La dichiarazione adottata al XVIII vertice dei Brics, svoltosi a Nuova Delhi il 12 e 13 settembre 2026, conferma la crescita politica ed economica del raggruppamento, ma anche i limiti di una sua interpretazione come blocco unitario contrapposto all’Occidente. Il documento finale, articolato in 140 paragrafi e sottoscritto da paesi con interessi, sistemi politici e orientamenti internazionali profondamente differenti, non configura un’alleanza politica o militare. Delinea piuttosto uno spazio di coordinamento tra potenze emergenti che intendono ampliare la propria autonomia strategica, riformare le istituzioni multilaterali e ridurre la vulnerabilità delle rispettive economie alle decisioni assunte nei centri finanziari e politici occidentali.La distinzione è essenziale. Una parte dei media occidentali continua a descrivere i Brics come il nucleo di un fronte antiamericano o come l’equivalente geopolitico della Nato per il Sud globale. La Dichiarazione di Nuova Delhi non giustifica questa rappresentazione. Nel testo non compaiono obblighi di difesa reciproca, strutture militari integrate, una dottrina strategica comune o l’individuazione di un avversario condiviso. Al contrario, vengono ribaditi il rispetto della sovranità, l’uguaglianza tra gli Stati, il metodo del consenso e la legittimità delle diverse priorità nazionali.È soprattutto l’India ad aver impedito che i Brics assumessero la fisionomia di un’alleanza apertamente antioccidentale. Nuova Delhi partecipa al raggruppamento senza rinunciare alle relazioni con Stati Uniti, Unione europea, Francia, Giappone e Australia. È contemporaneamente membro del Brics e del Quad, acquista armamenti ed energia dalla Russia, coopera con Washington nell’Indo-Pacifico e ricerca investimenti e tecnologie occidentali per sostenere la propria modernizzazione. Questa pluralità di relazioni non costituisce necessariamente una contraddizione: rappresenta l’applicazione della tradizionale autonomia strategica indiana a un sistema internazionale ormai multipolare.L’obiettivo di Nuova Delhi non è sostituire una dipendenza occidentale con una dipendenza dalla Cina, né inserirsi in un fronte guidato da Pechino e Mosca. L’India considera i Brics uno degli strumenti attraverso i quali aumentare il proprio spazio di manovra, rafforzare la rappresentanza dei paesi emergenti e partecipare alla definizione delle regole internazionali. La stessa insistenza sulla centralità delle Nazioni Unite e sulla riforma delle istituzioni di Bretton Woods dimostra che i Brics non intendono semplicemente demolire l’ordine esistente. Vogliono modificarne la distribuzione del potere.La richiesta di una maggiore rappresentanza del Sud globale nel Consiglio di Sicurezza, nel Fondo monetario internazionale e nella Banca mondiale costituisce uno dei punti centrali della Dichiarazione. Cina e Russia confermano il sostegno alle aspirazioni di India e Brasile a svolgere un ruolo più importante nelle Nazioni Unite, compreso il Consiglio di Sicurezza. Il linguaggio rimane però prudente e non equivale a un sostegno esplicito e incondizionato all’attribuzione di due nuovi seggi permanenti. Anche in questo caso emerge la distanza tra la convergenza retorica e la disponibilità degli Stati a modificare concretamente gli equilibri di potere.I pagamenti come infrastruttura dell’autonomiaIl settore nel quale il progetto di autonomia strategica appare più concreto è quello finanziario. La Dichiarazione sostiene il lavoro della Brics Payment Task Force e la prosecuzione della Cross-Border Payments Initiative. L’obiettivo è rendere i pagamenti internazionali più rapidi, economici, trasparenti e sicuri, favorendo l’interoperabilità tra i sistemi nazionali e, quando possibile, il regolamento degli scambi e degli investimenti nelle valute locali.Non viene annunciata una moneta comune dei Brics e non nasce un sistema sovranazionale destinato a sostituire immediatamente il dollaro. Il documento riconosce esplicitamente che non esiste una soluzione valida per tutti e che ogni paese deve conservare le proprie priorità e competenze regolatorie. La direzione politica è però evidente: costruire infrastrutture alternative capaci di ridurre la dipendenza dai circuiti finanziari occidentali.Questi strumenti possono attenuare gli effetti delle sanzioni, garantire la continuità degli scambi e permettere alle economie coinvolte di continuare a funzionare anche in presenza di restrizioni sull’accesso ai sistemi dominati dal dollaro. Il loro significato non è soltanto monetario. La possibilità di effettuare pagamenti, assicurare le merci, finanziare le esportazioni e regolare le transazioni costituisce ormai una componente della sicurezza economica nazionale.Non bisogna tuttavia confondere la costruzione di meccanismi di resilienza con l’imminente sostituzione dell’ordine finanziario esistente. Le valute dei Brics non possiedono lo stesso grado di convertibilità e liquidità; alcuni membri mantengono controlli sui movimenti di capitale; gli scambi interni sono fortemente squilibrati e la fiducia nei rispettivi sistemi finanziari è disomogenea. Inoltre, l’uso crescente del renminbi potrebbe creare una nuova asimmetria a vantaggio della Cina, eventualità che l’India non guarda necessariamente con favore. Più che una de-dollarizzazione completa, si profila quindi una diversificazione selettiva delle valute e dei canali di pagamento.Sanzioni e protezionismo: una critica da valutare con prudenzaLa Dichiarazione condanna le sanzioni unilaterali e secondarie non autorizzate dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. La critica riflette l’esperienza di Russia e Iran, ma incontra anche l’interesse degli altri membri a evitare che il controllo occidentale sulle reti finanziarie venga trasformato in uno strumento di pressione politica. Il timore non riguarda soltanto i Paesi