Nei prossimi due giorni Cagliari ospiterà la seconda edizione del Festival della Sicurezza, promosso dalla Fondazione Vittorio Occorsio e quest’anno dedicato alla sicurezza internazionale. Al centro del confronto crisi geopolitiche, minacce ibride, criminalità organizzata, infrastrutture strategiche e industria, con rappresentanti delle istituzioni, della difesa, del mondo accademico e del settore privato. Airpress ha discusso di questi temi con Luciano Carta, senior special advisor della Fondazione Vittorio Occorsio.Generale Carta, questa seconda edizione del Festival della Sicurezza arriva in una fase in cui il concetto stesso di sicurezza sta cambiando. Perché oggi c’è bisogno di un appuntamento di questo tipo?Il titolo resta quello della sicurezza, ma ogni anno scegliamo un focus specifico. L’anno scorso ci siamo concentrati sulle reti energetiche, un tema che ancora oggi conserva una straordinaria attualità. Quest’anno, anche rispetto all’impostazione originaria del Festival, abbiamo deciso di allargare lo sguardo alla sicurezza internazionale, perché ci troviamo davanti a una fase di profonda crisi geopolitica.Il panorama internazionale è caratterizzato da una crescita continua delle competizioni tra nazioni e dei conflitti. L’attenzione pubblica si concentra soprattutto sui due principali teatri di guerra, ma nel mondo se ne contano quasi sessanta. A questo si aggiungono la minaccia ibrida, il ruolo crescente delle infrastrutture critiche e l’evoluzione delle mafie e delle altre organizzazioni criminali, anche straniere, che nel disordine internazionale trovano nuovi spazi di infiltrazione economica e di esercizio del potere, arrivando ad assumere una dimensione strategica transnazionale.Stiamo assistendo alla crisi di un ordine mondiale che per decenni abbiamo considerato sostanzialmente stabile. Le istituzioni multilaterali sono sempre più in difficoltà, mentre il sistema internazionale tende verso un multicentrismo nel quale non è sempre semplice distinguere il ruolo degli Stati da quello di altri centri di potere, compresi soggetti economici con dimensioni superiori a quelle di interi Paesi.A questo quadro si sommano clima, energia, materie prime, risorse naturali, acqua, salute, demografia e crescenti squilibri economici e sociali. Cambiano anche gli equilibri tra le organizzazioni internazionali, cresce il peso dei Brics, della Shanghai Cooperation Organization e dei Paesi non allineati, mentre gli Stati Uniti hanno progressivamente spostato il proprio baricentro strategico. Obama avviò l’allontanamento dal Mediterraneo, Biden diede attuazione al ritiro dall’Afghanistan e oggi Trump porta avanti un’azione spesso isolazionista.Di fronte a questa complessità, l’ambizione della Fondazione Vittorio Occorsio è mettere intorno allo stesso tavolo decisori pubblici e politici, comunità scientifica, analisti e settore privato. L’obiettivo è utilizzare competenze ed esperienze differenti per produrre analisi che possano essere utili anche a chi è chiamato a prendere decisioni.Le crisi internazionali incidono ormai direttamente sulla sicurezza interna, sull’economia e sulle infrastrutture. Che cosa deve fare oggi l’Italia per proteggersi da rischi sempre più interconnessi?Il primo passo è prendere atto che la minaccia oggi si presenta in forme diverse rispetto al passato. Mi auguro che per il nostro Paese non siano le guerre cinetiche a rappresentare la principale preoccupazione. Il tema centrale è piuttosto quello delle minacce ibride, che possono essere portate avanti da attori statali ma anche da soggetti non statali utilizzati come proxy.La minaccia ibrida combina azioni in domini differenti. C’è quello diplomatico, quello informativo, ma parlare soltanto di disinformazione sarebbe riduttivo. Bisogna considerare anche l’ambito cognitivo, quello militare, economico e finanziario e quello dell’Intelligence. L’obiettivo può essere mettere in crisi le nostre democrazie, indebolire la fiducia nelle istituzioni, creare divisioni sociali e influenzare l’opinione pubblica.Lo spazio cibernetico è un grande facilitatore di queste dinamiche. È venuta meno una parte dell’intermediazione tradizionalmente esercitata dai media e oggi è possibile raggiungere direttamente i cittadini. Strumenti come l’intelligenza artificiale permettono inoltre di individuare categorie sociali specifiche e orientare su di esse azioni mirate, anche attraverso bot capaci di amplificarne enormemente la portata. Sono operazioni che presentano inoltre un altro vantaggio per chi le conduce, perché risultano spesso difficili da attribuire.Gli Stati autoritari possono avere un vantaggio ulteriore, perché riescono più facilmente a coordinare le diverse articolazioni dell’apparato statale e sono sottoposti a meno vincoli rispetto alle democrazie. In alcuni Paesi, per esempio, le operazioni cyber sono state a lungo concepite soltanto in chiave difensiva. Ma oggi non è più sufficiente limitarsi a difendersi. Bisogna disporre anche della capacità di reagire nei confronti di chi conduce l’offesa.Nel programma