NEW YORK — La settimana dell’Assemblea generale dell’Onu si apre come sempre: cortei di auto blindate, delegazioni in fila negli alberghi di Midtown, agende fitte di incontri riservati. In uno di questi, mercoledì, si sono seduti attorno a un tavolo tre uomini: il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar — arrivato a New York con un viaggio non annunciato, organizzato apposta per quell’appuntamento —, il suo omologo marocchino Nasser Bourita e l’ambasciatore degli Stati Uniti alle Nazioni Unite Mike Waltz.Ne è uscita una decisione che riferiscono France 24 e Le Monde: Israele e Marocco elevano le rispettive missioni diplomatiche ad ambasciate a pieno titolo, con la nomina e lo scambio degli ambasciatori. È il primo vero salto di qualità nei rapporti fra i due Paesi da quando la guerra a Gaza aveva congelato la normalizzazione avviata sei anni fa con gli accordi di Abramo.L’intesa non si ferma alle bandiere. Secondo il comunicato del ministero degli Esteri israeliano, le tre parti «hanno riaffermato l’impegno» a rafforzare le relazioni bilaterali, e i due Paesi «hanno concordato di completare, entro la fine del 2026, accordi sulla protezione degli investimenti e sulla prevenzione della doppia imposizione, che faciliteranno gli investimenti reciproci e contribuiranno a far avanzare i legami economici e commerciali fra i popoli e i Paesi».C’è anche il cielo, nell’accordo. I collegamenti aerei diretti verranno ampliati fino a includere voli operati da compagnie marocchine — finora la rotta era di fatto un affare israeliano — con l’obiettivo di renderli operativi entro fine anno. Seguiranno, nei prossimi mesi, visite reciproche di funzionari di primo piano.Sei anni dopo AbramoPerché proprio ora, e perché a New York? La scelta del luogo e della settimana non è casuale: mentre decine di capi di Stato convergono sul Palazzo di Vetro con Gaza in cima all’agenda, Washington voleva mostrare che l’architettura degli accordi di Abramo non solo ha retto alla guerra, ma torna a crescere. Il messaggio, più che a Rabat o a Gerusalemme, era per la platea dell’Assemblea generale.La strada era stata lunga. Israele e Marocco avevano ristabilito le relazioni nel dicembre 2020, con la mediazione dell’amministrazione Trump, in cambio del riconoscimento americano della sovranità marocchina sul Sahara Occidentale. Ma i rapporti erano rimasti al livello di uffici di collegamento — l’eredità dei legami degli anni Novanta, chiusi nel 2000 allo scoppio della seconda Intifada. E dopo il 7 ottobre 2023, con la guerra a Gaza e una opinione pubblica marocchina in larga parte ostile alla normalizzazione, Rabat aveva tirato il freno: niente ambasciate, niente gesti clamorosi, relazioni tenute a bagnomaria.Ora il freno si allenta, e non è un dettaglio che a certificarlo sia stato Waltz, ex consigliere per la sicurezza nazionale di Donald Trump e regista, dal 2025, della diplomazia americana al Palazzo di Vetro. Dal trilaterale, però, non è uscita alcuna dichiarazione diretta di Bourita: a parlare è stato solo il comunicato israeliano — un silenzio che dice quanto il tema resti delicato in patria per il regno.Intanto, a Rabat, la rappresentanza israeliana resta per ora quella di sempre: un ufficio di collegamento, non un’ambasciata. Il primo ambasciatore d’Israele nel regno dovrà inaugurarla — e sarà quella foto, più del comunicato di New York, a misurare quanto la normalizzazione sia davvero ripartita.