RIAD — «Una risposta di dimensioni molto rilevanti». La promessa arriva da una fonte saudita citata da Reuters poche ore dopo che i ribelli yemeniti Houthi hanno rivendicato i primi attacchi con missili e droni contro Riad, la capitale del regno. Nei pressi dell’aeroporto principale della città, il King Khalid, è divampato un incendio. Le Borse dell’Arabia Saudita e degli altri Paesi del Golfo hanno aperto la settimana in netto calo.Il fatto è semplice e pesante: per la prima volta da anni il cuore politico dell’Arabia Saudita torna sotto il fuoco del movimento sciita che dal 2014 controlla Sana’a e il nord dello Yemen, sostenuto dall’Iran. Contro di loro Riad ha guidato dal 2015 una coalizione militare araba. Fra il 2017 e il 2022 i missili yemeniti hanno raggiunto più volte la capitale saudita e nel settembre 2019 droni e missili misero fuori uso per giorni gli impianti petroliferi di Abqaiq, dimezzando la produzione del regno. Poi la tregua mediata dall’Onu nell’aprile 2022 e un lungo silenzio delle armi sul fronte saudita. Quel silenzio si è rotto oggi.Il bersaglio vero, però, non è la pista del King Khalid. È la credibilità del patto di difesa firmato di recente fra Arabia Saudita, Turchia e Pakistan, che affronta il suo primo banco di prova. Il ministro degli Esteri turco lo ha capito subito e si è detto pronto a soddisfare le esigenze di difesa di Riad. Perché Ankara e non Washington, il garante storico della sicurezza saudita? Perché l’intesa a tre nasce proprio dall’idea, maturata nel regno, di non dipendere più da un solo protettore: la Turchia porta la sua industria degli armamenti e i suoi droni, il Pakistan un esercito numeroso e l’unico arsenale nucleare del mondo islamico. Oggi quell’idea smette di essere un documento e diventa un impegno da onorare.Le Borse e la Casa BiancaI mercati hanno reagito prima dei governi. Le Borse saudita e dei Paesi vicini hanno aperto in calo marcato — e nel Golfo si scambia di domenica, primo giorno della settimana lavorativa — perché il ricordo di Abqaiq pesa più delle fiamme di oggi. Per gli investitori la lezione del 2019 è una sola: un drone da poche migliaia di dollari può fermare una raffineria da miliardi. Il fuoco vicino all’aeroporto della capitale riapre quel dossier.Intanto il presidente americano Donald Trump ha accorciato il fine settimana a Camp David, la residenza presidenziale sui monti del Maryland, ed è rientrato in anticipo alla Casa Bianca. Un rientro anticipato dice più di un comunicato: Washington segue la crisi dallo Studio Ovale. Nel Golfo gli Stati Uniti mantengono decine di migliaia di militari, dalla base aerea di Al Udeid in Qatar alla Quinta Flotta nel Bahrein, tutti nel raggio dei missili che oggi hanno raggiunto Riad. E ogni fiammata yemenita, da anni, rimanda a Teheran.La posta politica è chiara. Per il principe ereditario Mohammed bin Salman, uomo forte del regno, i grandi progetti di modernizzazione e di turismo reggono solo se il Paese resta un porto sicuro. Un missile sulla capitale è un colpo a quella promessa. Da qui il tono della fonte saudita, che nel 2015 aprì una guerra durata sette anni con parole non troppo diverse.Gli Houthi, dal canto loro, hanno rivendicato gli attacchi come i «primi» contro Riad: nell’aggettivo sta la minaccia di quelli che seguiranno. «Di dimensioni molto rilevanti», ripete la parte saudita. Fra le due frasi c’è lo spazio, strettissimo, in cui Ankara, Islamabad e Washington dovranno decidere se il patto vale il suo nome.