Sicurezza o potere? Il vero nodo dell’AI tra Washington e Pechino

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Quando Donald Trump e Xi Jinping si incontreranno a Washington il 24 settembre, l’intelligenza artificiale offrirà uno dei pochi dossier sui quali competizione strategica e interesse comune potrebbero, almeno in teoria, convivere.Think tank e aziende tecnologiche cinesi hanno già avuto colloqui informali con interlocutori americani sui rischi legati ai sistemi più avanzati. Tra le ipotesi discusse figurano criteri comuni per valutarne la sicurezza, meccanismi per comunicare gli utilizzi malevoli dell’AI e canali attraverso i quali Washington e Pechino potrebbero avvertirsi qualora modelli avanzati mostrassero comportamenti inattesi o dannosi.È ancora molto lontano da un accordo. Ma indica che, sotto la competizione tecnologica tra le due potenze, esiste almeno un embrione di diplomazia dell’AI. L’analogia più ambiziosa è quella con la Guerra fredda, quando Stati Uniti e Unione Sovietica riuscirono a costruire forme di cooperazione su alcuni rischi condivisi pur restando avversari strategici. L’intelligenza artificiale, secondo questa lettura, potrebbe richiedere qualcosa di simile: regole minime capaci di impedire che la corsa tecnologica produca conseguenze che nessuna delle due potenze avrebbe interesse ad affrontare.L’analogia, tuttavia, nasconde una differenza sostanziale. Americani e sovietici potevano divergere su quasi tutto, ma sapevano quale minaccia stavano cercando di contenere. Sull’AI, Washington e Pechino non hanno ancora una percezione comune del rischio. E la divisione attraversa prima di tutto gli stessi Stati Uniti.Nelle ultime settimane, il dibattito americano è stato dominato da warning sulla capacità dell’AI di facilitare la costruzione di armi biologiche, penetrare infrastrutture critiche o, nello scenario più estremo, sviluppare forme di autonomia impossibili da controllare. Alcuni ricercatori hanno attribuito probabilità significative alla possibilità che sistemi avanzati possano arrivare a minacciare la sopravvivenza umana. Dario Amodei, amministratore delegato di Anthropic, ha chiesto di rallentare lo sviluppo. Sam Altman ed Elon Musk hanno condiviso alcune delle preoccupazioni sulla traiettoria della tecnologia.L’“AI doomerism”, un tempo confinato a una parte relativamente ristretta della Silicon Valley, è entrato nel mainstream. Ma la sua visibilità non equivale a consenso. Altri ricercatori e dirigenti contestano l’idea stessa che il rischio esistenziale debba dominare il dibattito. Aidan Gomez, alla guida della canadese Cohere, teme che permettere a poche grandi aziende di definire le regole della sicurezza finisca per consolidarne il potere. Timnit Gebru (computer scientist tra le figure più influenti del dibattito) sostiene che gli scenari sull’estinzione distolgano l’attenzione da problemi già presenti, dalle armi autonome agli effetti dell’automazione sul lavoro. Emily M. Bender (University of Washington) contesta un linguaggio che attribuisce all’AI caratteristiche quasi umane, spostando l’attenzione dalle persone e dalle aziende che costruiscono e impiegano quei sistemi.Pechino parte da priorità diverse. Il dibattito cinese resta più concentrato su rischi immediati: cyberattacchi, furto di dati, stabilità politica, controllo dell’informazione e conseguenze economiche della tecnologia. Contemporaneamente, all’interno delle aziende, la priorità rimane soprattutto ridurre il divario con gli Stati Uniti e trovare modelli commercialmente sostenibili. In sostanza, il cruccio per Pechino sta nel comprendere (per poi controllare) come l’AI si possa integrare nel sistema Partito-Stato – aspetti esposti nell’analisi dei rischi firmata dal ministro della Sicurezza dello Stato Chen Yixin, che è stata una sorta di cartina di torna-sole del pensiero con caratteristiche cinesi dell’intelligenza