno ai negoziati né per la riapertura dello Stretto». Gli attacchi alle petroliere e il controllo houthi della rotta del Mar Rosso hanno già spinto il greggio sopra i 100 dollari al barile.Perché il Qatar, e non il Pakistan che aveva ospitato i colloqui di Islamabad? Perché quel canale è morto insieme al memorandum d’intesa di 60 giorni firmato il 17 giugno e scaduto ad agosto, che prevedeva un piano di ricostruzione da 300 miliardi di dollari a guida americana, l’impegno iraniano a non dotarsi dell’atomica e la riapertura di Hormuz. Da allora è tornata una guerra di attrito, come la definisce l’ultimo rapporto del servizio studi del Congresso americano aggiornato al 18 settembre. Consegnando le condizioni via Doha e rendendole pubbliche, osserva un analista dell’Australian Strategic Policy Institute, «l’Iran rimette l’onere su Washington e lo fa per il massimo effetto».Che cosa manca dalla lista? Due cose, ed entrambe pesano. Rezaei non ha più citato le riparazioni di guerra, che Teheran aveva chiesto nei mesi scorsi. E non ha detto una parola sul nucleare, cioè sull’unico obiettivo che la Casa Bianca dichiara da mesi: «Punto primo: perché l’Iran non abbia mai un’arma nucleare», ha ripetuto il vicepresidente JD Vance il 3 settembre. Le due agende, per ora, non si toccano.Il missile su RiadL’Arabia Saudita resterà fuori? Sempre meno. Gli Houthi filo-iraniani, che il 10 settembre hanno preso il porto yemenita di Mocha e controllano ormai lo stretto di Bab al-Mandeb, hanno lanciato il primo attacco missilistico su Riad, riferisce la CBS: le ambasciate americane nella regione hanno diffuso allerte di sicurezza e Trump è rientrato in anticipo da Camp David alla Casa Bianca. Rezaei ha messo anche lo Yemen tra i fronti da chiudere. Ma il regno ha alle spalle il patto di difesa firmato alla Mecca il 7 agosto con Turchia e Pakistan — un attacco a uno vale come attacco a tutti — e il portavoce militare pachistano ha promesso giovedì di difendere i sauditi «fino a qualsiasi livello», anche «fisicamente». Il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan ha definito «inaccettabile» che Riad venga trascinata nel conflitto.E Washington? Nessuna risposta pubblica. A inizio settimana Trump aveva detto di ritenere la guerra vicina alla fine e l’Iran desideroso di un accordo. Rezaei gli ha risposto a distanza: «Le minacce di Trump non otterranno alcun risultato. Siamo pronti a una guerra decisiva». Un nuovo attacco americano, ha aggiunto, è «assolutamente possibile»: per questo i pianificatori iraniani hanno spostato il mirino sulle navi americane nel Golfo, nel Golfo di Oman e nel Mar Arabico, e di recente hanno provato un missile antinave vicino a una portaerei.Il quadro che ne esce è uno stallo perfetto. Gli Stati Uniti possono reggere il blocco navale e dominare i cieli, ma non piegare Teheran; l’Iran non può rompere il blocco, ma tiene chiuso Hormuz e fa salire il conto alla pompa di tutto il mondo. La partita vera, dunque, non si gioca nello Stretto ma alle urne americane di novembre: Teheran scommette che una guerra impopolare costi cara a Trump alle elezioni di metà mandato. Fino ad allora il barile sopra i 100 dollari è la bolletta che paga anche chi non combatte.