La guerra russo-ucraina al 1.670mo giorno tra logoramento e assenza di diplomazia

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Al 1.670mo giorno dall’invasione russa su larga scala, la guerra in Ucraina non appare né prossima a una soluzione militare né realmente congelata. È entrata, piuttosto, in una fase nella quale il campo di battaglia, la guerra economica, la pressione sulle infrastrutture e la diplomazia americana sono diventati parti di un unico conflitto di logoramento. La notizia che meglio fotografa questa condizione è arrivata nelle ultime quarantotto ore: il 18 settembre Donald Trump ha firmato il nuovo provvedimento sanzionatorio contro la Russia, mentre il 20 settembre l’Ucraina ha lanciato una delle più grandi campagne di droni contro la regione di Mosca dall’inizio della guerra. Sono due eventi apparentemente diversi, ma strategicamente collegati: il primo cerca di aumentare il costo economico della prosecuzione del conflitto, il secondo dimostra che Kiev continua a voler trasferire una parte di quel costo direttamente nello spazio strategico russo.La legge firmata da Trump, denominata “Lindsey O. Graham Sanctioning Russia and Iran Act of 2026”, colpisce in particolare il settore energetico e della difesa russo e la cosiddetta “shadow fleet”, autorizzando inoltre tariffe fino al 100% nei confronti dei principali acquirenti di energia russa. Il suo significato non è quindi limitato alle relazioni Washington-Mosca: la sanzione diventa uno strumento di pressione anche nei confronti dei Paesi terzi che continuano ad acquistare petrolio e gas russi. È una modifica importante della geometria economica della guerra, perché sposta parte della pressione dal produttore ai suoi intermediari e compratori. La sua efficacia, tuttavia, dipenderà dall’applicazione concreta, dalla capacità russa di trovare mercati alternativi e soprattutto dalla disponibilità di Cina, India e altri grandi importatori a sostenere costi politici ed economici crescenti per mantenere i rapporti energetici con Mosca.Il paradosso è che la firma della legge arriva mentre la diplomazia americana tenta contemporaneamente di riaprire un canale negoziale. Washington ha sostenuto l’esistenza di un’intesa russo-ucraina per sospendere gli attacchi contro le infrastrutture energetiche, ma l’intesa non ha prodotto una cessazione verificabile delle operazioni. Russia e Ucraina hanno continuato infatti a colpire infrastrutture energetiche, mentre Kiev e Mosca hanno segnalato la possibilità di nuovi colloqui trilaterali con gli Stati Uniti in ottobre. Ne emerge una diplomazia di pressione: Washington cerca di conservare contemporaneamente il ruolo di mediatore e quello di principale fonte di leva economica e militare. Non è necessariamente una contraddizione; può essere interpretata come il tentativo di aumentare il prezzo dello stallo prima di riportare le parti al tavolo.Sul terreno, però, la distanza fra diplomazia e realtà militare rimane notevole. Le valutazioni dell’Institute for the Study of War indicano che nel 2026 le forze russe hanno ottenuto conquiste territoriali molto inferiori a quelle rivendicate ufficialmente da Mosca e che le forze ucraine hanno recuperato terreno in diversi settori, fra cui Lyman, Kupjansk e Oleksandrivka. L’ISW segnala inoltre una crescente capacità ucraina di colpire gli operatori russi di droni, i nodi logistici e i sistemi di guerra elettronica, cioè quegli elementi che costituiscono il moderno complesso di ricognizione e attacco. Ciò non significa che la Russia abbia perso la capacità offensiva: mantiene superiorità quantitativa in alcune categorie, una grande base industriale e la possibilità di sostenere operazioni simultanee su più assi. Ma significa che la guerra di movimento resta fortemente condizionata dalla capacità di ciascuna parte di vedere, disturbare e colpire l’altra prima ancora del contatto fra le unità terrestri.