già sanzionati: riguarda tutti gli Stati che potrebbero essere colpiti in futuro o subire conseguenze indirette dalle restrizioni applicate ad altri mercati.I Brics criticano inoltre il ricorso crescente a dazi, barriere non tariffarie e misure protezionistiche giustificate da finalità ambientali. La contestazione riguarda in particolare i meccanismi di adeguamento del carbonio alle frontiere, che impongono un costo sulle importazioni in base alle emissioni generate durante la loro produzione. Secondo i paesi emergenti, questi strumenti rischiano di penalizzare le economie con sistemi industriali ancora fortemente dipendenti dai combustibili fossili e di trasferire su di esse una quota sproporzionata dei costi della transizione energetica.Questa posizione non deve però essere accolta acriticamente, soprattutto quando viene sostenuta dalla Cina. Pechino difende il libero commercio quando esso facilita l’accesso dei prodotti cinesi ai mercati esteri, ma il proprio modello economico continua a poggiare su un rilevante intervento pubblico, politiche industriali selettive, sostegno alle imprese nazionali e limitazioni all’accesso in diversi settori strategici. Le sovraccapacità produttive cinesi nei comparti dell’acciaio, dei pannelli solari, delle batterie e dei veicoli elettrici possono mettere sotto pressione le industrie degli altri paesi, compresi alcuni membri dei Brics.La critica al protezionismo contiene dunque elementi fondati, ma anche una componente strumentale. Non tutte le misure di difesa commerciale possono essere considerate equivalenti e non tutte le restrizioni derivano esclusivamente dalla volontà occidentale di preservare il proprio predominio. Alcune rispondono agli squilibri prodotti dai sussidi, dalle sovraccapacità e dalla competizione tecnologica cinese. Una posizione realmente equilibrata dovrebbe sottoporre anche le politiche di Pechino allo stesso criterio applicato a Stati Uniti e Unione europea.Il significato per il Medio OrienteLa composizione allargata dei Brics attribuisce al Medio Oriente un peso crescente. La presenza contemporanea di Iran, Emirati Arabi Uniti ed Egitto introduce nel gruppo interessi regionali differenti e, in alcuni casi, concorrenti. Proprio per questo assume rilievo il fatto che Teheran e Abu Dhabi abbiano sottoscritto la medesima dichiarazione, impegnandosi, insieme agli altri membri, a privilegiare il dialogo, la diplomazia e la soluzione pacifica dei conflitti.Il documento esprime preoccupazione per l’escalation in Medio Oriente, chiede moderazione, tutela dei civili e delle infrastrutture e continuità dei flussi commerciali, energetici e logistici. Condanna gli attacchi contro impianti nucleari civili sottoposti alle salvaguardie dell’Aiea, sostiene il cessate il fuoco a Gaza e respinge lo spostamento forzato dei palestinesi. Conferma inoltre il sostegno alla soluzione dei due Stati, con uno Stato palestinese entro i confini del 1967 e Gerusalemme Est come capitale.La firma comune di Iran ed Emirati non elimina le divergenze tra i due paesi e non costituisce una garanzia di comportamento futuro. Dimostra però che i Brics possono funzionare come spazio di coabitazione diplomatica tra attori che mantengono relazioni strategiche differenti. Gli Emirati sono strettamente integrati nei circuiti economici occidentali, ospitano una significativa presenza militare statunitense e intrattengono rapporti con Israele. L’Iran è sottoposto a sanzioni, mantiene una posizione antagonistica verso Washington e cerca canali finanziari ed energetici alternativi. La loro presenza nello stesso foro obbliga entrambi a ricercare formulazioni condivise.Un futuro pragmatico, ma non privo di tensioniIl futuro dei Brics dipenderà dalla capacità di trasformare una vasta agenda dichiarativa in risultati verificabili. I progressi più probabili riguarderanno pagamenti, finanziamenti in valuta locale, infrastrutture digitali, cooperazione tecnologica, assicurazioni, garanzie sugli investimenti e attività della Nuova Banca di Sviluppo. Più difficile sarà raggiungere una linea politica comune sulle principali crisi internazionali.L’allargamento aumenta il peso del raggruppamento, ma ne accentua anche l’eterogeneità. Cina e India competono per influenza; Arabia Saudita, Emirati e Iran perseguono strategie regionali distinte; Brasile e Sudafrica non intendono essere assorbiti in un asse sino-russo. Questa pluralità limita la trasformazione dei Brics in un’alleanza, ma può renderli una piattaforma significativa di negoziazione e di riduzione delle dipendenze.Nel Medio Oriente il loro contributo non consisterà nella creazione di un nuovo sistema di sicurezza collettiva. Potrà invece manifestarsi attraverso la protezione dei flussi energetici, l’apertura di canali finanziari alternativi, il sostegno alla ricostruzione e la disponibilità di sedi diplomatiche nelle quali potenze regionali concorrenti possano mantenere il dialogo. La presenza di Iran ed Emirati nella stessa architettura è, da questo punto di vista, più importante come processo che come risultato immediato.Il Vertice di Nuova Delhi conferma pertanto che i Brics non sono un blocco antioccidentale, ma neppure un semplice forum privo di conseguenze. Sono uno degli strumenti attraverso cui Paesi che vi partecipano cercano di ampliare la propria autonomia e di rendere meno esclusivo il potere occidentale. Non puntano, almeno nella formulazione sostenuta dall’India, a sostituire un’egemonia con un’altra. Mirano piuttosto a creare un sistema nel quale più attori possano scegliere, negoziare e continuare a operare anche quando le grandi potenze ricorrono a sanzioni, tariffe e controllo delle infrastrutture finanziarie. È una trasformazione graduale, ancora incompleta, ma destinata a incidere sugli equilibri internazionali e, in modo particolare, sul futuro del Medio Oriente.