artificiale.Il problema, quindi, non è più soltanto che Washington e Pechino vedano rischi diversi. È che le misure pensate per rendere l’AI più sicura stanno diventando sempre più difficili da distinguere da quelle pensate per decidere chi ne conserverà il vantaggio.Amodei ha reso evidente la contraddizione. Nel chiedere un rallentamento dello sviluppo dei sistemi più avanzati, ha sostenuto anche la necessità di costruirlo in modo da preservare il vantaggio tecnologico americano sulla Cina: limitando l’accesso di Pechino ai chip più sofisticati e contrastando la “distillation”, il processo attraverso il quale aziende cinesi sono accusate dagli Stati Uniti di utilizzare gli output dei modelli americani per sviluppare i propri.La reazione cinese mostra quanto rapidamente il linguaggio della sicurezza possa trasformarsi in quello della competizione. Esperti coinvolti nei colloqui informali hanno espresso delusione per il collegamento tra AI safety e sicurezza nazionale americana, sostenendo che restringa lo spazio per la cooperazione. Per Pechino, la domanda diventa inevitabile: quando Washington parla di quei “guardrails” (che il presidente Trump detesta, tra l’altro), sta cercando di contenere l’intelligenza artificiale o la Cina?La disputa sulla distillation accentua il sospetto. Washington accusa alcuni gruppi cinesi di utilizzare impropriamente modelli americani; Pechino respinge le accuse e sostiene che sottovalutino i progressi autonomi della propria industria. Una controversia apparentemente tecnica diventa così parte di un più ampio security dilemma: misure che una parte considera necessarie per proteggere tecnologia e sicurezza vengono interpretate dall’altra come strumenti per impedirle di colmare il divario.C’è poi un’ulteriore asimmetria: anche qualora Trump e Xi trovassero un terreno comune, i due governi hanno capacità molto diverse di imporre ciò che eventualmente concordassero. Pechino può esercitare un controllo diretto sul proprio settore tecnologico. Negli Stati Uniti, le aziende possono fare lobbying, ricorrere ai tribunali e muoversi dentro un sistema nel quale molte decisioni richiedono l’intervento del Congresso.Trump complica ulteriormente il quadro. Dopo aver detto di aver discusso di “guardrails” con Xi, il presidente ha sostenuto che negli Stati Uniti non ce ne sia bisogno. La Casa Bianca considera contemporaneamente l’AI un terreno decisivo della competizione con Pechino e guarda con ostilità a una regolamentazione interna più stringente.È una tensione che attraversa anche l’Europa: il warning di Giorgia Meloni sulla capacità delle democrazie di competere nell’AI senza rinunciare alle proprie regole tocca lo stesso dilemma. La corsa tecnologica mette a confronto sistemi politici con capacità molto diverse di disciplinare le imprese, mobilitare risorse e imporre decisioni. Per Washington e Pechino, questo potrebbe essere un argomento per abbassare le ambizioni del negoziato, ma non per abbandonarlo.Le proposte emerse nei colloqui informali indicano una strada più limitata: standard per valutare la sicurezza dei modelli, comunicazione sugli usi malevoli e meccanismi di allerta in caso di comportamenti pericolosi, forse passaggi incrementali. Niente di tutto ciò richiede alle due potenze di condividere una visione del futuro dell’intelligenza artificiale. Per ora, sarebbe accettabile in termini generale di riconoscere che alcuni incidenti danneggerebbero entrambe.La prima diplomazia dell’AI potrebbe quindi assomigliare meno a un nuovo trattato sul controllo degli armamenti che a un sistema per gestire il rischio tra due potenze che continuano a diffidare l’una dell’altra. È forse questo il vero test per Trump e Xi. Il problema non è soltanto trovare un accordo sulla sicurezza di una tecnologia destinata a ridefinire gli equilibri di potere. È farlo mentre entrambi cercano di assicurarsi che sia l’altro a non controllarla.