la criminalità organizzata entra direttamente nel quadro della sicurezza internazionale. In che modo mafie, nuove tecnologie e reti transnazionali possono diventare un problema di sicurezza nazionale?Il cyber è un esempio molto chiaro di quanto stiano diventando sfumati i confini tra attori statali e criminalità organizzata. Oggi non esiste più una separazione netta tra operazioni condotte dagli Stati e attività riconducibili al crimine organizzato. Si è affermato un modello ibrido, quello dei cosiddetti cyber mercenari, soggetti che formalmente non dipendono dai governi ma che possono essere tollerati, finanziati o persino diretti.Esistono soggetti che, con diversi livelli di direzione e sponsorizzazione, attaccano obiettivi occidentali e in alcuni casi risultano collegati direttamente agli apparati di Intelligence. Per gli Stati che utilizzano questi soggetti c’è un vantaggio evidente, quello della negabilità e quindi della difficoltà di attribuire l’attacco direttamente al governo.Il fenomeno non riguarda soltanto una parte. Sul fronte ucraino, per esempio, è stata costituita una forza cibernetica volontaria, una sorta di milizia digitale impiegata nella difesa nazionale e capace di colpire obiettivi russi. Il punto è che oggi la distinzione tra sicurezza nazionale e sicurezza aziendale è sempre meno netta. Anche le imprese devono quindi ripensare la propria esposizione al rischio.Un chief security officer di una grande azienda deve ormai possedere anche una conoscenza geopolitica, perché l’impresa diventa suo malgrado un attore inserito nella competizione internazionale. Il risk management deve essere integrato con l’analisi geopolitica, adottando architetture zero trust e investendo nella threat intelligence. In un conflitto ibrido non esistono realmente osservatori neutrali, ma potenziali bersagli che magari ancora non sanno di esserlo.La posta in gioco è sempre più la fiducia. L’operazione Rubicon legata a Crypto Ag lo dimostra molto bene. Per decenni una società svizzera leader nelle macchine cifranti fu segretamente controllata dalla Cia e dal Bnd tedesco e vendette i propri sistemi a circa 120 Paesi, permettendo a Washington e Bonn di leggere il traffico cifrato. Non si tratta quindi soltanto di forzare il lucchetto, ma di controllare chi lo produce.La stessa logica si ritrova nell’operazione contro Hezbollah del 2024, quando una supply chain apparentemente affidabile divenne lo strumento stesso dell’attacco, e nel caso NotPetya del 2017, quando la compromissione di un software di aggiornamento fiscale ucraino provocò danni per circa dieci miliardi di dollari. Per un grande gruppo industriale il perimetro da difendere non coincide più soltanto con la rete aziendale. Comprende la catena della fiducia, quindi i fornitori, le persone che hanno accesso ai sistemi e anche le aziende che vengono integrate attraverso operazioni di acquisizione.A tutto questo si aggiunge il tema delle criptovalute, diventate uno strumento per aggirare vincoli, controlli, embarghi ed esclusioni dai circuiti finanziari tradizionali. In una fase in cui cresce il tentativo di utilizzare valute alternative al dollaro e aumenta il ricorso a strumenti finanziari non tradizionali, le criptovalute rappresentano anche un canale privilegiato per la criminalità internazionale. È un tema che inevitabilmente rientra nella riflessione sulla sicurezza e sulla criminalità organizzata.A proposito di industria, quanto dipende oggi la sicurezza di un Paese dalla solidità delle sue filiere industriali e, allo stesso tempo, quanto dipendono il funzionamento e la tenuta di queste filiere dalla sicurezza che il Paese riesce a garantire alle proprie aziende?È un tema che si inserisce direttamente nella guerra economica e nell’Intelligence economica. Disporre in anticipo delle informazioni permette di comprendere il comportamento dei competitor e individuare strumenti attraverso i quali tutelare e rafforzare il proprio sistema economico.In un mondo fortemente interconnesso è necessario fare sistema, costruendo una stretta integrazione tra Intelligence e industria, soprattutto quella strategica e della difesa. Alcuni Paesi hanno sviluppato da tempo una vera dottrina in questo campo. Penso alla Francia, non perché sia migliore di noi, ma perché ha iniziato prima. È un Paese nel quale esiste persino una scuola di guerra economica e dove il sistema mette insieme accademia, professioni, intelligence e mondo economico.È fondamentale che tra questi attori ci sia uno scambio costante di conoscenze. Ne deriva un vantaggio per il Paese, per la sicurezza nazionale e per le imprese. Le grandi aziende strategiche, comprese quelle partecipate, sono osservatori straordinari delle dinamiche internazionali e possono offrire una lettura dei processi economici che diventa a sua volta una leva per rafforzare la sicurezza nazionale.Solo attraverso l’integrazione tra grandi aziende strategiche, mondo della sicurezza e Intelligence possiamo essere realmente competitivi. È una collaborazione necessaria ed è giusto che esista.