L’Italia cerca nuove rotte commerciali. La mappa di Confindustria

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Inutile girarci troppo intorno, la geografia del commercio mondiale non è più la stessa. Dazi, guerre commerciali, guerre vere fatte con droni e missili, strozzature un po’ in tutto il Medio Oriente. E l’immancabile concorrenza sleale della Cina. Ce ne è abbastanza per un capovolgimento. E per l’apertura di nuovi orizzonti, a cominciare dal Mercosur. A pochi giorni dal ritorno in Italia dal Sudamerica, dove Confindustria ha portato oltre 90 imprese italiane alla scoperta della nuova frontiera commerciale del Mercosur, Viale dell’Astronomia è tornata a raccontare le nuove rotte del made in Italy. Tracciando un quadro in profondo mutamento.L’Europa in mezzo al guadoTutto nero su bianco nel nuovo studio curato dal Centro studi di Confindustria, Export italiano tra fratture e nuove rotte, presentato nella grande sala Pininfarina di Viale dell’Astronomia. Premessa, “il commercio mondiale continua a crescere nonostante guerre, dazi e fratture geopolitiche, ma sta cambiando profondamente geografia. Nel 2025 il valore dei beni scambiati nel mondo ha raggiunto un nuovo record, oltre 26 mila miliardi di dollari, pari al 22,4% del Pil mondiale. Nei primi sei mesi del 2026, tuttavia, il 90% della crescita dell’export mondiale è stato generato dall’Asia, mentre il contributo dell’Europa è risultato sostanzialmente nullo”. E questo è un primo punto di caduta. Il quadro internazionale mostra cioè una crescente divergenza tra le principali aree economiche: gli Stati Uniti continuano a rappresentare il principale motore della domanda e delle importazioni, la Cina quello della produzione e dell’export, mentre il baricentro della crescita si sposta progressivamente verso Asia, India, Asean, America Latina e, in prospettiva, Africa subsahariana.Italia ostaggio dell’export cineseE l’Italia? “In questo scenario, l’Italia mostra una significativa capacità di tenuta”, scrivono gli Industriali. “Nel 2025 le esportazioni italiane sono cresciute del 3,3%, ma l’incremento è stato sostenuto soprattutto da pochi mercati e comparti. Gli Stati Uniti hanno fornito il maggiore contributo alla crescita per mercato, mentre la farmaceutica è risultata il primo settore per apporto all’aumento dell’export. Oltre la metà delle esportazioni italiane continua comunque a essere diretta verso l’Unione europea, che assorbe il 51,3% delle vendite italiane all’estero. La resilienza dell’export italiano non è però generalizzata. La performance verso gli Stati Uniti è stata particolarmente concentrata in alcune produzioni e non indica una capacità uniforme del sistema produttivo di assorbire il nuovo contesto tariffario”. Attenzione, però, alla Cina. “Sul fronte delle importazioni, invece, cresce rapidamente il peso della Cina, soprattutto nei comparti ad alto valore aggiunto: tra il 2019 e il 2025 la quota cinese sulle importazioni italiane di prodotti tecnologicamente avanzati è più che raddoppiata, passando dal 14,2% al 34,8%.“Il dato che dobbiamo cogliere è che la globalizzazione non si sta fermando, ma sta cambiando forma e direzione”, ha dichiarato Lucia Aleotti, vicepresidente di Confindustria per il Centro Studi. “La crescita degli scambi si concentra sempre più in aree del mondo che stanno aumentando produzione, domanda, investimenti e capacità tecnologica, mentre l’Europa rischia di rimanere ai margini di questa trasformazione. Per l’Italia, che ha nell’industria e nell’apertura internazionale due dei suoi principali punti di forza, la risposta non può essere una maggiore chiusura, ma una nuova strategia di competitività: più investimenti, più innovazione, maggiore autonomia tecnologica”.Potere della tecnologiaStringendo il campo, il principale fattore alla base delle diverse traiettorie di Stati Uniti, Cina, Asia ed Europa è tecnologico. Il boom degli investimenti nelle tecnologie digitali e nell’intelligenza artificiale, partito dagli Stati Uniti, ha attivato infatti le catene globali del valore soprattutto in Asia, mentre l’Europa è rimasta sostanzialmente esclusa da questa dinamica. Il divario emerge con chiarezza anche nei flussi commerciali: nel 2025 la crescita delle importazioni statunitensi è stata interamente concentrata nei beni Ict mentre in Cina la filiera ICT ha spiegato il 60% della crescita dell’export e la totalità dell’aumento dell’import; negli altri paesi asiatici ha rappresentato circa tre quarti della crescita degli scambi