È questo uno degli aspetti più interessanti della guerra del 2026. Il drone ha progressivamente trasformato il concetto di profondità strategica. Un bersaglio situato a centinaia o migliaia di chilometri dalla linea del fronte può oggi essere raggiunto con sistemi relativamente economici, mentre l’intelligenza artificiale, la guerra elettronica, i satelliti commerciali e le reti di ricognizione riducono il valore della distanza geografica. Il grande attacco del 20 settembre ne è una dimostrazione: secondo le autorità russe, oltre 1.600 droni sono stati abbattuti dall’inizio dell’offensiva, circa 450 diretti verso Mosca; alcuni hanno raggiunto una raffineria della capitale e un edificio residenziale, mentre nella regione sono morte due persone. L’entità effettiva dei danni alla raffineria resta da valutare.L’attacco assume anche un significato politico perché coincide con l’ultimo giorno delle elezioni parlamentari russe. Mosca ha sostenuto che l’obiettivo fosse disturbare il voto; questa interpretazione appartiene però alle autorità russe e non può essere automaticamente assunta come fatto accertato. È invece verificabile che il Cremlino ha presentato queste elezioni come una prova di consenso alla guerra e che il sistema politico russo continua a operare in condizioni di forte limitazione dell’opposizione. La coincidenza temporale fra attacco e consultazione elettorale rende quindi la guerra anche uno strumento di comunicazione politica interna: Kiev cerca di dimostrare che il conflitto può raggiungere il cuore della Russia; il Cremlino cerca di dimostrare che, nonostante ciò, lo Stato mantiene il controllo.La risposta russa continua intanto a concentrarsi soprattutto sull’Ucraina. Nelle prime settimane di settembre Mosca ha impiegato un volume elevato di droni e missili contro Kiev e altre città, colpendo infrastrutture energetiche, logistiche e industriali. La preparazione alla stagione fredda assume particolare importanza: la capacità di proteggere produzione elettrica, reti di distribuzione, gas e riscaldamento potrebbe diventare uno dei principali fattori strategici dell’inverno. Da questo punto di vista, la guerra contro le infrastrutture non è semplicemente una campagna parallela al conflitto terrestre: mira a incidere sulla capacità dello Stato di funzionare, sull’economia e sulla resilienza della popolazione.L’Ucraina, dal canto suo, sta cercando di compensare la propria inferiorità quantitativa trasformando la guerra in un problema di costo per la Russia. Colpire raffinerie, depositi, aeroporti, radar, industrie militari e infrastrutture logistiche significa obbligare Mosca a distribuire le proprie difese su uno spazio enorme. È una logica che ricorda, pur con differenze sostanziali, le guerre industriali del Novecento: non è sufficiente conquistare territorio, bisogna compromettere progressivamente la capacità dell’avversario di alimentare il fronte. Ma qui emerge un limite importante: la distruzione di infrastrutture russe non equivale automaticamente a una riduzione proporzionale della capacità militare russa. La vera misura dell’efficacia sarà il rapporto fra risorse impiegate, danni prodotti e conseguenze operative sul fronte.Anche il sostegno occidentale sta assumendo una configurazione diversa rispetto ai primi anni della guerra. L’Europa sta aumentando il proprio contributo finanziario e militare: la Commissione europea ha approvato altri 6,1 miliardi di euro destinati, fra l’altro, a difesa aerea, munizioni, droni e guerra elettronica, mentre la NATO ha riferito che nell’ultimo anno gli alleati hanno destinato oltre 10 miliardi di dollari attraverso i meccanismi collegati agli acquisti di armamenti statunitensi per l’Ucraina. La conseguenza strategica è significativa: anche qualora gli Stati Uniti cercassero una riduzione del proprio coinvolgimento diretto, l’Europa dispone ormai di un ruolo molto più strutturale nel sostenere la capacità di combattimento ucraina.La questione