LAGOS — Aliko Dangote, 69 anni, l’uomo più ricco d’Africa, l’ha messa così: potranno comprare le azioni «anche domestici, commercianti, autisti, cuochi e manager». Lui la chiama «un’IPO per il popolo»: bastano dieci azioni, 5.250 naira — circa quattro dollari — e il titolo è conforme ai precetti della finanza islamica, con la possibilità di dividendi pagati in dollari. Dietro il linguaggio populare, però, c’è l’operazione finanziaria più grande mai vista su un listino africano.Il libro ordini si è aperto oggi alla Borsa di Lagos: 4,1 miliardi di azioni ordinarie a 525 naira l’una, sottoscrizioni fino al 13 ottobre, raccolta potenziale di 2.150 miliardi di naira, circa 1,6 miliardi di dollari, riferisce Reuters. Ai termini dell’offerta la Dangote Refinery vale quasi 50 miliardi di dollari. Ma il dato che spiega la partita è un altro: il gruppo cede appena il 3,3% del capitale e ne conserva l’84,34%. Dangote incassa denaro fresco dal mercato senza mollare un grammo di controllo.La Securities and Exchange Commission nigeriana — la Consob locale — ha già approvato l’offerta; la quotazione è attesa subito dopo la chiusura del libro. In caso di domanda superiore all’offerta, la società potrà emettere fino al 30% di azioni in più. A luglio un collocamento privato aveva già raccolto 2,5 miliardi di dollari su una valutazione di 39,1: in due mesi il prezzo è salito di oltre otto miliardi.La creatura che va in Borsa è la più grande raffineria a treno singolo del mondo: 700 mila barili al giorno, oltre un decennio di lavori, circa 19 miliardi di dollari investiti. Prima di posare il primo mattone fu bonificata una palude grande quanto metà di Manhattan; furono costruiti strade, un porto e le banchine per far arrivare via mare più di 300 gru e ogni singolo bullone.La spinta della guerraIl tempismo, poi, ha fatto il resto. L’impianto ha raggiunto la piena capacità quest’anno, proprio allo scoppio della guerra con l’Iran che ha strangolato le forniture dal Golfo: mentre mezzo mondo faceva la fila per il carburante, la raffineria esportava jet fuel e la Nigeria — il Paese più popoloso d’Africa, per decenni costretto a importare benzina pur galleggiando sul petrolio — diventava per la prima volta esportatore netto di prodotti raffinati.Per il fondatore i conti li ha fatti Bloomberg: patrimonio attuale di 35,3 miliardi di dollari, che con la quotazione potrebbe salire fino a 58,2 — un balzo di quasi 23 miliardi, sopra il gestore di hedge fund Ken Griffin e l’ex capo di Google Eric Schmidt. La traiettoria ricorda quella degli indiani Gautam Adani e Mukesh Ambani, o del messicano Carlos Slim; nel 2024 fu lo stesso Dangote a dire di voler emulare Ambani, reinvestendo i profitti della raffinazione in nuovi settori.I piani, intanto, corrono. Fatima Dangote, figlia del fondatore e direttrice esecutiva del ramo petrolifero, ha indicato l’obiettivo: quintuplicare i ricavi del gruppo fino a 100 miliardi di dollari entro fine decennio. In agenda ci sono il raddoppio della capacità in Nigeria, con altri 14,3 miliardi di investimenti, e un secondo impianto in Kenya da 700 mila barili al giorno: un impero della raffinazione dall’Atlantico all’Oceano Indiano.«Noi nigeriani e africani dobbiamo avere il coraggio di guidare il cambiamento delle nostre economie», ha detto Dangote alla firma dei documenti d’offerta, rivendicando il diritto di negoziare «alle condizioni che meritiamo, non a quelle che ci vengono concesse». Resta il rovescio della medaglia, che nemmeno l’entusiasmo dei banchieri di Lagos nasconde: il carburante del gigante africano dipende ormai da un solo uomo, che dopo questa offerta continuerà a decidere da solo.