nell’ultimo biennio. Nell’Ue, invece, i beni Ict non hanno avuto un impatto sulla dinamica degli scambi.Non a caso, il vantaggio tecnologico si riflette anche nella capacità di investire in ricerca e innovazione. Le cinque grandi multinazionali Ict statunitensi – Amazon, Alphabet, Meta, Microsoft e Apple “hanno generato nel 2024 circa il 15% della spesa privata mondiale in R&S. Se si guarda invece alla spesa interna complessiva in R&S, includendo il settore pubblico e tenendo conto delle differenze di prezzo, Cina e Stati Uniti hanno raggiunto nel 2024 circa mille miliardi di dollari ciascuno, pari insieme al 60% della spesa mondiale, contro i 600 miliardi investiti dai paesi Ue”, si legge nello studio. “Anche sul fronte dei brevetti il quadro conferma il crescente peso dell’Asia: nel 2025 la Cina ha presentato 74mila domande di brevetto, quasi il 27% del totale mondiale, mentre l’Asia nel complesso ha raggiunto 157mila domande, il 57% del totale. La distanza tecnologica si traduce così in una diversa capacità di alimentare commercio, investimenti e crescita: gli Stati Uniti mantengono la leadership nella ricerca privata e nell’innovazione ICT, la Cina rafforza la propria capacità tecnologica e produttiva, mentre l’Europa rischia di perdere terreno sia nella generazione dell’innovazione sia nella sua capacità di trasformarla in crescita degli scambi e del Pil”.Il jolly MercosurMa non tutto è perduto, ci sono nuovi scacchieri su cui giocare la partita. E qui entra in gioco il Mercosur. “In questo scenario, gli accordi commerciali diventano una leva strategica non soltanto per aumentare le esportazioni, ma anche per ridurre le dipendenze, diversificare gli approvvigionamenti, rafforzare la sicurezza economica, contenendo l’escalation protezionistica e preservando un quadro di regole condivise in una fase di crescente debolezza del multilateralismo. Gli accordi dell’Unione europea con Mercosur e India aprono prospettive particolarmente rilevanti. Nel complesso, contribuiscono alla costruzione di un’area di libero scambio che coinvolge oltre 2 miliardi di persone, quasi un quarto del Pil e degli scambi mondiali”.Più nel dettaglio, “il Mercosur presenta un potenziale particolarmente significativo per l’Italia: a regime, la riduzione dei dazi equivale al 10,6% del valore dell’export italiano, contro il 10,1% della Germania e il 9,2% della media Ue. Nei primi due mesi di applicazione dell’accordo, maggio e giugno, le esportazioni italiane verso l’area sono già aumentate del 12,9% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, più del doppio rispetto alla crescita dell’export verso il complesso dei mercati extra-Ue (+5,5%). Solo a maggio, l’export italiano verso il Mercosur aveva registrato un +21,1% su maggio 2025”.E qui non è possibile non tirare nuovamente in ballo la missione di Confindustria in Argentina e Brasile. La trasferta “che abbiamo appena concluso ha confermato la straordinaria rilevanza strategica di questi mercati per il nostro sistema industriale”, ha ricordato Maurizio Tarquini, direttore generale di Confindustria. “L’entrata in vigore dell’Accordo Ue-Mercosur ha aperto prospettive concrete per le nostre imprese, in termini di riduzione dei dazi, accesso agli appalti pubblici e integrazione nelle filiere produttive locali. Il nostro compito è ora accompagnare le imprese italiane, grandi e piccole, nel tradurre questa opportunità in risultati concreti e duraturi”. E guai a dimenticare l’India, la vera rivale in Asia della Cina, che rappresenta invece una direttrice strategica per diversificare i mercati e ridurre la concentrazione dell’export italiano sui mercati maturi. Macchinari, chimica, farmaceutica e metalli di base rappresentano circa i due terzi delle esportazioni italiane verso il Paese, per un valore vicino ai 3,5 miliardi di euro.Insomma, “la nuova geografia dell’economia mondiale ci impone di passare dalla logica della semplice promozione dell’export a quella della costruzione di vere strategie di presenza internazionale”, sintetizza Barbara Cimmino, vicepresidente di Confindustria con delega all’export. “Mercosur, India e Paesi del Golfo sono esempi concreti di mercati dove l’Italia può rafforzare la propria posizione, valorizzando le specializzazioni della nostra industria. Gli accordi commerciali sono oggi strumenti di politica economica: servono ad aprire mercati, ma anche a rendere più sicure le filiere, diversificare le dipendenze e creare condizioni più prevedibili per gli investimenti”.