Quando ci si rapporta al tema della disabilità, si fronteggiano tuttora, sostanzialmente, due modelli: “medico” e “sociale”. Ciò deriva, in larga misura, dal fatto che la disabilità è il risultato dell’interazione tra due fattori: da un lato i deficit psicofisici permanenti di una persona, che inducono spesso alla “medicalizzazione”; dall’altro un contesto sociale non sufficientemente inclusivo, che produce sovente “disabilitazione”. La disabilità ha quindi come condizione di partenza un deficit, i cui effetti tuttavia si amplificano all’interno di un ambiente non comunitario, che crea ostacoli partecipativi.Per questo, come mostreremo alla fine, il modello “biopsicosociale”, che tende a sintetizzare dialetticamente i due paradigmi precedenti, conservandone gli aspetti positivi ed eliminandone quelli negativi, risulta largamente preferibile. La dialettica, del resto, chiarisce filosoficamente che ogni unilateralismo è sempre deleterio: meglio porre le posizioni, per quanto tra loro contrapposte, in reciproca connessione.Non è questa la sede per un’analisi complessiva dei due modelli, peraltro già molto presente nella letteratura specialistica. Dirò soltanto che il principale difetto del modello medico è di basarsi troppo sui deficit psicofisici della persona, mentre il principale difetto del modello sociale è forse di sottovalutare tali deficit, insistendo quasi solo sulla loro ricezione collettiva. Il modello biopsicosociale cerca dialetticamente, come detto, di eliminare, sul piano teorico, ogni approccio unilateralistico. Prima però di giungere a questo paradigma, può essere utile qualche considerazione pratica.Ad oggi, in Italia, il modello medico risulta ancora, per vari motivi, predominante. A scuola, ad esempio, il primo documento che viene sollecitato ai genitori di alunni disabili è la certificazione medica, ponendo sin dall’inizio la difficoltà in capo al soggetto anziché al contesto. Nel mondo del lavoro, per iniziare a svolgere una professione, la prima cosa che viene richiesta al futuro lavoratore, affinché l’impresa possa fruire delle agevolazioni previste dalla legge, è di farsi determinare la propria percentuale di invalidità; quest’ultima, peraltro, aumenta di solito al crescere del numero dei certificati medici presentati. Infine, anche per l’inserimento nei centri residenziali per disabili, in cui si svolge tuttora, purtroppo – scandita da varie attività definite “terapeutiche”, anche se sono soltanto “passatempistiche” –, la vita adulta di tante persone, la documentazione sanitaria risulta imprescindibile.Il modello medico, dunque, prevale ancora ampiamente nel nostro Paese, in tutte le principali fasi della vita delle persone disabili. Ciò accade per una pluralità di ragioni. Una di esse è che tale modello, a differenza di quello sociale, il quale imporrebbe un rapporto con la realtà di tipo collettivo, promuove un rapporto di tipo individuale, in larga parte delegabile a professionisti privati a pagamento. In un’epoca in cui la totalità socio-economica tende a relazionarsi con le persone in quanto consumatori privati, il modello medico è sicuramente più conforme, per cui risulta favorito, non richiedendo appunto interventi politici, che a loro volta presupporrebbero fondate riflessioni culturali di matrice progettuale per poter modificare la realtà in maniera comunitaria.Questa tendenza individualistica trova conferma, peraltro, nelle stesse modalità con cui, nel settore pubblico, viene sempre più spesso attivata l’assistenza sociale, ovvero con contributi personali da richiedere, card nominative da ottenere, agevolazioni specifiche da conseguire, in base a determinate condizioni tutte da corredare con adeguati certificati medici. Le istituzioni che stanno gestendo questo passaggio del Welfare State da funzionalità collettive a fruizioni individuali, non si rendono forse conto – o forse sì, e ciò viene fatto apposta, per distribuire meno fondi pubblici e favorire soluzioni private – che rendere più complesse le richieste di servizi può creare problemi a molte persone con disabilità, soprattutto intellettiva. Non si considera inoltre che strutture pubbliche disponibili per tutti sarebbero di vantaggio all’intera collettività, oltre che meno portatrici di stigma per coloro che le utilizzano.Modello medico individuale e modello sociale comunitario sembrano porsi, pertanto, in alternativa. I due paradigmi, in realtà, presentano, come detto, aspetti dialetticamente complementari, in quanto l’inclusione si realizza meglio coniugando insieme l’attenzione alle caratteristiche psicofisiche della persona e al contesto sociale che la ospita. Pensiamo, ad esempio, all’autismo. Si discute tuttora se esso debba essere considerato principalmente un disturbo del neurosviluppo, ossia un deficit da affrontare in sostanza con il modello “medico”, oppure una naturale neuro diversità della persona, da accogliere all’interno di un modello sociale maggiormente inclusivo.In merito, essendo lo spettro autistico molto ampio – il discorso vale, mutatis mutandis, per tutto il composito ambito della disabilità –, si può dire che, per alcune situazioni, risultano ancora necessari interventi tipici del modello medico. In generale, tuttavia, il modello sociale è certamente più utile per far vivere in maniera comunitaria, quindi migliore, tutte le persone, comprese quelle neurodivergenti. Molti, infatti, di quelli che si ritengono essere sintomi di un “disturbo” dello spettro autistico, ovvero alcuni comportamenti disfunzionali che si attribuiscono ad una presunta “patologia”, regrediscono fortemente se le persone si trovano a vivere in un contesto adeguato. Ciò mostra come l’autismo, in particolare, rappresenti una condizione le cui manifestazioni maggiormente problematiche sono spesso dovute alla non inclusività dell’ambiente sociale, che è assai difficile da modificare, ma anche determinante.Detto questo, come ricordato, non si deve considerare eliminabile l’intero approccio medico, che in alcuni casi rimane necessario, almeno nei vari ambiti in cui una competenza farmacologica, fisiatrica, logopedica, ecc. si mostri utile. Sempre infatti assumendo come esempio l’autismo nelle sue forme più severe, esso costituisce davvero una neurodiversità caratterizzata da problematicità elevate, quale che sia l’ambiente in cui la persona viene inserita, spesso anche all’interno della stessa famiglia. Non è un caso che il modello ICF, stabilito dall’OMS nel 2001, la cui validità viene generalmente riconosciuta, raccomandi certamente una prospettiva biopsicosociale integrata, ossia di attribuire maggiore importanza al modello sociale, ma al contempo anche di non abbandonare il modello medico, ovvero di far interagire i due paradigmi per favorire la migliore possibile inclusione delle persone con disabilità.Anche con riferimento a questa tematica, apparentemente lontana, la filosofia mostra dunque che la composizione dialettica di modelli apparentemente antitetici può produrre una sintesi in grado di unire gli aspetti positivi di entrambi, eliminandone solo le unilateralità manchevoli.luca.grecchi@unimib.it