territoriale rimane tuttavia il nodo più difficile da sciogliere. Mosca continua a considerare il controllo dei territori occupati e la loro integrazione nella Federazione Russa come elementi centrali della propria posizione negoziale; Kiev rifiuta invece l’idea di una cessione territoriale imposta dalla guerra. L’impasse ricorda, per certi versi, quella degli accordi di Minsk del 2014-2015: anche allora un negoziato cercò di trasformare una situazione militare in una formula politica senza riuscire a risolvere il problema fondamentale dell’ordine di attuazione e delle garanzie di sicurezza. L’OSCE ricorda come il Protocollo di Minsk del settembre 2014 e il successivo pacchetto del febbraio 2015 avessero previsto cessate-il-fuoco, ritiro delle armi e un percorso politico.Ancora più profondo è il precedente del Memorandum di Budapest del 1994, con cui Russia, Stati Uniti e Regno Unito fornirono all’Ucraina assicurazioni relative alla sua indipendenza, sovranità e integrità territoriale nel contesto della rinuncia all’arsenale nucleare sovietico presente sul suo territorio. La crisi attuale dimostra quanto sia complesso trasformare assicurazioni politiche in deterrenza effettiva. Per Kiev, qualsiasi futuro accordo dovrà quindi rispondere non soltanto alla domanda “quale territorio?”, ma soprattutto a “chi garantisce che l’accordo regga?”.In questo senso la guerra contemporanea presenta anche un’eco della Guerra di Crimea del 1853-1856. Allora la Russia affrontò una coalizione più ampia e scoprì quanto la superiorità territoriale potesse essere compensata dalla superiorità industriale, tecnologica, finanziaria e logistica degli avversari. L’analogia non va forzata, ma è istruttiva: anche nel conflitto attuale la capacità di sostenere una guerra prolungata dipende sempre meno dal semplice possesso di uomini e territorio e sempre più dall’accesso a capitali, tecnologia, industria, energia e reti internazionali.La variabile decisiva dei prossimi mesi sarà dunque l’interazione fra tre pressioni: il ritmo delle operazioni terrestri, la capacità di colpire la profondità strategica dell’avversario e la sostenibilità economica della guerra. La Russia deve dimostrare di poter trasformare la propria massa militare in risultati territoriali sufficienti a giustificare costi crescenti; l’Ucraina deve dimostrare di poter impedire sfondamenti russi continuando nel contempo a sostenere la propria economia e la difesa aerea; l’Europa deve mantenere nel tempo una capacità di finanziamento e produzione militare adeguata; gli Stati Uniti devono decidere quanto a lungo intendano combinare pressione su Mosca e mediazione.Per questo il 1.670mo giorno non rappresenta necessariamente un punto di svolta, ma fotografa qualcosa di più importante: l’uscita definitiva dalla logica secondo cui la guerra sarebbe stata decisa da una singola offensiva. La campagna russa del 2026 non ha prodotto, secondo le valutazioni indipendenti disponibili, lo sfondamento operativo che Mosca avrebbe perseguito; l’Ucraina non ha però recuperato i territori occupati in misura tale da trasformare i propri successi locali in una soluzione strategica. Il risultato è un equilibrio instabile nel quale entrambe le parti cercano di migliorare la propria posizione prima di un eventuale negoziato.La firma delle sanzioni di Trump e l’attacco su Mosca condensano proprio questa fase: mentre la diplomazia cerca una porta d’uscita, la guerra continua ad aumentare il prezzo dell’assenza di un accordo. La domanda decisiva non è quindi chi stia vincendo una singola battaglia, ma quale dei due sistemi riuscirà più a lungo a trasformare risorse economiche, tecnologia, alleanze e capacità industriale in potere militare. Finché nessuno dei due riuscirà a modificare questo equilibrio, la guerra resterà ciò che è diventata: non una guerra immobile, ma una guerra di movimento strategico dentro un fronte territoriale relativamente lento e difficile.